mercoledì 19 giugno 2019

Il pellegrinaggio di Peguy a Chartres


Il pellegrinaggio di Charles Peguy a Chartres
di Bruno Trevellin


Nel centosettesimo anniversario del pellegrinaggio di Peguy
 a Notre Dame de Chartres

Dal 14 al 17 giugno del 1912 Charles Peguy (Orleans 1873-Villeroy 1914) compie il suo primo pellegrinaggio a Chartres, percorrendo a piedi i 130 chilometri (tra andata e ritorno) della strada nazionale che, partendo da Loziere e passando per vari villaggi (Orsay, Gometz-le-Chatel, Gometz-leVille, Dourdan), arriva alla cattedrale di Notre Dame di Chartres, il luogo unico al mondo ‘dove tutto si fa fanciullo’, dove anche l’invecchiare è ‘candido e caro’, dove si può attendere ‘una morte più viva della vita’.
Ne L’arazzo di Nostra Signora (La tapisserie de Notre Dame) Peguy mette insieme tre momenti di questa sua esperienza. Il primo (Presentazione di Parigi a Nostra Signora) è dominato da Parigi e dalla sua cattedrale, la Parigi dove Peguy lavora, la Parigi che Peguy ama. Il secondo è la presentazione della Beauce (Presentazione della Beuce a Nostra Signora di Chartres) e del cammino percorso per arrivare a Chartres. Il terzo è rappresentato dalle Cinque preghiere nella cattedrale. Nell’insieme si tratta di un lungo poema di 944 versi, di un poema che si fa continuamente preghiera, pubblicato nel maggio del 1913 e riferito proprio a quel suo pellegrinaggio fatto in compagnia del giovane amico Alain Fournier (che però lo lascerà subito dopo il primo giorno di cammino, a Dourdan). L’opera è dedicata al fedele amico Joseph Lotte, scrittore cattolico, e al Bollettino dei professori cattolici dell’Università, da lui fondato nel 1910.
Perché un pellegrinaggio a Chartres? Peguy è in un periodo difficile, duro, cruciale della vita. La libreria che aveva aperto a Parigi con i quarantamila franchi portatigli in dote dalla moglie, unica fonte di reddito per la famiglia, è sull’orlo del fallimento; è tentato da una relazione extraconiugale con Blanche Raphael, una collaboratrice della sua rivista (i Cahiers) ma non vi cede; si sente incompreso dalla moglie e dai vecchi amici socialisti dopo il suo ritorno al cattolicesimo (1907); un giovane collaboratore della sua rivista, Renè Bichet, è morto imprudentemente per una iniezione letale di morfina. Ma è soprattutto il voto che aveva fatto per la guarigione del figlio minore Pierre, colpito da una grave malattia (a marzo si era preso una febbre tifoidea), a spingerlo al pellegrinaggio. Chiude per tre giorni la libreria e marcia da una Notre Dame all’altra, sul cammino percorso per secoli da schiere di pellegrini francesi e che lui stesso rifarà in seguito per altre due volte.
Parte dunque da Parigi (Loziere) carico di angosce per attraversare la Beauce di cui Chartres, con la sua cattedrale dedicata all’Assunta, è luogo unico al mondo. Ritrova i paesaggi dell’infanzia, con sullo sfondo quella cattedrale dove è ancora possibile tornare fanciulli (Voici le lieu du mond ou tout devient enfant), scriverà nella prima preghiera. Ci sono le distese di grano, i covoni, i vigneti, i ruscelli, le conche, gli avvallamenti, le vaste piane. Ma la cattedrale è sentita anche come il luogo dell’invecchiare ‘candido e caro’ (N’est ici qu’un candide e cher viellissement), il luogo dell’attesa di una morte sentita ‘più viva della vita’ (L’attente d’une mort plus vivant que vie).
Tornato a casa, a Parigi, ritrova i problemi di sempre, ma la Vergine Assunta di Chartres produce le sue grazie. Il figlio Pierre guarisce da una nuova grave malattia (una difterite) e la moglie, Charlotte Baudouin, socialista e anticlericale di famiglia comunarda, confida al marito che se le condizioni del figlio fossero peggiorate avrebbe chiamato un prete per il battesimo. Anche la poesia de La tapisserie gli nasce come ispirata dalla grazia. Peguy ne è consapevole. Vivo senza sacramenti. È un’impresa folle. Ma godo del dono della grazia, di una sovrabbondanza di grazia inconcepibile. Obbedisco alle indicazioni”, scriverà all’amico Lotte. E proprio perché un pellegrino tende a ritornare sul cammino che lo ha segnato, Peguy rifarà il pellegrinaggio nel luglio del 1913 e il martedì di Pasqua del 1914, questa volta in treno. In questo terzo verrà raggiunto a Chartres dall’amica Genevieve Favre e dalla figlia di lei Jeanne, rispettivamente madre e sorella di Jaques Maritain. E come per ogni esperienza di pellegrinaggio, il richiamo di Chartres diventa per lui irresistibile. “È là che ho lasciato il mio cuore e credo davvero che là mi farò seppellire, poiché lì ho ricevuto grazie straordinarie”, confesserà sempre all’amico Lotte. 
E come ogni buon pellegrino, propone anche ad altri di recarsi a quella sua stessa meta. Partito per il fronte il primo di agosto del 1914, si rivolge alla moglie Charlotte, a Jeanne Maritain e a Blanche Raphaël, chiedendo loro di “andare per lui a Chartres, ogni anno, se fosse morto in guerra. Insolita richiesta, rivolta a una moglie non battezzata e a un’amica ebrea incredula. A Blanche, in particolare, scrive dal fronte questo biglietto: «Se non dovessi tornare, andrete una volta all’anno a Chartres per me. A partire da oggi, unirete alle due preghiere in latino che vi ho chiesto di fare ogni giorno, una terza in latino che copio per voi». Si tratta del Pater Noster, dell’Ave Maria e del Salve Regina” (Gianni Valente, …ecco il luogo del mondo dove tutto diviene facile, anche l’avvenimento, in 30GIORNI, 11, 1999)). 
Peguy morirà a quarantun anni il 5 settembre del 1914 a Villeroy nel primo giorno della battaglia sulla Marna, colpito in fronte da una pallottola, in quella prima guerra mondiale in cui si era arruolato volontario e che per lui doveva essere l’ultima per l’umanità (“Je pars soldat de la république pur le désarmement générale et la dernière des guerres”, aveva scritto il 4 agosto a un’amica). I compagni ricorderanno che le sue ultime parole furono: “Dio, eccomi!”
Peguy giace ora sepolto non a Chartres, com’era nel suo desiderio, ma nella grande fossa comune di Villeroy, assieme ai suoi commilitoni.
I suoi desideri verranno però esauditi. La moglie andrà ogni anno pellegrina a Chartres, portandosi anche i figli e lo farà per tantissimi anni, fino a quando si sentirà le forze per farlo. Non solo, tra il ’25 e il ’26 lei e tre dei suoi quattro figli (l’ultimo le nacque dopo la morte al fronte del padre) riceveranno il battesimo cristiano. 

