mercoledì 28 giugno 2017

Leggere la Bibbia ascoltando Bob Dylan

Idee. Leggere la Bibbia ascoltando Bob Dylan


Andrea Monda (Avvenire,  mercoledì 28 giugno 2017)
Due studi mostrano che le Sacre Scritture sono la struttura su cui il cantautore premio Nobel per la Letteratura ha costruito le sue canzoni.
Bob Dylan
Bob Dylan
Un libro per dylaniani e non, ma comunque tutto da leggere è dunque La Bibbia di Bob Dylan di Renato Giovannoli (Ancora. Pagine 378. Euro 26,00). Il volume è il primo di una trilogia che suddivide in tre parti la lunga e non ancora terminata parabola artistica del cantautore del Minnesota. Ai dylaniani di provata fedeltà, a cominciare dal suo mentore italiano Francesco De Gregori, invece è assolutamente consigliato il bel libro antologico Bob Dylan (Hoepli - nella collana “La storia del rock. I protagonisti. Pagine 204. Euro 17,00). Curato da Salvatore Esposito, si tratta di un vero e proprio scrigno editoriale, - impreziosito dalla prefazione di Alessandro Portelli e la postfazione di Alberto Fortis - corredato da una marea di curiosità, aneddoti e un meraviglioso apparato fotografico che ripercorre tutte le tappe di colui che come pochi altri artisti americani ha saputo raccontare il Paese a strelle e strisce. Un poeta ammirato anche dai grandi epigoni della beat generation, come Allen Ginsberg il quale ascoltando le prime prove musicali di Dylan disse: «Ha portato la poesia nei jukebox».
Il 27 dicembre 1967 Bob Dylan pubblica l’album John Wesley Harding, il «primo disco di rock biblico» secondo la definizione che lo stesso cantautore darà successivamente a questo album di musica country. Era la prima volta che veniva usata una tale definizione. Eppure di “rock biblico” Dylan ne aveva già prodotto parecchio a partire dai primi anni Sessanta, da quando aveva cominciato a incantare il mondo con la sua musica e la sua inconfondibile voce. Questo «rock biblico», la sua natura, la sua estensione, i suoi confini, è il tema del saggio di Renato Giovannoli La Bibbia di Bob Dylan (Ancora, pagine 378, euro 26,00).
Questo primo volume tocca la produzione dal 1961 al 1978 (e porta come sottotitolo Dalle canzoni di protesta alla vigilia della conversione), il secondo, che uscirà il prossimo autunno, comprende il decennio 1978-1988 ( Il periodo “cristiano” e la crisi spirituale) mentre il terzo volume, previsto per la primavera del 2018, arriva fino al 2012, cioè fino a Tempest, per ora l’ultimo album con testi originali di Dylan, con il titolo Un nuovo inizio e la maturità. Fino al 2012 arriva anche il terzo volume delle Lyrics tradotte da Alessandro Carrera (Feltrinelli. Pagine 454. Euro 20,00) come continuazione della precedente monumentale opera in unico volume che però si era fermata al 2002. La concomitanza temporale dell’uscita di questi due volumi è favorevole anche perché incrocia un altro evento, il conseguimento del premio Nobel da parte di Dylan che i primi di giugno ha consegnato anche il discorso ufficiale richiesto dal regolamento del premio e che la segretaria dell’accademia, Sara Danius, ha definito «discorso straordinario » ed «eloquente».
Insomma giunto a 76 anni Bob Dylan non smette di stupire e di far parlare di sé, magari continuando a spaccare il mondo in fan incalliti e detrattori scatenati. I due studiosi italiani, Renato Giovannoli e Alessandro Carrera, sono dei fan ma non solo, come spiega Carrera nel saggio introduttivo al primo volume dell’opera di Giovannoli, opera «la cui crescita ho seguito nel corso degli anni grazie all’amicizia che mi lega al suo autore e che è nata proprio dal comune interesse per Dylan. Nessuno di noi è solamente un fan, anche se un po’ lo siamo. Siamo venuti per studiare Dylan, non per celebrarlo ed è passato così tanto tempo da quando abbiamo iniziato a occuparci di lui che non sappiamo più se possiamo ancora mantenere una certa distanza critica». La passione per Dylan si avverte in queste due trilogie che però restano due grandi opere di studio, serio e approfondito e quanto mai documentato. L’opera di traduzione da parte di Carrera è a dir poco preziosa per il grande pubblico italiano, anche se oggi, dopo la vittoria del Nobel, il rischio di “ridurre” Dylan a poeta è più alto di ieri, per fortuna lo stesso cantautore nel succitato discorso ha precisato l’ovvia verità che i suoi sono testi di canzoni, creati per essere quindi suonati e cantati. D’altra parte La Bibbia di Bob Dylan di Giovannoli, l’intuizione è sempre di Carrera, è un testo che vale in entrambi i sensi: «Non è solo la guida più completa alla Bibbia secondo Bob Dylan, o a Bob Dylan secondo la Bibbia. […] Tante introduzioni sono possibili a Dylan: musicali, poetiche, sociologiche, politiche. Ma la Bibbia è l’accesso privilegiato».
L’iperbole per cui non c’è testo di Dylan che non abbia almeno un riferimento biblico, più o meno esplicito, non è poi così iperbolica come è dimostrato da questo primo meticoloso e ponderoso volume di Giovannoli che rappresenta un unicum non solo in Italia ma anche all’estero. L’ennesima prova del nesso vitale tra le canzoni di Dylan e il testo biblico sta proprio nell’omissione che Dylan ha compiuto nel citare le sue fonti principali all’interno del discorso ufficiale per il Nobel: ha infatti menzionato la musica di Buddy Holly e poi tanta poesia, in particolare John Donne, soffermandosi su tre libri per lui fondamentali, Moby Dick, Niente di nuovo sul fronte occidentale e l’Odissea. La Bibbia non l’ha citata, proprio perché non è un “altro” libro a fianco di questi, ma molto di più, parafrasando Shakespeare (usando così un’immagine cara allo stesso Dylan): la Bibbia è «la stoffa con la quale sono fatti i suoi testi». E non solo e non tanto la Bibbia ebraica, come si potrebbe pensare data l’origine semita di Robert Allen Zimmerman, nato da Abraham e Betty a Duluth il 24 maggio 1941, ma soprattutto la Bibbia cristiana, più precisamente la King James Version, la Bibbia di Re Giacomo che, come ricorda Northrop Frye, è il Grande Codice della letteratura occidentale. Antico e Nuovo Testamento queste sono le due parti del grande codice dylaniano, un codice oggi più accessibile grazie all’opera di due seri e competenti studiosi italiani.

