venerdì 8 marzo 2019

Pinocchio e il suo mistero


Pinocchio e il suo mistero
La nostalgia del padre, il male che affascina, la continua perdizione e la redenzione
Dal libro di Collodi a una graphic novel

Attività realizzata nella classe 1 A (gennaio-febbraio 2019)
Prof. Bruno Trevellin

Pinocchio non finisce di sorprendere. Da quando uscì, senza grandi pretese da parte dell’autore, nel lontanissimo 1883 fino a oggi continua ad attrarre lettori e a stimolare interpretazioni. Ricerche Unesco parlano di oltre 240 traduzioni![1] Anche chi ne conosce da tempo la vicenda, viene sempre catturato dalla sua lettura, e non solo da fanciullo. Proporlo in classe a ragazzi di undici anni si rivela sempre un successo, specie se vengono guidati a coglierne le valenze simboliche.

Modalità operative

1. Il testo integrale, un articoli e video nel registro elettronico
Il materiale utilizzato è stato messo a disposizione degli alunni nel registro elettronico. Innanzitutto il testo integrale nell’edizione Einaudi, ma anche video da youtube e un articolo di approfondimento di Giacomo Biffi.

2. Lettura integrale del testo
Il testo è stato letto integralmente in classe, soprattutto dall’insegnante, e a casa come attività pomeridiana durante i mesi di gennaio e di febbraio.

3. Attività svolte
Le attività prevalenti sono state di sintesi dei capitoli letti, orali e scritte, o di insiemi di capitoli o per sequenze di singoli capitoli, secondo le indicazioni del docente. In ogni caso sempre sintesi esaurienti.
Un altro tipo di attività è stata la produzione di disegni con relative didascalie esplicative del capitolo o di una sequenza dello stesso, liberamente scelta dagli alunni o assegnata dal docente.
Le attività sono state numerose, una quindicina in tutto. Anche queste realizzate in classe o per casa.

4. Film
La lettura in classe è stata accompagnata dalla visione di episodi e di scene dal film di Luigi Comencini (1972) e da quello di Roberto Benigni (2002). Episodi e scene sono stati trovati in youtube.

5. Le letture-commento di un docente, F. Nembrini

Come attività di approfondimento è stata utilizzata anche la lettura-commento di Franco Nembrini[2] (Tv2000), sempre da youtube, soprattutto per i capitoli relativi al carro guidato dall’Omino di burro che porta al Paese dei Balocchi.

L’Omino di burro viene descritto dall'autore come: «Un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d'un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa.». È un personaggio diabolico, perverso e, talvolta, persino sadico: per punire i suoi somari recide loro le orecchie a morsi. Mentre il carro corre verso il paese dei Balocchi il cocchiere canta: "Tutti la notte dormono / e io non dormo mai..."[3].