Quella che proponiamo è la traduzione della parte centrale de La tapisserie, cioè delle 94 quartine in rima incrociata della Presentazione della Beauce a Nostra Signora di Chartres. La traduzione è volutamente letterale, rispettosa delle singole strofe e di ogni singolo verso, fatta conservando il più possibile i termini impiegati da Peguy, le allitterazioni, le anafore e, dove possibile, le rime.
(giugno 2019)


C. PEGUY, Presentazione della Beauce a Notra Signora di Chartres

(Traduzione e note a cura di Bruno Trevellin)

I
Stella del mare[1], ecco la pesante tovaglia
E l’ondata profonda e l’oceano di grano
E la mobile schiuma e i nostri granai ricolmi
Ecco il vostro sguardo su quest’immenso mantello

II
Ed ecco la vostra voce su questa pesante pianura
E i nostri amici assenti e i nostri cuori affranti
Ecco ai nostri fianchi i nostri pugni semiaperti
E la nostra stanchezza e la nostra piena forza

III
Stella del mattino[2], inaccessibile regina,
Eccoci marciare[3] verso la vostra illustre corte
Ed ecco il piatto del nostro povero amore
Ed ecco l’oceano della nostra immensa pena

IV
Un singhiozzo corrode e trapassa l’orizzonte
Pochi tetti bastano a fare come un arcipelago
Dal vecchio campanile risuona una sorta d’appello
La chiesa possente sembra una casa bassa

