venerdì 6 ottobre 2017

Poesie, testi e film per l’orientamento



Poesie, testi e film per l’orientamento
Testi di Eliot, Gibran, Neruda, Saba. Il film ‘Vado a scuola’ di Pascal Plisson
Attività realizzata nella classe 3 A (ottobre 2017)

Parte prima: poesie sul lavoro


Thomas Sterns Eliot, Il LAVORO
In luoghi abbandonati
Noi costruiremo con mattoni nuovi
Vi sono mani e macchine
E argilla per nuovi mattoni
E calce per nuova calcina
Dove i mattoni son caduti
Costruiremo con pietra nuova
Dove le travi son marcite
Costruiremo con nuovo legname
Dove parole non son pronunciate
Costruiremo con nuovo linguaggio
C’è un lavoro comune
Una Chiesa per tutti
E un impiego per ciascuno
Ognuno al suo lavoro.

T. S. Eliot, I DISOCCUPATI

Nessuno ci ha offerto un lavoro
Con le mani in tasca
e il viso basso
stiamo in piedi all'aperto
e tremiamo nelle stanze senza fuoco.
Solo il vento si muove
sui campi vuoti, incolti,
dove l'aratro è inerte, messo di traverso
al solco. In queste terra
ci sarà una sigaretta per due uomini,
per due donne soltanto mezza pinta
di birra amara.
In questa terra
nessuno ci ha offerto un lavoro.
La nostra vita non è bene accetta,
la nostra morte
non è citata dal "Times".

 Kalhil Gibran, IL LAVORO


Allora un contadino disse:
Parlaci del Lavoro.

E lui rispose dicendo:
Voi lavorate per assecondare il ritmo della terra e l’anima della terra.
Poiché oziare è estraniarsi dalle stagioni e uscire dal corso della vita,
che avanza in solenne e fiera sottomissione verso l’infinito.

Quando lavorate siete un flauto
attraverso il quale il sussurro del tempo si trasforma in musica.
Chi di voi vorrebbe essere una canna silenziosa e muta
quando tutte le altre cantano all’unisono?

Sempre vi è stato detto che il lavoro è una maledizione e la fatica una sventura.
Ma io vi dico che quando lavorate esaudite una parte del sogno più remoto della terra,
che vi fu dato in sorte quando il sogno stesso ebbe origine.
Vivendo delle vostre fatiche,
voi amate in verità la vita.
E amare la vita attraverso la fatica è comprenderne il segreto più profondo.

Ma se nella vostra pena voi dite
che nascere è dolore e il peso della carne una maledizione scritta sulla fronte,
allora vi rispondo:
tranne il sudore della fronte niente laverà ciò che vi è stato scritto.

Vi è stato detto che la vita è tenebre
e nella vostra stanchezza voi fate eco a ciò che è stato detto dagli esausti.
E io vi dico che in verità la vita è tenebre fuorché quando è slancio,
E ogni slancio è cieco fuorché quando è sapere,
E ogni sapere è vano fuorché quando è lavoro,
E ogni lavoro è vuoto fuorché quando è amore;
E quando lavorate con amore voi stabilite un vincolo con voi stessi,
con gli altri e con Dio.

E cos’è lavorare con amore?
È tessere un abito con i fili del cuore,
come se dovesse indossarlo il vostro amato.
È costruire una casa con dedizione come se dovesse abitarla il vostro amato.
È spargere teneramente i semi e mietere il raccolto con gioia,
come se dovesse goderne il frutto il vostro amato.
È diffondere in tutto ciò che fate il soffio del vostro spirito,
E sapere che tutti i venerati morti stanno vigili intorno a voi.

Spesso vi ho udito dire, come se parlaste nel sonno:
“Chi lavora il marmo e scopre la propria anima configurata nella pietra,
è più nobile di chi ara la terra.
E chi afferra l’arcobaleno e lo stende sulla tela in immagine umana,
è più di chi fabbrica sandali per i nostri piedi”.
Ma io vi dico,
non nel sonno ma nel vigile e pieno mezzogiorno,
il vento parla dolcemente alla quercia gigante come al più piccolo filo d’erba;
E che è grande soltanto chi trasforma la voce del vento in un canto reso più dolce dal proprio amore.

Il lavoro è amore rivelato.
E se non riuscite a lavorare con amore,
ma solo con disgusto, è meglio per voi lasciarlo e,
seduti alla porta del tempio,
accettare l’elemosina di chi lavora con gioia.
Poiché se cuocete il pane con indifferenza,
voi cuocete un pane amaro,
che non potrà sfamare l’uomo del tutto.
E se spremete l’uva controvoglia,
la vostra riluttanza distillerà veleno nel vino.
E anche se cantate come angeli,
ma non amate il canto,
renderete l’uomo sordo alle voci del giorno e della notte.



Khalil Gibran (جبران خليل جبران o Jibrān Khalīl Jibrān) (Bsharri, 6 gennaio 1883 – New York, 10 aprile 1931) è stato un poeta, pittore e filosofo libanese.
Libanese di religione cristiano-maronita emigrò negli Stati Uniti; le sue opere si diffusero ben oltre il suo paese d’origine: fu tra i fondatori, insieme a Mikha’il Nu’ayma, dell’Associazione degli scrittori, punto d’incontro dei letterati arabi emigrati in America. La sua poesia venne tradotta in oltre 20 lingue, e divenne un mito per i giovani che considerarono le sue opere come breviari mistici. Gibran ha cercato di unire nelle sue opere la civiltà occidentale e quella orientale. Fra le opere più note: “Il Profeta” e “Massime spirituali”.