6. Le sette verita’ fondamentali di Pinocchio secondo G. Biffi

È stato utilizzato un articolo da Avvenire per comprendere i significati simbolici dell’opera di Collodi, così come vengono presentati dal card. Giacomo Biffi[4] nella sua lettura teologica di Pinocchio[5].
1) Il mistero di un creatore che vuole essere padre
Pinocchio, creatura legnosa, origina dalle mani di chi è diverso da lui; è costruito come una cosa, ma dal suo creatore è chiamato subito figlio.
Il burattino, chiamato sorprendentemente a essere figlio, fugge dal padre. E proprio la fuga dal padre è vista come la fonte di tutte le sventure; così come il ritorno al padre è l’ideale che sorregge Pinocchio in tutti i suoi guai.
2) Il mistero del male interiore
In questo libro è acutissimo il senso del male. E il male è in primo luogo scoperto dentro il nostro cuore. Non è un puro difetto di conoscenza.
Pinocchio sa che cosa è il suo bene, ma sceglie sempre l’alternativa peggiore (Vedi, c. 9: a scuola o al teatro dei burattini?; cc. 12 e 18: a casa o al campo dei miracoli col gatto e la volpe; cc. 27: a scuola o alla spiaggia a vedere il pescecane?; c. 30: dalla Fata o al Paese dei balocchi? ). Soggiace chiaramente alla narrazione di queste sconfitte la persuasione della «natura decaduta», della «libertà ferita», della incapacità dell’uomo a operare secondo giustizia.
3) Il mistero del male esteriore all’uomo
La nostra tragedia è aggravata dal fatto che sono all’opera, esteriormente a noi, le potenze del male. Nella fiaba queste forze malefiche sono rappresentate vivacemente nelle figure del Gatto e della Volpe e raggiungono il vertice della intensità artistica e della lucidità speculativa nell’Omino, corruttore mellifluo, tenero in apparenza, perfido nella realtà spaventosa e stupenda raffigurazione del nostro insonne Nemico:
«Tutti la notte dormono, e io non dormo mai» (c. 31).
4) Il mistero della mediazione redentiva
Pinocchio, interiormente debole e ferito, esteriormente insidiato da intelligenze maligne più astute di lui, non può assolutamente raggiungere la salvezza, se non interviene un aiuto superiore, che alla fine riesce a compiere il prodigio di riconciliarlo col padre, di riportarlo a casa, di dargli un essere nuovo.
Lo straordinario personaggio della Fata dai capelli turchini è posto appunto a indicare l’esistenza di questa salvezza che è donata dall’alto e può guidare al lieto fine la tragedia della creatura ribelle.
5) Il mistero del padre, unica sorgente di libertà
La scelta di un burattino legnoso come protagonista della narrazione è anch’essa una cifra: è il simbolo dell’uomo, che è da ogni parte condizionato, che è schiavo degli oppressori prepotenti e dei persuasori occulti, che è legato a fili invisibili che determinano le sue decisioni e rendono illusoria la sua libertà.
Il senso del padre è la sola sorgente possibile della liberazione dalle molteplici, cangianti e sostanzialmente identiche tirannie che affliggono l’uomo.
6) Il mistero della trasnaturazione
Pinocchio riesce a raggiungere la sua perfetta libertà interiore e a realizzarsi perfettamente in tutte le sue virtualità soltanto quando si oltrepassa e arriva a possedere una natura più alta della sua, la stessa natura del padre. È la realizzazione sul piano dell’essere della vocazione filiale con la quale era cominciata tutta la storia.
Noi possiamo essere noi stessi soltanto se siamo più di noi stessi, per una arcana partecipazione a una vita più ricca; l’uomo che vuole essere solo uomo, si fa meno uomo.
7) Il mistero del duplice destino
La storia dell’uomo, come è concepita e narrata in questo libro, non ha un lieto fine immancabile. Gli esiti possibili sono due: se Pinocchio si sublima per la mediazione della Fata nella trasnaturazione che lo assimila al padre, Lucignolo — che non è raggiunto da nessuna potenza redentrice — s’imbestia irreversibilmente. La nostra vicenda può avere due opposti finali: o finisce in una salvezza che eccede le nostre capacità di comprensione e di attesa, o finisce nella perdizione.

7. La canzone di E. Bennato
La classe ha ascoltato anche la canzone di Edoardo Bennato Il gatto e la volpe. I ragazzi la conoscono e la cantano, pur essendo un testo uscito nel 1977. Capiscono che si tratta ancora dell’inganno e delle false promesse dei soliti due, anche se si presentano in tempi diversi, in contesti diversi e sotto altre vesti.

8. Una graphic novel finale della classe
Come ‘prodotto finale’ gli alunni sono stati invitati a realizzare un disegno con relativa didascalia, scegliendo liberamente tra i capitoli del libro, così da realizzare una sorta di graphic novel di 24 pagine (una per ciascun alunno), da pubblicare nel sito della scuola.
Prima del disegno c’è la scelta dell’episodio. Col disegno si immedesimano ancor meglio nella situazione. Più che con la scrittura. La didascalia doveva essere essenziale sì, ma esauriente. Non bastava un titolo, al limite un titolo accompagnato da un sottotitolo. Potevano scegliere qualsiasi episodio, anche se si rivelava lo stesso di un altro compagno. In ogni caso ciscuno di loro si è mostrato in grado di realizzarne una, di graphic novel, per l’intero libro.