V
Così navighiamo verso la vostra cattedrale
Di tanto in tanto una fila di covoni galleggia
Tondi come torri, opulenti e soli
Come un cassero sull’ammiraglia

VI
Duemila anni di lavoro hanno fatto di questa terra
Una riserva senza fine per le età nuove
Mille anni della vostra grazia hanno fatto di quest’opera
Un riposario[4] senza fine per l’anima solitaria

VII
Ci vedete marciare su questa strada dritta
Tutti polverosi, tutti infangati, la pioggia dentro i denti
Su questo largo ventaglio aperto a tutti i venti
La strada nazionale è la nostra porta stretta

VIII
Noi procediamo con le mani lungo i fianchi
Senza alcun ingombro, senza intrichi, senza discorsi
Con un passo sempre uguale, senza fretta né rincorsa
Dai campi più presenti ai campi più vicini

IX
Voi ci vedete marciare, noi siamo la fanteria
Non avanziamo più di un passo alla volta
Ma venti secoli di popolo e venti secoli di re
E tutto il loro seguito e tutto il loro pollame

X
E i loro cappelli a piuma e i loro valletti
Hanno insegnato che c’è un vivere famigliare
E come si può marciare, i piedi nelle scarpe
Verso un ultimo quadrato la sera di una battaglia

XI
Noi siamo nati per voi ai bordi di questa piana
Nell’ansa della nostra bionda Loira
E questo fiume di sabbia e questo fiume di gloria
Non è là che per baciare il vostro augusto manto

XII
Noi siamo nati ai bordi di questa vasta piana
Nell’antica Orleans severa e seriosa
E la Loira fluente e sovente limacciosa
Non è là che per lavare i piedi della costa

XIII
Noi siamo nati ai bordi della vostra piana Beauce[5]
E abbiamo conosciuto nei nostri più giovani anni
Il portale della fattoria e i duri contadini
E il recinto del borgo e la vanga e la fossa

XIV
Noi siamo nati ai bordi della vostra piana Beauce
E abbiamo conosciuto nei nostri primi rimpianti
Quello che può nascondere tra le segrete disperazioni
Un sole che discende in un cielo scarlatto

XV
E che tramonta rasentando un suolo inevitabile
Duro come una giustizia, equo come una barra,
Giusto come una legge, fermo come uno stagno,
Aperto come uno zoccolo bello e piano come un’asse di legno

XVI
Uno dei nostri, dalla gleba feconda
Ha fatto qui zampillare da un solo rapimento
E da una sola sorgente e da un solo portamento
Verso la vostra assunzione la guglia unica al mondo

XVII
Torre di Davide[6], ecco la vostra torre beauceriana
Questa è la spiga più dura che mai sia stata innalzata
Verso un cielo di clemenza e di serenità
E il più bel fiore dentro la vostra corona

XVIII
Uno dei nostri ha fatto qui zampillare
Dalla superficie del suolo fino ai piedi della croce
Più alta di tutti i santi, più alta di tutti i re
La guglia irreprensibile e che non può fallire

XIX
Questo è il covone e il grano che non può perire
Che non può sbiadire al sole di settembre
Che non può gelare ai rigori di dicembre
Questo è il vostro servitore e il vostro testimone

XX
È lo stelo e il grano che non marcisce
Che non può sfiorire agli ardori dell’estate
Che non può ammuffire in un inverno crudo
Che non può transitare come un comune transito

XXI
È la pietra senza tacca e la pietra senza errore
L’orazione più alta che mai sia stata elevata
La ragione più retta che mai sia stata lanciata
E verso un cielo senza bordo la linea più alta

XXII
Quella che non morirà di alcuna morte
Il pegno e il ritratto dei nostri distacchi
L’immagine e la traccia dei nostri risanamenti
La lana e il fuso delle più modeste sorti

XXIII
Noi arriviamo a voi dalla lontana Parigi
Per tre giorni abbiamo chiuso la nostra bottega
E l’archeologia con la semantica
E la magra Sorbona e i suoi poveri figli

XXIV
Degli altri a voi verranno dal lontano Beauvois
Noi abbiamo per tre giorni lasciato il nostro negozio
 E il rumore gigantesco e la colossale città
Degli altri a voi verranno dal lontano Cambresis