 Pablo Neruda, ODE AL MURATORE TRANQUILLO



Il muratore
dispose
i mattoni.
Mescolò la calce, lavorò
con sabbia.

Senza fretta, senza parole,
fece i suoi movimenti
alzando la scala,
livellando
il cemento.

Omeri rotondi, sopracciglia
sopra degli occhi
seri.

Lento andava e veniva
nel suo lavoro
e dalla sua mano
la materia
cresceva.
La calce coprì i muri,
una colonna
alzò il suo lignaggio,
i soffitti
impedirono la furia
del sole esasperato.

Da una angolo all’altro andava
con
tranquille mani
il muratore
spostando
materiali.
E alla fine
della
settimana,
le colonne,
l’arco,
figli di
calce, sabbia,
sapienza e mani,
inaugurarono
la semplice fermezza
e la freschezza.

Ahi, che lezione
mi dette col suo lavoro
il muratore tranquillo!



(Amedeo Trevellin intento alla pavimentazione di fronte a palazzo Moroni, Padova-foto da rivista anni ’80)

Pablo Neruda, ODE AL RICERCATORE
C'è un uomo
nascosto,
guarda
con un solo occhio
di ciclope efficiente,
sono cose minuscole,
sangue,
gocce d'acqua,
e scrive o conta,
la nella goccia
circola l'universo
la Via Lattea trema
come un piccolo fiume,
l'uomo
guarda
e annota,
nel sangue
punti rossi,
vaganti
pianeti
o invasioni
di favolosi reggimenti bianchi,
l'uomo
col suo occhio
annota,
descrive...
scopre
un centro
una minaccia,
un punto
spezzato,
un alone nero,
lo identifica, trova
il suo prontuario ,
ormai non può sfuggire,
e presto
nel tuo corpo infurierà la caccia,
la guerra
iniziata nell'occhio
del ricercatore:
sarà di notte, accanto
alla madre la morte,
accanto al bimbo le ali
dell'invisibile terrore,
la battaglia nella piaga,
tutto
è cominciato
con l'uomo
e col suo occhio
che cercava
nel cielo
nel sangue
una stella maligna.
E là col camice bianco
continua
a cercare
il segno,
il numero,
il colore
della morte
o della vita,
decifrando
il tessuto
l'insegna della febbre
o il primo sintomo
dell'umano sviluppo,
E poi
lo scopritore
sconosciuto,
l'uomo
che ha viaggiato nelle tue vene
o ha denunciato
un viaggiatore di frodo
a sud o a nord
delle tue viscere,
il temibile
uomo con occhio
prende il cappello dall'attaccapanni,
se lo mette,
accende una sigaretta,
ed entra nella via,
si muove, s'allontana,
si sparge nelle strade,
si mescola al folto della gente,
e infine scompare
come il drago,
il minuscolo e circolante mostro
ch'è rimasto là dimenticato
in una goccia nel laboratorio.
da Poesie (Traduzione D. Puccini)

In "Ode al ricercatore" Pablo Neruda esalta il lavoro dello scienziato che esplorando i vari segreti della natura offre un grande contributo al progresso dell'umanità.

Pablo Neruda nelle sue poesie canta le cose più semplici e umili della realtà; osserva e descrive gli aspetti modesti e quotidiani della vita. Lo scienziato paziente e silenzioso cerca di combattere ciò che tormenta l'umanità e cerca di capire cosa provoca tanto male negli uomini. L'autore ci presenta il ricercatore nei vari momenti del suo lavoro per farci capire l'importanza e la difficoltà del suo operato; egli è chiuso nel suo laboratorio e come un ciclope osserva al microscopio con un solo occhio trovando nella goccia di sangue le stesse caratteristiche di armonia possedute dall'universo. Osserva e prende appunti: le molecole somigliano a costellazioni e pianeti, mentre i movimenti dei corpuscoli sembrano percorsi di stelle e minacce di invasione. Lo scienziato vede i globuli rossi e i globuli bianchi che vengono paragonati dall'autore a degli eserciti minacciosi per il fatto che il loro proliferare genera svariate malattie; l'occhio del ricercatore è molto attento e se trova qualcosa di strano porta subito l'uomo alla lotta contro l'elemento che potrebbe portare la malattia.

In questi primi versi il poeta sottolinea l'attenzione e la velocità dello scienziato intento a trovare piccoli segni negativi nel minor tempo negativo per porvi subito rimedio; si nota inoltre l'amore che mette il ricercatore, con la sua estrema pazienza, nel suo lavoro per aiutare in un futuro i suoi simili, come un soldato che vigila con attenzione per respingere l'attacco del nemico.

Con le parole "invasioni e reggimenti" Neruda evidenzia il fatto che il lavoro dello scienziato è una lotta contro le malattie e la morte. Dopo che lo scienziato ha trovato le cause della malattia, comincia la cura del paziente che se ha un buon esito porta il paziente alla salute e tutto ciò è merito del ricercatore che con la sua bravura e pazienza ha allontanato la malattia e la morte.
(da: http://doc.studenti.it/download_2/d32bed6b_1.html)


Umberto Saba, DISOCCUPATO

Dove sen va cosí di buon mattino 
quell’uomo al quale m’assomiglio un poco?
Ha gli occhi volti all’interno, la faccia 
sí dura e stanca. 