martedì 27 giugno 2017

Storia. Vicino Oriente, Lawrence eroe ambiguo

Storia. Vicino Oriente, Lawrence eroe ambiguo


Franco Cardini martedì 31 maggio 2016
​Un secolo fa il colonnello inglese guidava la rivolta araba contro gli ottomani. Ma fu un campione dell'indipendenza locale o un doppiogiochista?
Vicino Oriente, Lawrence eroe ambiguo
I recenti e recentissimi avvenimenti in quell’area dell’Asia sudoccidentale che anche noi chiamiamo ormai, sul modello britannico, 'Vicino Oriente' ( Near East), termine che ha inglobato il nostro vecchio caro 'Levante', sono o dovrebbero essere ben noti: ma è un fatto obiettivo ch’essi sono poco capiti in quanto sconosciute o quasi sono purtroppo dagli europei – anche da quelli che, come gli italiani, vi abitano vicino – le vicende storiche di quelle terre comprese tra Caucaso e penisola arabica e tra Mar di Levante e fiume Tigri, per circa mezzo millennio dominate dai turchi ottomani e, dopo la fine della prima guerra mondiale, senza completa pace. Anzi, negli ultimi decenni la loro condizione sembra essersi addirittura aggravata a causa di varie irrisolte questioni, tra le quali primeggiano il problema dell’estrazione e dello sfruttamento dei giacimenti petroliferi e gassosi, l’eterna crisi israelo-palestinese e, negli ultimi tempi, il fenomeno del jihadismo islamista accompagnato dalla fitna ('discordia', 'guerra civile') tra musulmani sunniti e i loro correligionari sciiti. 
Ma come nacque, come fu – possiamo dire – 'inventato' quel 'Vicino Oriente' che qualcuno si ostina a definire ancora 'Medio', creando un’inopportuna confusione con la vasta area compresa invece tra corso del Tigri e Himalaya? Nel 1962 un fortunato kolossal di David Lean, magistralmente interpretato da Peter O’ Toole, Alec Guinness, Omar Sharif e Anthony Quinn Lawrence d’Arabia, suscitò con il suo grande successo una nuova attenzione attorno alla «rivolta araba del deserto» che, nel biennio 1916-18, determinò la vittoria anglofrancese contro l’impero ottomano alleato dei tedesco-austrungarici nel delicato e importantissimo 'fronte meridionale'. Gli arabi, sotto la guida dello sceicco dei Luoghi Santi della Mecca e di Medina Hussein e dei suoi due figli Feisal e Abdullah, si sollevarono contro il loro sovrano, il sultano d’Istanbul (ch’era anche califfo), in seguito all’assicurazione – loro fornita dai servizi di Sua Maestà britannica – che in premio per il loro sforzo sarebbero state accordate a tutte le genti arabe unità e indipendenza. Lo sceicco Hussein si vide promettere la corona di un regno d’Arabia libero e unito ch’egli sognava di organizzare all’inglese, con un sistema bicamerale simile a quello vigente nell’impero britannico dell’India, e di farlo entrare nel Commonwealth. 
Cronista della 'rivolta del deserto' fu un giovane archeologo divenuto agente del Foreign Office, il colonnello Thomas E. Lawrence, che ci ha narrato quell’epopea nel suo libro I sette pilastri della saggezza. Gli arabi combatterono valorosamente e ferocemente contro i turchi, consentendo agli anglofrancesi la conquista di Damasco e di Baghdad. Ma intanto, in forza degli accordi segreti che presero il nome dai loro due negoziatori  George-François Picot e Mark Sykes, francesi e inglesi si erano già spartiti il mondo arabo. Le vicende collegate con il petrolio fecero il resto: Hussein non divenne mai re se non del piccolo Hijaz, ma fu ben presto battuto – col beneplacito britannico – dall’avversario Ibn Saud, capo della setta wahhabita. Intanto un numero crescente di coloni ebrei sionisti si riversava in Palestina, provocando le reazioni arabe. Si posero così le basi per un’inquietudine cronica, oggi sfociata in guerre e tensioni continue.