XXV
Noi arriviamo a voi da Parigi capitale
Là dove abbiamo il nostro governo
E il nostro tempo perso negli internamenti
E la nostra libertà totale e deludente

XXVI
Noi arriviamo a voi dall’altra Notre Dame
Da quella che s’innalza nel cuore della città
Nella sua veste regale e nella sua maestà
Nella sua magnificenza e nella sua magnanimità

XXVII
Come voi comandate su un oceano di spighe
Laggiù voi comandate su un oceano di teste
E la messe dei dolori e la messe delle feste
Ogni sera si posa davanti al vostro sagrato

XXVIII
Noi arriviamo a voi dal nobile Hurepoix
Secondo il nostro uso è un inizio della Beauce
Fattorie e campi tagliati a vostra immagine
Ma sovente interrotti da cortine di bosco

XXIX
E più spesso interrotti da profonde valli
Per l’Yvette e per la Bievre e i loro incroci
E i loro giri sapienti e i loro svincoli
E per i bei castelli e per i viali lunghi

XXX
Degli altri a voi verranno dal nobile Vermandois
E dai valloncelli di betulle e di selci
Degli altri a voi verranno dai palazzi e dalle galere
E dal paese picardo e dal verde Vendomois

XXXI
Ma piccola o più grande questa è sempre Francia
Il paese del bel grano e dei riquadri
Il paese dei grappoli e dei ruscelli
Il paese della ginestra, della brughiera e della landa

XXXII
Noi arriviamo a voi dal lontano Palaiseau
E dai sobborghi d’Orsay attraverso Gometz-le-Chatel
Altrimenti detto Saint-Clair: e non è un castello;
E’ un villaggio ai bordi di una strada tortuosa

XXXIII
Ci siamo affacciati, salendo da questo pendio
Sulla superficie piana e su Gometz-le-Ville
Sopra Saint-Clair: e non è una città;
E’ un villaggio ai bordi di una strada in pianura

XXXIV
Abbiamo disceso la costa di Limours
Abbiamo incontrato tre o quattro gendarmi
Loro ci hanno guardato, non senza qualche sospetto,
Consultare i segnali agli angoli degli incroci

XXXV
Abbiamo dormito nella calma Dourdon
Un grosso borgo molto ricco e che si sente provincia
Fieri abbiamo fiancheggiato, riguardandoti come un principe,
I fossi del castello tagliati come a gradino

XXXVI
La casa amica, ospitale e fraterna
Ci ha fatto dormire nel letto del ragazzo.
Vent’anni di ricordi sono stati la nostra canzone
Il pane ci fu tagliato da una mano materna

XXXVII
Tutta la nostra giovinezza è stata lì solenne
Per noi fu pronunciato il Benedicite
Quattro secoli di onore e di fedeltà
Facevano delle lenzuola un letto eterno

XXXVIII
Abbiamo finto di essere un gaio pellegrino
E anche uno che vive bene e che ama i viaggi
E di aver percorso centro e trent’un baliati
E di essere abituati a stare sul cammino

XXXIX
Il chiarore della lampada inondava la tovaglia
Ci fu fatto visitare l’orto
Sulla pergola s’apriva e su un bel frutteto
Fu tale il primo alloggio e la prima tappa

XL
L’orto era chiuso da un’ansa dell’Orge
A destra dava un muro di bosco
Sormontato da rami e da un leggero arco
Di fronte un fabbro con l’incudine e la forgia

XLI
Noi, noi ci siamo levati questa mattina prima dell’alba
Noi, noi ci siamo lasciati dopo i buoni addii
Il tempo si annunciava bello. “Tanto meglio” ci hanno detto.
Ci hanno fatto gustare dello stufato di bue

XLII
È sottinteso che il buon pellegrino
È chi beve costante e tiene il suo posto a tavola
E che non ha bisogno di fare il contabile
E che è sufficiente che si levi il mattino

XLIII
Il giorno era sulla strada e il sole si alzava
Quando abbiamo passato Saint-Mesme e le altre
Si avanzava già come due buoni apostoli[7]
E la sinistra e la destra contavano solamente

XLIV
Siamo risaliti per Guè de Longroy
Sono ormai finiti i nostri indugi
E l’iniquità dei dislivelli
Ecco la giusta piana e il segreto orrore