Forse cantò coi soldati di un’altra 

guerra, che fu la guerra nostra. Zitto 
egli sen va, poggiato al suo bastone 
e al suo destino,


tra gente che si pigia 

in lunghe file alle botteghe vuote. 
E suona la cornetta all’aria grigia 
dello spazzino.


Parte seconda: testi sul lavoro

Cos’è il lavoro
Dalla lettera enciclica Laborem exercens del sommo pontefice
Giovanni Paolo II (1981)

L'uomo, mediante il lavoro, deve procurarsi il pane quotidiano e contribuire al continuo progresso delle scienze e della tecnica, e soprattutto all'incessante elevazione culturale e morale della società, in cui vive in comunità con i propri fratelli. E con la parola «lavoro» viene indicata ogni opera compiuta dall'uomo, indipendentemente dalle sue caratteristiche e dalle circostanze, cioè ogni attività umana che si può e si deve riconoscere come lavoro in mezzo a tutta la ricchezza delle azioni, delle quali l'uomo è capace ed alle quali è predisposto dalla stessa sua natura, in forza della sua umanità. Fatto a immagine e somiglianza di Dio stesso nell'universo visibile, e in esso costituito perché dominasse la terra, l'uomo è perciò sin dall'inizio chiamato al lavoro. Il lavoro è una delle caratteristiche che distinguono l'uomo dal resto delle creature, la cui attività, connessa col mantenimento della vita, non si può chiamare lavoro; solo l'uomo ne è capace e solo l'uomo lo compie, riempiendo al tempo stesso con il lavoro la sua esistenza sulla terra. Così il lavoro porta su di sé un particolare segno dell'uomo e dell'umanità, il segno di una persona operante in una comunità di persone; e questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce, in un certo senso, la stessa sua natura.

Il lavoro nella costituzione italiana
Alla persona che presta il lavoro la Repubblica italiana riconosce e garantisce diritti inviolabili, anche e soprattutto nella dimensione lavorativa (art. 2 Cost.). Il lavoro è considerato valore fondativo della Repubblica (art. 1 Cost.), nonché status attraverso il quale si realizza la partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art. 3, co. 2 Cost.). La carta costituzionale riconosce inoltre nel lavoro un «diritto», da un lato, e un «dovere», dall’altro; la Repubblica si impegna, infatti, a promuovere le condizioni di effettività del «diritto al lavoro», che riconosce a tutti i cittadini (art. 4, co. 1, Cost.), ma al contempo, cristallizza il lavoro come un «dovere», di scegliere e svolgere un’attività o una funzione, concorrendo così al progresso materiale e spirituale della società secondo le proprie possibilità (art. 4, 2° co., Cost.). La Costituzione contiene altresì un gruppo di norme dei rapporti economici, collocate nel titolo III, concernenti la disciplina di interessi ed esigenze dei lavoratori ritenuti di particolare rilevanza. L’art. 35 attribuisce alla Repubblica il compito di tutelare il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni, di curare la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori, di promuovere gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro. L’art. 36 stabilisce una norma di importanza fondamentale nella disciplina lavoristica in genere, fissando i principi di sufficienza e proporzionalità della retribuzione, e riconosce altresì al lavoratore il diritto irrinunciabile al riposo settimanale e alle ferie annuali retribuite. L’art. 37 accorda alle lavoratrici gli stessi diritti dei lavoratori dell’altro sesso – sottolineando anche l’esigenza di far sì che possano attendere alle funzioni famigliari, di mogli e di madri – e rinvia alla legge la fissazione dell’età minima per il lavoro salariato, nonché il compito di tutelare «il lavoro dei minori con speciali norme e garantire ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione». L’art. 38 concerne gli istituti e i diritti all’assistenza e alla previdenza dei cittadini inabili al lavoro e sprovvisti di mezzi e in particolare dei lavoratori colpiti da eventi che fanno cessare la possibilità di svolgere attività retribuita. Di importanza particolare in materia lavoristica e ancor più sindacale, sono gli art. 39 e 40, che fissano i principi della libertà sindacale e del diritto allo sciopero. La disposizione sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende (art. 46) è di fatto rimasta sulla carta, non essendo state mai emanate le leggi che avrebbero dovuto stabilire «i modi» e «i limiti» di tale partecipazione, fatta eccezione per alcuni diritti sindacali in materia di informazione e consultazione (per es., per il trasferimento di azienda e per il licenziamento collettivo), riconosciuti però ai sindacati e non ai lavoratori (come prescrive la norma costituzionale).
(da; http://www.treccani.it/enciclopedia/lavoro-diritto-costituzionale/)


 Parte terza: il film ‘Vado a scuola’