Il colonnello Lawrence, secondo una versione dei fatti ch’egli stesso accreditò nei suoi scritti e che divenne 'classica' anche grazie ai molti biografi che contribuirono a creare la sua figura eroica e romantica, pur restando fedele al suo paese disapprovò l’inganno perpetrato ai danni del mondo arabo e si ritirò in un’inquieta vita privata dalla quale dette peraltro più volte segno di voler uscire provocando molte inquietudini: e la sua morte in un 'incidente' che lascia posto a molti dubbi infittì il mistero sui suoi ultimi anni. Eppure, nel mondo arabo, la fama di 'El Aurens' fu sempre ambigua: non si credette mai alla sua solitaria buonafede: si arrivò a considerarlo – e questa è ancor oggi l’opinione prevalente – un doppiogiochista se non un traditore. Questa tesi viene oggi in qualche modo e con molti distinguo sostanzialmente confermata da due studi recenti. Fabio Amodeo e Mario José Cereghino, in Lawrence d’Arabia e l’invenzione del Medio Oriente (Feltrinelli), inserendo la figura dell’archeologoagente-. avventuriero nell’ampio contesto della realtà politica, diplomatica e militare del tempo, rilevano il ruolo non sempre lineare da lui giocato. D’altronde Phillip Knightley e Colin Simpson, in Le vite segrete di Lawrence d’Arabia (Odoya), allineano ricche prove documentarie secondo le quali il colonnello non avrebbe mai entusiasticamente condiviso la causa dell’unità e dell’indipendenza arabe e avrebbe sempre coerentemente agito sulla base del principio che l’interesse di Sua Maestà britannica fosse invece quello di mantener diviso il Vicino Oriente per meglio dominarlo. Quel che contava era il petrolio e la sicurezza delle rotte navali, soprattutto attraverso il Canale di Suez e il Golfo Persico. Fra 1918 e 1920, quasi esattamente un secolo fa, le potenze vincitrici della Grande Guerra avrebbero potuto avviare il mondo arabo sulla strada dell’unità, dell’occidentalizzazione e della democrazia parlamentare. Preferirono seguire la strada ormai già antiquata della dominazione coloniale e del divide et impera. Avrebbero potuto gettare le basi per una lunga pace futura: preferirono egoisticamente aprire il cammino a nuove guerre. Da cento anni subiamo le conseguenze di questa scelta: e tutto dà a pensare che ne avremo ancora per lunghissimo tempo.

lunedì 26 giugno 2017

Harry Potter compie 20 anni: la magia nata in una lavanderia da una ragazza madre povera e sconosciuta



Harry Potter compie 20 anni: la magia nata in una lavanderia


Tre bambini della scuola di Bolton, Inghilterra, che hanno partecipato al tentativo di battere il Guinness dei primati sul numero di persone che indossano il costume di Harry Potter (lapresse)
Il primo libro della saga, "La pietra filosofale", arrivò in libreria il 26 giugno 1997. Da lì è nato un successo travolgente: 7 volumi, la serie cinematografica, piece teatrali, un merchandising sterminato. E pensare che JK Rowling, oggi più ricca della regina Elisabetta, partì proprio dal nulla
dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
26 giugno 2017 