XLV
Di trovarci tutti soli ed ecco il carro
E la ruota e i buoi e il giogo e il fienile
E la polvere eguale e l’eguale fango
E l’eguale tristezza e l’eguale smarrimento

XLVI
Eccoci giunti sull’alta terrazza
Dove nulla può nascondere l’uomo davanti a Dio
Dove nessuna maschera né di luogo né di tempo
Potrà salvarci, Signore, dal vostro agguato

XLVII
Ecco l’immenso covone e l’immensa bica
E il grano sotto la mola e il nostro macerarci
E il sottile mannello e le nostre rinunce
E l’immenso orizzonte che lo sguardo abbraccia

XLVIII
E le nostre indegnità, questa immutabile massa,
E in un tal momento la nostra paura bassa
E il giusto terrore e il segreto tormento
Di trovarci tutti soli davanti alla vostra faccia

XLIX
Ma eccovi finalmente, regina di maestà.
Come abbiamo potuto lasciarci illudere
E marciare davanti a voi senza accorgerci di voi
Saremo dunque noi sempre un popolo inconvertibile

L
Questo paese è più liscio della più liscia tavola
Appena un incavo di suolo, appena una leggera piega
È la tavola del giudice e il fatto compiuto
E l’arresto senza appello e l’ordine ineluttabile

LI
E il pronunciamento del testo insormontabile
E la misura colma ed è la sorte piena
Ed è la vita stesa e l’uomo sepolto
Ed è l’araldo d’armi e il terribile sigillo

LII
Ma voi apparite, regina misteriosa.
Quella punta laggiù nello spumeggiare[8]
Delle messi e dei boschi e nel fluttuare
Dell’ultimo orizzonte non è affatto un leccio

LIII
Né il conosciuto profilo di un albero intercambiabile
È già più distante, e più bassa, e più alta,
Ferma come una speranza sull’ultima costa,
Sull’ultimo poggio l’inimitabile guglia  

LIV
Da qui a voi, o regina, non c’è che la strada
Questa noi riguardiamo, ne abbiamo fatte ben altre.
Voi avete la vostra gloria e noi abbiamo le nostre
Noi l’abbiamo scalfita, ce la mangeremo tutta

LV
Noi sappiamo cos’è un tratto che s’aggiunge
A un tratto già fatto e ciò che un chilometro
Chiede al garretto e ciò che bisogna mettere
Noi passeremo questa sera il ponte e la svolta

LVI
E il profondo fosso che le mura cerchia
Tagliati dalle auto, marceremo nel vento
Questa è la contrada inafferrabile in foto,
La strada nuda e grave che serpeggia

LVII
Abbiamo avuto la buona intuizione di partire al mattino
Questa sera dormiremo a due passi da casa
In quel vecchio albergo dove per quaranta soldi
Tutti dormiremo presso la vostra illustre torre

LVIII
Saremo così stanchi che guarderemo,
Seduti su una sedia vicino alla finestra,
Nel corpo macerati e in tutto l’essere
Con gli occhi abbattuti, quasi con occhi tondi

LIX
E le sopracciglia alzate fin dentro la fronte,
L’angolo una volta trovato da un solo uomo al mondo
E l’unica salita ascendente e profonda
E saremo reclute che contemplano

LX
Ecco l’asse e la linea e il fiore gigante
Ecco la dura pendenza e la soddisfazione
Ecco l’esattezza e il consenso
E il severo pianto, o regina del dolore[9]

LXI
Ecco la nudità, il resto è vestimento
Ecco il vestimento, tutto il resto è paramento
Ecco la purità, tutto il resto è lordura
Ecco la povertà, il resto è ornamento

LXII
Ecco la sola forza e il resto è debolezza
Ecco il crinale unico e il resto è sbavatura
E la sola nobiltà e il resto è spazzatura
E la sola grandezza e il resto è bassezza

LXIII
Ecco la sola fede che non è spergiura
Ecco il solo slancio che sa un poco ascendere
Ecco il solo istante che vale mettere in conto
Ecco il solo proposito che si realizza e che dura

LXIV
Ecco il monumento, tutto il resto è rivestimento
Ed ecco il nostro amore e il nostro intendimento
E il nostro atteggiamento e la nostra pacificazione
E il nulla del merletto e l’esatta modanatura