“Vado a scuola”: un film da vedere, soprattutto per le scuole
di Cristina Lacava

Non pensate alla solita storia caramellosa e strappalacrime, studiata a tavolino per colpire al cuore gli occidentali ricchi (forse). “Vado a scuola” è un film bello, dove i bambini sono i protagonisti assoluti, con le loro voci e le loro storie, senza inutili commenti fuori campo. Commuove, certo, come è giusto che sia, ma senza facili scorciatoie. Al festival di Locarno, dov’è stato presentato l’ultima sera, ha avuto gran successo. Da noi arriva nei cinema il 26, chissà. Io spero che lo vedano in tanti, adulti e bambini, con e senza gli insegnanti.
“Vado a scuola” racconta come 4 ragazzi, tra gli 11 e i 13 anni, in 4 angoli sperduti della terra affrontino ogni giorno ore di cammino, a rischio della loro stessa vita, pur di arrivare a scuola. E come lo facciano sempre con il sorriso sulle labbra, consapevoli di quanto l’istruzione sia la loro grande, irripetibile possibilità. Le storie si intrecciano, i bambini non sono mai in posa, ma ripresi “al naturale” nei loro dialoghi con i familiari. Nessuno di loro aveva mai visto una troupe, naturalmente, e per essere ripresi hanno chiesto solo di non essere disturbati e non perdere neanche un’ora di lezione.
Si parte con Jackson, Kenya: è il bambino più a rischio perché ogni mattina fa 15 chilometri di corsa, in mezzo alla savana, trascinandosi dietro la sorellina. Per arrivare a scuola deve superare una zona piena di animali selvaggi, soprattutto i temibili elefanti. Il pericolo è noto; ogni anno 4-5 bambini della sua scuola vengono uccisi lungo il percorso mattutino, e appena si entra in classe il maestro fa l’appello per essere sicuro che tutti gli alunni siano arrivati sani e salvi. Nella scuola non c’è l’acqua potabile, e tutti devono portarsi dietro una tanichetta. Ma le difficoltà non scoraggiano Jackson che corre per arrivare puntuale: nel giorno in cui lo segue il documentario, spetta a lui l’alzabandiera del mattino. E ci tiene tantissimo a fare bella figura. Così come ci tiene a presentarsi in ordine; nella prima scena del documentario, si vede proprio Jackson che lava la sua divisa in una buca nel terreno.
Poi c’è Carlito, in Patagonia, che ogni mattina si fa 25 km a cavallo con la sorellina e supera le montagne (i paesaggi sono straordinari). Nella prima parte è solo; poi si incontra con altri ragazzi, anche loro a cavallo. Quando arrivano a scuola, ciascuno parcheggia il suo, come se fosse un motorino. Da grande, dice Carlito, vorrà restare nella sua terra e fare il veterinario, mentre la sorella sogna di diventare maestra.
La storia forse più commuovente è quella di Samuel, 11 anni, che vive con i fratelli più piccoli in un villaggio sul golfo del Bengala. Samuel è disabile e per portarlo a scuola i fratellini devono spingerlo per un’ora e mezza su una carrozzina sgangherata che rischia di perdere i pezzi (e infatti una ruota si sgonfia). Ma il momento più bello è quando i due più piccoli lasciano Samuel davanti alla scuola media, dove lo pettinano e lo accarezzano con un affetto che fa stringere il cuore. E dopo un ultimo bacio lo lasciano ad altri ragazzini, che lo accolgono con un entusiasmo che dovrebbe essere di lezione a tanti. Proprio Samuel, il diverso, è il compagno più amato e la sua presenza in classe arricchisce gli altri
Ma a me ha colpito di più una ragazzina, Zahira, che vive in una comunità berbera tra le montagne dell’Atlante, in Marocco. Zahira è in gamba; mentre le sue sorelle a 13 anni sono già sposate e i fratelli si occupano del bestiame, lei è l’unica che ha il grande privilegio di poter studiare. Glielo spiega la nonna, analfabeta, e la ragazzina annuisce, orgogliosa e consapevole. Ogni lunedì Zahira con due amiche si fa 4 ore a piedi, lungo sentieri impervi, per arrivare nella città dove c’è il collegio che le ospita fino al venerdì. Lungo la strada qualche volta riescono ad avere un passaggio, altre no: un anziano per esempio si rifiuta di dare uno strappo alle bambine che vanno a scuola. Loro però non si scoraggiano, anche quando una si fa male alla caviglia e non può proseguire. Sono forti, entusiaste, allegre e se ne infischiano dei pregiudizi, grazie anche alle famiglie che le appoggiano.
E questo vale anche per gli altri: i quattro ragazzi non affronterebbero quei sacrifici, quei pericoli, se i genitori, pur poverissimi e ignoranti, non li aiutassero. Sono sorridenti e fiduciosi perché pensano – e a ragione – di avere in mano le redini del proprio futuro.
Il regista, il francese Pascal Plisson, esperto in documentati sull’Africa, ha avuto l’idea mentre lavorava a un progetto sui Masai. Ha visto dei bambini che affrontavano i pericoli della savana per andare a scuola, e da lì è partito. Grazie all’Unesco e all’organizzazione internazionale Aide et Action ha avuto i contatti con le scuole, che gli hanno segnalato gli studenti. Ora promette di continuare a seguire i “suoi” magnifici quattro, e di aiutarli. Speriamo.

Parte quarta: attività assegnate

-         ascoltare testi poetici per coglierne il significato, i temi, l’intenzione comunicativa
-         leggere testi poetici
-         saper parafrasare testi poetici
-         saper commentare oralmente
-         scrivere una parafrasi, un commento
-         confrontare testi diversi
-         cercare informazioni biografiche sugli autori
-         conoscere e utilizzare termini nuovi
-         stendere una relazione sul lavoro svolto
-         scrivere una recensione su un film


mercoledì 27 settembre 2017

Storia. Le lapidi della Grande guerra rivivono su Twitter

«Se qualcuno domanda perché siamo morti, / ditegli perché i nostri padri hanno mentito» (R. Kipling)