LONDRA - Compie 20 anni oggi. Non il ragazzino con gli occhiali, che era già un adolescente quando la prima copia arrivò in libreria, il 26 giugno 1997, bensì il fenomeno, la rivoluzione letteraria, in una parola "la magia" che da quel giorno ha travolto il mondo di libri e lettori. "Harry Potter e la pietra filosofale", primo dei setti volumi della saga di J.K. Rowling, fu stampato in una tiratura iniziale di 500 esemplari. Se ne avete uno di quelli in casa vale una piccola fortuna: 30 mila sterline, circa 36 mila euro. E' uno dei tanti modi per misurare il successo senza precedenti di un'opera, poi diventata una serie di film e infine un brand, che ha fruttato alla sua autrice un patrimonio stimato in 700 milioni di sterline: il doppio della ricchezza attribuita alla regina Elisabetta, tanto per avere un termine di paragone.

 
Il primo romanzo della saga, Harry Potter e la pietra filosofale, e a fianco JK Rowling con l'ultimo libro, Harry Potter e i doni della morte, del 2007
E' cominciato tutto in una lavanderia a gettone, dove Joanna - allora veniva chiamata così, poi il nome è stato rimpiazzato dalle due iniziali, "Gei Kei" secondo la pronuncia inglese - scriveva la storia che aveva in mente facendo il bucato (l'ha completato al Nicholson's Cafe di Edimburgo, dove la scrittrice inglese viveva e vive tuttora): una ragazza madre povera e sconosciuta, destinata a conquistare una fama planetaria. L'intera serie, tradotta in 77 lingue, incluso il latino e il greco antico, ha venduto 450 milioni di copie. Gli otto film che ne sono stati tratti sono la saga più remunerativa nella storia di Hollywood. E poi ci sono i videogiochi, il parco giochi alle porte di Londra e a Disneyland, le magliette e ogni altro genere di souvenir, il dramma teatrale in due parti che va in scena attualmente, tutto esaurito, in un teatro del West End londinese, il sito, i racconti collaterali. E' stato calcolato che soltanto un altro titolo ha raggiunto una popolarità simile da quando Gutenberg ha inventato i caratteri a stampa ai giorni nostri: la Bibbia. E Harry Potter promette di essere un "long seller" altrettanto duraturo. Una storia che potrebbe non finire mai.
 

I festeggiamenti del ventesimo anniversario sono in realtà già cominciati da settimane e dureranno sino a fine anno: edizioni speciali, convegni, mostre - come quella che apre a settembre alla British Library. Stamane ci sarà una coda più lunga del solito per farsi fotografare davanti al "binario 9 e ¾" della stazione di King's Cross, da cui nel romanzo parte il treno per Hogwarts, la scuola di magia a cui va Harry cambiando vita. La foto è gratis. Ma di fianco c'è un negozio che vende tutto quello che ha a che fare con Harry e anche lì la coda è sempre lunga. In fila ci sono bambini che hanno appena cominciato a leggerlo e i loro genitori che avevano quindici anni vent'anni fa, quando uscì il primo volume: grandi e piccini, lettori di ogni età, di ogni etnia, classe, continente. Un successo senza confini.
 
 Come non si stanca mai di ripetere, Nigel Newton, presidente di Bloomsbury, l'allora piccola casa editrice indipendente che decise di pubblicarlo, dopo che il libro era stato respinto da una dozzina di editori, diede il manoscritto da leggere alla figlia Alice di 8 anni per avere un parere: "Scomparve in camera da letto e quando tornò mi disse entusiasta di non avere mai letto niente del genere", ricorda lui. Anche quella, in fondo, una specie di magia, che mise in moto qualcosa di inarrestabile. "C'è dentro il fascino dell'infanzia, la possibilità di crescere insieme ai personaggi, un elemento tenebroso, spaventoso, come nelle fiabe, ma anche molto umorismo e una grande talento narrativo": così Newton riassume le ragioni che hanno fatto del maghetto un'icona del nostro tempo. Non resta che dire "happy birthday, Harry Potter", a lui e alla sua autrice, con la consapevolezza che fra dieci anni verrà celebrato con nuovi record il suo trentesimo anniversario, e così via. Sempre in attesa di un possibilee ottavo capitolo, di un "sequel", se JK Rowling un giorno deciderà di darcelo. Su Twitter, dove ha oltre 10 milioni di follower, oggi non ha ancora scritto niente. Il suo ultimo cinguettio risale a sabato. Ha scritto, citando Mark Twain: "L'irriverenza è il campione della libertà e la sua sola difesa". Buon compleanno anche a lei.