LXV
Ecco il bel giuramento, il resto è tradimento
Ecco l’unico prezzo delle nostre lacerazioni,
Il salario pagato per i nostri arroccamenti
Ecco la verità, il resto è impostura

LXVI
Ecco il firmamento, il resto è procedura
E verso il tribunale ecco l’aggiustamento
E verso il paradiso ecco il compimento
E la foglia di pietra e l’esatta nervatura

LXVII
Inchiodati resteremo sulla sedia di paglia[10]
E non intenderemo e non vedremo
Il tumulto delle voci, il tumulto dei passi
E la bolgia innocente nella cripta

LXVIII
Né i barrocciai venuti per il giorno del mercato
Né la finta collera e lo scoppio di bestemmie
Perché noi contempleremo e noi mediteremo
Con un solo abbraccio la guglia senza macchia

LXIX
Noi non sentiremo nè le nostre rigide facce
Né la fame né la sete né le rinunce nostre
Né le ginocchia indurite né i nostri ragionamenti
Né le gambe aggranchite dentro i nostri pantaloni

LXX
Perduti in questa stanza e tra tanti hotel
Noi non scenderemo all’ora del pasto
E non intenderemo e neanche vedremo
La città prosternata ai piedi dei vostri altari

LXXI
E quando si leverà il sole del domani
Ci sveglieremo in un’alba lustrale
All’ombra dei due bracci della vostra cattedrale
Felici e infelici e paralizzati dal cammino

LXXII
Noi veniamo a pregarvi per quel povero ragazzo[11]
Morto nel corso di quest’anno come uno sciocco
Quasi nella settimana e vicino al giorno
In cui nacque vostro figlio nella paglia e nella crusca

LXXIII
O Vergine, non era il peggiore del gregge
Non aveva che un difetto nella sua giovane corazza
Ma la morte che ci spia e che segue la nostra traccia
È passata per quel foro che si è fatto nella pelle

LXXIV
Era nato a noi vicino nel nostro Gatinais
La strada cominciava dove noi ridiscendiamo
Guadagnava ogni giorno tutto ciò che noi perdiamo
E pertanto era lui che a te tu destinavi,

LXXV
O morte, che fosti vinta in una prima tomba,
I passi aveva messo sulle nostre stesse impronte
Ma la sola mancanza di una sola paura
Lasciò passare la morte per un cammino nuovo

LXXVI
Eccolo ora nella vostra reggenza
Voi siete regina e madre e saprete dimostrarlo
Un essere era puro[12]. Voi lo farete rientrare
Nel vostro patronato e nella vostra indulgenza

LXXVII
O regina che leggi nel segreto del cuore
Voi sapete ciò che è la vita oppure la morte
E voi sapete così in quale segreto della sorte
Si cuce e si scuce l’astuzia dell’inseguitore

LXXVIII
E voi sapete così in quale accento del cuore
Si annoda e si snoda un accompagnamento
E quello che fa di spazio e di disboscamento
Per lasciare rotolare giù la muta del bracchiere

LXXIX
E voi sapete così in quale recesso di porto
Si prepara e si compie un nobile innalzamento
E per quale gioco di destrezza e di governo
Si rubi o si fissi un illustre sostegno

LXXX
E voi sapete così su quale filo di lama
Si gioca o si inganna uno spavento
E per quale colpo di pollice e quale bilanciamento
L’uno dei piatti discende e l’altro si alzi

LXXXI
E quanto può costare il labbro di uno schernitore
E quale forza e implicazione
Per trasformare in un solo colpo
Un vinto infelice in un infelice vincitore

LXXXII
Madre, eccolo dunque, era della nostra razza[13]
E vent’anni dopo nostro raddoppio
Regina, ricevetelo nel vostro emendamento
Dove è passata la morte, passerà bene la grazia

LXXXIII
Noi, noi torneremo per lo stesso cammino
La terra sarà di nuovo senza segreti,
Il castello senza un angolo e senza segreta
E questo suolo meglio inciso di una perfetta pergamena

LXXXIV
Et nunc et in hora, noi vi preghiamo per noi
Che siamo più folli di quel povero ragazzino
E senza dubbio meno puri e meno nella vostra mano
E meno avviati verso le vostre sacre ginocchia