Storia. Le lapidi della Grande guerra rivivono su Twitter


Riccardo Michelucci mercoledì 27 settembre 2017 (Avvenire)
Un progetto pubblica ogni giorno sul social network un diverso epitaffio dei caduti dell'impero britannico. Riportando alla luce sofferenze e polemiche
Le lapidi della Grande guerra rivivono su Twitter
«Vittima della menzogna / che la guerra possa fermare la guerra»; «Quante speranze sono sepolte qua / con il nostro unico figlio»; «Riposa nel Signore e attendi pazientemente la Sua venuta »; «I tuoi passi lontani risuonano nel corridoio del tempo». Centinaia di epitaffi per i caduti della Grande Guerra, pubblicati uno al giorno per oltre quattro anni. Iscrizioni cariche di sofferenza e amore, di disperazione e orgoglio, alcune con riferimenti alla Bibbia e ai classici della letteratura, altre che raccontano un particolare della vita di un soldato o di un’infermiera morta negli anni del conflitto.
È Twitter a far rivivere la memoria dei caduti britannici della Prima guerra mondiale con l’ambizioso progetto Great War Inscriptions ideato dalla storica inglese Sarah Wearne. Tre anni fa la studiosa ha iniziato a pubblicare giornalmente le iscrizioni tratte dalle tombe dei cimiteri di guerra sul profilo @WWInscriptions con l’intenzione di proseguire fino all’11 novembre 2018, solcando così il centenario dell’armistizio che pose fine alla brutale mattanza d’inizio Novecento.
Ciascun tweet rimanda a una pagina del sito epitaphsofthegreatwar.com che indica il nome, l’età, la data di morte, il corpo di appartenenza e il cimitero dove si trova la lapide. Nella stessa pagina la storica spiega ogni singolo epitaffio citando gli eventuali riferimenti letterari – alcuni tratti da Orazio, Shakespeare, Kipling e Tennyson – e riporta, laddove possibile, anche una breve biografia del caduto.
La fase di ricerca del progetto (che ha già superato ampiamente il migliaio di tweet) è durata molti anni, durante i quali Wearne ha studiato negli archivi e ha visitato i più remoti cimiteri di guerra europei riuscendo a riportare in vita le iscrizioni scelte all’epoca dai genitori o dalle mogli dei caduti. Frasi che non ricordano soltanto il sacrificio dei soldati ma anche l’eroismo delle infermiere che seguendo le orme di Florence Nightingale persero la vita nelle trincee, sui campi di battaglia o negli ospedali.
Le lapidi riportano epitaffi in più lingue che rispecchiano la patria d’origine del caduto, dal gallese al gaelico scozzese, dall’Afrikaans al Maori. Alcuni sono stati raccolti in due libri dedicati ai momenti cruciali del primo conflitto mondiale: la battaglia della Somme del 1916 e quella di Ypres dell’anno successivo ( Epitaphs of the Great War: The Somme e Epitaphs of the Great War: Passchendaele). Ma il cuore del progetto resta la rievocazione quotidiana delle iscrizioni attraverso Twitter, dove il limite dei 140 caratteri appare persino ampio, considerando che all’epoca ai familiari ne furono concessi meno della metà – appena 66 – per ricordare i loro cari.
Cimitero di guerra britannico a Mons, in Belgio (WikiCommons)
Cimitero di guerra britannico a Mons, in Belgio (WikiCommons)

Oggi la geografia di quella memoria bellica lontana un secolo è parte del nostro paesaggio e i cimiteri della Prima guerra mondiale, sparsi per l’Europa, sono ammirati per la loro silenziosa e sobria dignità, ma all’epoca le regole imposte dal governo britannico innescarono non poche controversie. Nel 1915, al culmine del conflitto, Londra proibì infatti il rimpatrio delle salme dalle zone di guerra ignorando le richieste delle famiglie, che non volevano vedere le spoglie dei loro cari inumate in un remoto angolo di un paese straniero. Molti si illusero che sarebbe stato sufficiente attendere la fine delle ostilità per poter dare una degna sepoltura ai propri cari ma il divieto sarebbe rimasto in vigore anche in seguito. A nessuno, neanche a chi aveva i mezzi per farlo, fu consentito di riportare a casa i resti dei propri cari, per evitare che nei cimiteri di guerra restassero soltanto le tombe dei più poveri.
«Contrariamente a quanto si può pensare – ha spiegato Wearne – i cimiteri non intendevano riflettere l’uguaglianza dei morti di fronte a Dio, bensì di fronte all’Impero. Che arrivassero dall’Inghilterra, dal Canada o dall’Australia, i soldati dovevano essere tutti sepolti insieme». Un’apposita commissione governativa stabilì poi che le lapidi dovevano essere uniformate e quindi le famiglie, quale che fosse il grado del soldato caduto, non ebbero neanche la possibilità di sceglierne la forma o le dimensioni. Fu la Chiesa cattolica a far notare che poiché non vi era stata quasi mai la possibilità di amministrare gli ultimi riti, sarebbe stato indispensabile dedicare una preghiera a ciascun morto per favorire il passaggio dell’anima nell’aldilà. Ma in presenza di caduti appartenenti a diverse confessioni religiose fu necessario trovare un compromesso. La commissione concesse che su ciascuna lapide fosse apposta una breve iscrizione lunga non più di 66 caratteri, fissando un costo di 3 pence e mezzo per ciascuna lettera. Una decisione che scatenò non poche proteste, considerando che nel Dopoguerra non tutti potevano permettersi una spesa del genere e furono costretti a rinunciare a quello che di fatto era rimasto l’unico modo per ricordare i propri cari. Ecco perché soltanto sul quaranta per cento di quelle lapidi è stata apposta un’iscrizione. Per tutti gli altri, per i quali l’assenza di un’epigrafe ha inevitabilmente favorito l’oblio, può valere quanto scrisse Rudyard Kipling sotto forma di poesia, pensando a suo figlio John, arruolatosi volontario e ucciso a pochi mesi dall’inizio della Grande guerra: «Se qualcuno domanda perché siamo morti, / ditegli perché i nostri padri hanno mentito».

domenica 24 settembre 2017

Grande guerra: finite le ostilità, non terminarono stragi e sofferenze

Grande guerra: finite le ostilità,
non terminarono stragi e sofferenze

In un saggio di Robert Gerwarth (Laterza), le terre straziate dalle lotte cruente
che seguirono l’armistizio del 1918, tra cui Russia, Germania, Finlandia, Ungheria

La battaglia che si svolse nel 1921 presso il fiume Sakarya o Sangarios, una delle più importanti di quel duro conflitto La battaglia che si svolse nel 1921 presso il fiume Sakarya o Sangarios, una delle più importanti di quel duro conflitto
shadow
C’è una considerevole parte d’Europa (e non solo) per la quale gli anni successivi alla Prima guerra mondiale hanno contato molto di più — anche in termini di sofferenze — di quelli tra il 1914 e il 1918. In primo luogo la Russia, la cui storia nel Novecento inizia — per così dire — con le due rivoluzioni del 1917. Ma anche l’Ucraina, la Polonia, la Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Finlandia, la Serbia, l’Irlanda. E, dall’altra parte del Mediterraneo, l’intero Medio Oriente. Lì il ricordo della Grande guerra è quasi sfocato rispetto a quello ben più nitido degli anni successivi al conflitto. Proprio perché per molti Paesi europei la Prima guerra mondiale non finì affatto nel 1918 e anzi, per alcuni, il periodo che seguì fu più sanguinoso del precedente. Se ne accorse già nel maggio del 1919, un quotidiano austriaco ad ampia diffusione, «Innsbrucker Nachrichten», che pubblicò un editoriale, dal titolo La guerra in tempo di pace, nel quale si constatava con un certo allarme che la violenza postbellica aveva investito un arco territoriale che andava dalla Finlandia e dagli Stati baltici, alla Russia, all’Ucraina, alla Polonia, all’Ungheria, alla Germania e all’Austria stessa. Per estendersi, attraversati i Balcani, all’Anatolia e al Caucaso. Forse per una distrazione l’articolo non menzionava l’Irlanda, che pure durante la guerra d’Indipendenza (1919-21) e il successivo conflitto civile (1922-23) avrebbe conosciuto drammi assai simili a quelli che allarmavano il giornale austriaco. Drammi che avrebbero trovato il loro apogeo nelle due settimane del settembre 1922 in cui i turchi rientrarono in possesso di Smirne, diedero ai loro uomini licenza di saccheggiare nonché di uccidere e i morti, tra greci e armeni, furono trentamila.
Pëtr Struve (1870-1944) nel 1898 fu tra i fondatori del Partito socialista democratico russo, la cui corrente bolscevica avrebbe preso le redini della rivoluzione
Pëtr Struve (1870-1944) nel 1898 fu tra i fondatori del Partito socialista democratico russo, la cui corrente bolscevica avrebbe preso le redini della rivoluzione
Nel 1919, su impulso del primo ministro britannico David Lloyd George, un esercito di invasione greco era sbarcato a Smirne. Adesso, dopo tre anni di feroci scontri armati, i soldati di Mustafa Kemal riconquistavano la città e per prima cosa catturavano l’arcivescovo ortodosso Chrysostomos, reo ai loro occhi di aver, a suo tempo, sostenuto l’invasione greca. Il metropolita fu consegnato ad una folla inferocita che lo rinchiuse nel negozio di un barbiere ebreo. E fu il proprietario della bottega a descrivere ciò che accadde in seguito: «Qualcuno afferrò un telo bianco, lo mise attorno al collo dell’uomo e urlò: “Dagli una rasata!”. Al prelato strapparono poi la barba, gli cavarono gli occhi con dei coltelli, gli amputarono le orecchie, il naso e le mani. Il corpo martoriato venne quindi trascinato in un vicolo, scaraventato in un angolo dove avrebbe conosciuto la morte dopo ore e ore di inumane sofferenze». Fu anche questa l’Europa del primo dopoguerra. Un continente descritto adesso con grande efficacia da Robert Gerwarth nel libro La rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra 1917-1923 che, nell’eccellente traduzione di David Scaffei, Laterza manderà a giorni in libreria.
Mustafa Kemal, poi detto Atatürk (1881-1938), guidò le forze turche nella guerra vittoriosa contro i greci
Mustafa Kemal, poi detto Atatürk (1881-1938), guidò le forze turche nella guerra vittoriosa contro i greci
Per coloro che nel 1919 vivevano a Riga, Kiev, Smirne o in molte altre località dell’Europa orientale, centrale e sud-orientale, scrive Gerwarth, non ci fu pace in quegli anni, «ma solo una continua scia di violenze». La guerra mondiale, notò già allora il filosofo russo Pëtr Struve — che aveva militato dapprima con i socialisti e successivamente dalla parte dei «russi bianchi» — «terminò formalmente con la firma dell’armistizio, ma di fatto tutto ciò che da quel momento in poi abbiamo vissuto e continuiamo a vivere, non è che una continuazione e una trasformazione della guerra mondiale». Solo fra il 1917 e il 1920, nota lo storico, in Europa si ebbero ben 27 mutamenti politici violenti, molti dei quali accompagnati da guerre civili latenti o conclamate. Il caso più estremo fu quello della Russia dove «l’ostilità fra i sostenitori del colpo di Stato attuato dai bolscevichi di Lenin nel 1917 e i loro oppositori degenerò rapidamente in una guerra civile di proporzioni senza precedenti, che alla fine avrebbe provocato ben più di tre milioni di vittime». Tre milioni di vittime.