LXXXV
Quando avremo interpretato i nostri ultimi personaggi
Quando avremo deposto la cappa e il mantello
Quando avremo gettato la maschera e il coltello
Vogliate voi ricordarvi dei nostri lunghi pellegrinaggi

LXXXVI
Quando noi ritorneremo in questa fredda terra,
Così come fu prescritto per il primo Adamo,
Regina di Saint-Cheron, di Saint-Arnould e di Dourdan,
Vogliate voi ricordarvi di questo cammino solitario

LXXXVII
Quando ci avranno messo in una stretta fossa
Quando su di noi avranno detta l’assoluzione e la messa
Vogliate voi ricordarvi, regina della promessa,[14]
Il lungo cammino che abbiamo fatto in Beauce

LXXXVIII
Quando noi avremo lasciato questo sacco e questa corda
Quando avremo tremato gli ultimi nostri tremori
Quando avremo rantolato gli ultimi nostri rantoli
Vogliate voi ricordarvi della vostra misericordia[15]

LXXXIX
Noi non domandiamo altro, rifugio dei peccatori,[16]
che l’ultimo posto nel vostro Purgatorio
per piangere lungamente la nostra tragica storia
e contemplare da lontano il vostro giovane splendore

NOTA FINALE: il testo utilizzato per la traduzione è quello pubblicato in CHARLES PEGUY, L’arazzo di Nostra Signora, ed. Logos, Roma, 1981 (con traduzione di Giorgio Francini)





[1] Uno dei titoli più antichi per indicare la Vergine Maria. Il nome ebraico Myriam (goccia del mare) venne tradotto da san Girolamo con ‘stilla maris’, ma trascritto per errore ‘stella maris’ da un indotto copista e tale rimasto in seguito per indicare cha Maria è la guida che porta a Cristo
[2] Invocazione contenuta nelle Litanie lauretane
[3] Peguy impiegherà spesso il verbo ‘marciare’, del resto è risaputo quanto amasse la vita militare, le marce, le sfilate militari
[4] Il ‘reposoir’ di Peguy, tradotto da altri con ‘riposo’, richiama il ‘luogo del mio riposo’ (di Dio) del Salmo 95
[5] Regione della Francia settentrionale formata da un altipiano calcareo, povera d’acque e con rari centri abitati.
[6] Altra invocazione contenuta nelle Litanie lauretane
[7] Peguy sta viaggiando assieme all’amico Alain Founier
[8] All’amico Lotte scriverà: Si vede il campanile di Chartres a diciassette chilometri sulla pianura. Di tanto in tanto spariva dietro un’ondulazione, una linea di boschi. Appena l’ho visto, sono andato in estasi. Tutte le mie impurità sono svanite di colpo. Ero un altro uomo. Ho pregato un’ora nella cattedrale, il sabato sera; ho pregato un’ora domenica mattina, prima della messa solenne. Ma non ho seguito la celebrazione: avevo paura della folla. Ho pregato, amico mio, come mai prima d’ora”. 

[9]Mater dolorosa’ è uno dei titoli con cui viene spesso invocata la vergine Maria. Per la tradizione cristiana sono sette i dolori di Maria che si possono enucleare dai testi evangelici
[10] La madre di Peguy, rimasta vedova, troverà lavoro come impagliatrice di sedie dopo la morte del marito. Peguy rimase orfano di padre subito dopo la nascita.
[11] Trattasi di Renè Bichet, giovane collaboratore della rivista di Peguy (Chaiers de la Quinzaine), morto dopo una festa con gli amici universitari in seguito a una iniezione di morfina
[12] Puro per Peguy è l’uomo che non scende a compromessi, non chi ha la fobia del contatto o della contaminazione (in ALAIN FINKIELKRAUT, Le mécontemporain, Gallimard, 1991, p.116)
[13] ‘Razza’ in Paguy non è una categoria fisica, ma il legame intimo e nello stesso tempo fragile di un popolo (A. Finkielkraut, p. 115)
[14] Al domenicano francese Alano della Rupe (sec. XV) Maria aveva rivelato 15 promesse per i devoti al Santo Rosario
[15] Maria, mater misericordiae, è ricordata nel Salve Regina
[16] Maria, refugium peccatorum, è nelle Litanie lauretane

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