I Paesi europei sconfitti nella Grande guerra, scrive lo studioso, «spesso sono stati descritti o attraverso il prisma della propaganda o assumendo il punto di vista del 1918, quando la legittimazione dei nuovi Stati nazionali dell’Europa centro-orientale esigeva la demonizzazione degli imperi dai quali si erano distaccati». Un genere di lettura che indusse alcuni storici occidentali ad «interpretare la Prima guerra mondiale nei termini di un’epica lotta tra gli Alleati democratici da una parte e gli Imperi centrali autocratici dall’altra (tralasciando il fatto che l’impero più autocratico in assoluto, la Russia di Nicola II, aveva fatto parte della Triplice Intesa)». In anni più recenti però, riconosce l’autore, un numero crescente di ricerche sugli ex imperi ottomano, tedesco e austriaco ha messo in discussione la leggenda nera secondo la quale gli Imperi centrali «erano più o meno degli Stati canaglia e delle anacronistiche prigioni dei popoli». La «riabilitazione» è stata relativamente agevole per la Germania e l’Impero asburgico, che oggi appaiono agli storici «in una luce molto più benevola (o quantomeno più sfumata)» di quanto non fosse stato fino alla fine del Novecento. Ma anche riguardo all’Impero ottomano, dove il genocidio degli armeni avvenuto durante la guerra sembrava confermare la «natura malvagia» di quell’impero stesso che avrebbe usato «la violenza per sopprimere le minoranze», bene, rispetto a questa lettura sta adesso gradualmente venendo alla luce un quadro che viene presentato come assai più complesso.
E anche se si considerano eccessive queste «riabilitazioni» degli imperi prebellici, aggiunge Gerwarth, «sarebbe difficile sostenere che l’Europa postimperiale fosse un luogo migliore e più sicuro rispetto a quella del 1914». Era dai tempi della guerra dei Trent’anni (1618-1648) che nel nostro continente non si assisteva a un intreccio di conflitti, «ma soprattutto di guerre civili dai confini così indefiniti e dal carattere così cruento come quelle degli anni successivi al 1917-18». Con scontri armati che si sovrapponevano alle rivoluzioni, alle controrivoluzioni, e alle ostilità di confine fra Stati in formazione, privi di frontiere chiaramente definite e di governi riconosciuti dalla comunità internazionale, con tutte queste esplosioni di odio «l’Europa postbellica degli anni che vanno dalla conclusione ufficiale della Grande guerra nel 1918 al trattato di Losanna del luglio 1923, fu il luogo più violento del pianeta». Anche a non voler calcolare i milioni di decessi provocati fra il 1918 e il 1920 dalla pandemia di influenza spagnola o le centinaia di migliaia di civili che da Beirut a Berlino perirono di fame in conseguenza della decisione alleata di mantenere il blocco economico anche dopo la fine delle ostilità, scrive Gerwarth, le vittime dei conflitti armati dell’Europa in quei cinque anni furono «più delle perdite subite complessivamente dalla Gran Bretagna, dalla Francia e dagli Stati Uniti nel corso della Grande guerra». Milioni e milioni di morti. Ai quali vanno aggiunti altri milioni di profughi impoveriti provenienti dall’Europa centrale, orientale e meridionale, che vagarono negli scenari stravolti dalla guerra dell’Europa occidentale, alla ricerca di sicurezza e di una vita migliore. Talché secondo l’autore de La rabbia dei vinti non si può dar torto a quegli storici dell’Europa orientale (tipo Peter Holquist) che hanno definito la stagione successiva al 1918 come un’epoca di «prolungata guerra civile europea».
Se questo tema per decenni ha scarsamente attirato l’attenzione degli storici, la colpa è probabilmente della cultura anglosassone. Winston Churchill, ad esempio, liquidò i conflitti postbellici di cui stiamo parlando definendoli «guerre di pigmei». Secondo Gerwarth parole così sprezzanti riflettono «quell’atteggiamento intriso di pregiudizi antiorientali (e d’impronta implicitamente coloniale) nei confronti dell’Europa dell’Est che, dopo il 1918, prevalse per decenni nei libri di testo occidentali». Un derivato dell’idea sviluppatasi tra la crisi balcanica (1875-78) e le due guerre balcaniche (1912-13) che i Balcani, appunto, e con essi l’intera Europa orientale «fossero in un certo senso intrinsecamente violenti, al contrario dell’Occidente civilizzato e pacifico». Di un Occidente quantomeno caratterizzato, secondo questa visione culturale, da una radicata vocazione alla pace.
Si può dire che la stagione di cui stiamo parlando iniziò con la rivoluzione d’Ottobre. La Grande guerra cambiò natura quando la rivoluzione bolscevica determinò l’uscita della Russia dal conflitto e gli Alleati, rafforzati dalla discesa in campo degli Stati Uniti al loro fianco, «perseguirono sempre di più lo smantellamento degli imperi europei come un obiettivo della guerra». Anzi: come se fosse stato fin da principio il reale obiettivo della guerra stessa. Gli eventi russi ebbero un «duplice effetto»: l’ammissione della sconfitta da parte di Pietrogrado aumentò le aspettative di vittoria imminente da parte degli Imperi centrali («solo qualche mese prima che la loro definitiva sconfitta li portasse a cercare quei nemici “interni” a cui attribuivano la causa del crollo»), infondendo allo stesso tempo «nuove possenti energie in un continente lacerato dalla guerra e, dopo quattro anni di combattimenti, maturo per la rivoluzione».
Fu proprio in questo periodo, secondo Gerwarth, «che un conflitto fra Stati particolarmente cruento ma in definitiva convenzionale come era stata la Prima guerra mondiale» lasciò il posto «a una serie di conflitti interconnessi la cui logica e il cui scopo erano molto più pericolosi». Rispetto alla Grande guerra, che venne combattuta con l’obiettivo di «costringere il nemico ad accettare determinate condizioni di pace (per quanto severe esse fossero)», la violenza successiva al 1917-18 fu infinitamente più «ingovernabile». Si trattava di «conflitti per la vita o la morte, combattuti per annientare il nemico, etnico o di classe, secondo una logica genocida che in seguito sarebbe diventata dominante in gran parte dell’Europa fra il 1939 e il 1945».
La rabbia dei vinti fa notare poi che «un altro aspetto rilevante dei conflitti successivi al 1917-18 sta nella circostanza che essi esplosero dopo un secolo nel corso del quale gli Stati europei erano in vario grado riusciti a imporre il loro monopolio sulla violenza legittima: gli eserciti regolari erano diventati la norma, e la distinzione fondamentale fra combattenti e non combattenti era stata codificata (anche se poi spesso violata in pratica)». I conflitti del dopoguerra, nota l’autore, invertirono questa tendenza. Nei territori degli ex imperi europei, dove erano assenti organizzazioni statali in grado di funzionare efficacemente, «il ruolo degli eserciti nazionali venne assunto da milizie di vario orientamento politico e la linea di demarcazione fra amici e nemici, fra combattenti e civili, divenne terribilmente incerta». La rabbia dei vinti propone l’ipotesi che «per comprendere i violenti percorsi che l’Europa — Russia ed ex territori ottomani in Medio Oriente compresi — seguì durante il XX secolo, è necessario prendere in considerazione non tanto le esperienze belliche degli anni tra il 1914 e il 1917, quanto il modo con cui la guerra si concluse per gli Stati che la persero: disfatta, crollo degli imperi, agitazione rivoluzionaria».
A questo punto Gerwarth punta l’indice contro le ricerche storiche tradizionali: «Nella letteratura internazionale manca un volume che analizzi in una prospettiva d’insieme le esperienze di tutti gli Stati europei sconfitti nella Grande guerra». Se ci fosse, ne verrebbe fuori un grande affresco del «potere mobilitante della sconfitta». Da notare che negli Stati europei che avevano vinto la guerra (con l’eccezione quasi irrilevante in questo contesto dell’Italia e della parte irlandese del Regno Unito) dopo il 1918 «non si registrò un sostanziale aumento della violenza politica, anche perché la vittoria militare aveva giustificato i sacrifici degli anni di guerra e legittimato ulteriormente le istituzioni». Non si può dire lo stesso per i Paesi sconfitti: «Nessuno di essi riuscì a ritornare a livelli di stabilità e di pace interna paragonabili a quelli dell’anteguerra». Con l’aggravante che, causa la disgregazione degli imperi di cui si è detto, milioni di persone furono arbitrariamente affidati a Stati di nuova formazione o modificati rispetto al loro assetto precedente alla guerra: tedeschi alla Cecoslovacchia, all’Italia e alla Polonia, magiari alla Cecoslovacchia, alla Jugoslavia e alla Romania, bulgari alla Romania e alla Grecia. Cosicché Polonia, Cecoslovacchia e Jugoslavia, più che Stati nazionali, si trovarono ad essere imperi in miniatura. Differenti dal precedente grande Impero asburgico non già per la purezza etnica bensì, come s’è detto, per dimensioni e, a sorpresa, per il «capovolgimento delle gerarchie etniche interne». Ciò che avrebbe contribuito non poco ad innescare la Seconda guerra mondiale.
Bibliografia
Esce in libreria il 5 ottobre il saggio di Robert Gerwarth La rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra 1917-1923 (pagine 448, euro 28). Alle vicende che, dopo la caduta dell’Impero ottomano, portarono alla nascita della Turchia repubblicana è dedicato il libro di Charles King Mezzanotte a Istanbul (traduzione di Luigi Giacone, Einaudi, 2015). Da segnalare anche: Erik J. Zurcher, Storia della Turchia. Dalla fine dell’impero ottomano ai giorni nostri (traduzione di Stefania Micheli e Andrea Piccoli, Donzelli, 2007); Antonello Biagini, Storia della Turchia contemporanea (Bompiani, 2002). Utile inoltre la biografia Kemal Atatürk, scritta da Fabio L. Grassi (Salerno, 2008). Sul versante ellenico si sofferma il libro di Thanos Veremis e Ioannis Koliopulos La Grecia moderna. Una storia che inizia nel 1821 (traduzione di Massimo Cazzulo, Argo, 2014)