Considerazioni finali
Gli alunni hanno mostrato di apprezzare la lettura integrale del libro e hanno sempre lavorato, tutti, con interesse alla realizzazione delle attività proposte.
Il tempo utilizzato in classe per lo svolgimento delle attività è stato di una quindicina di ore.
Vale la considerazione, altre volte sostenuta e ormai esperienza diffusa nella scuola, di andare oltre l’antologia come strumento di lavoro per arrivare alla lettura integrale di opere che, come si potrà facilmente dimostrare, attraggono di più gli alunni, facendoli lavorare con continuità e interesse, quasi scoprendo di volta in volta i contenuti proposti dal testo e riflettendo sugli stessi.
Per seguire meglio l’attività più di qualcuno si è fatto regalare il libro di Collodi.

La graphic novel della classe







[1] “Collodi inizialmente pubblicò l'opera a puntate, quasi per caso e senza troppa voglia, sulla prima annata del 1881 del Giornale per i bambini diretto da Ferdinando Martini, un periodico settimanale supplemento del quotidiano Il Fanfulla, nella quale furono pubblicati i primi otto episodi. Collodi definisce il suo lavoro «una bambinata» e dice al direttore del giornale: «Fanne quello che ti pare; ma, se la stampi, pagamela bene, per farmi venire voglia di seguitarla»” (in: https://it.wikipedia.org/wiki/Le_avventure_di_Pinocchio._Storia_di_un_burattino)
[5] GIACOMO BIFFI, Contro maestro Ciliegia. Commento teologico a Le avventure di Pinocchio, Jaca Book, Milano, 1977.

mercoledì 6 marzo 2019

La lingua italiana è in pericolo?


Non si imparano più poesie a memoria, abbandonata la pratica del riassunto, trascurata la lettura
La lingua italiana è in pericolo?
La nostra lingua, parlata e scritta, si sta impoverendo e riempiendo di strafalcioni. L’espressione si fa sempre più semplificata e povera di argomentazioni. Sotto accusa internet e l’abbandono di alcuni capisaldi della nostra tradizione didattica.

12 Settembre 2018 

Parlare e scrivere correttamente in italiano è la condizione necessaria per vivere appieno il nostro ruolo di cittadini consapevoli a scuola, nel lavoro e nell’esercizio stesso dei diritti civili.
© KBEIS/ Getty Images
Se oggi dovessimo tornare sui banchi di scuola, nessuno si augurerebbe di cominciare un nuovo anno scolastico con una già grave insufficienza in italiano. Eppure lo stato di salute della nostra lingua – non solo tra i banchi – è piuttosto precario, e non a causa della lingua in sé che, suo malgrado, è già duramente impegnata a rivaleggiare con quelle più diffuse e pervasive al mondo, dovendosi misurare con ingiustificati neologismi e stucchevoli idiomi digitali, ma piuttosto per colpa di chi parla e scrive (male) l’italiano.
L’allarme è stato ripetutamente lanciato da insegnanti, educatori e linguisti. È opinione diffusa che si stia assistendo a un deterioramento progressivo dell’uso della nostra lingua, sia orale che scritta. Un impoverimento che si estende anche al lessico, al vocabolario e alla comprensione del significato delle parole. Gli italiani, soprattutto i giovani, sembrano sempre più incapaci di articolare concetti complessi e approfonditi. E, quel che è peggio, non trovano – o non conoscono – le parole adeguate e corrette per esprimerli.
Il professor Gian Luigi Beccaria ha pubblicato con Einaudi il libro L’italiano che resta. Le parole e le storie. A lungo professore di Storia della Lingua italiana all’Università di Torino, membro dell’Accademia della Crusca e dell’Accademia dei Lincei, Beccaria non ha dubbi sulle origini dell’impoverimento dell’italiano. «Una perdita si deve sicuramente al fatto di non imparare più a memoria brani di poesie, un tempo ottimo esercizio mentale e culturale; o di abbandonare la vecchia buona abitudine del riassunto: un altro esercizio utilissimo in grado di sollecitare alla concisione e alla ricerca di parole precise ed efficaci». E poi c’è la questione della lettura. «Per imparare una lingua in profondità, e saper argomentare un pensiero, occorre dotarsi di un ricco vocabolario. Per costruire una sintassi che stia in piedi, bisogna leggere sia a scuola che a casa».
A rincarare la dose ci pensa il professor Vittorio Coletti, autore per Il Mulino del libro Grammatica dell’italiano adulto. Membro dell’Accademia della Crusca, e già professore di Storia della lingua italiana all’Università di Genova, Coletti è co-autore, con Francesco Sabatini, del celeberrimo Dizionario della lingua Italiana Sabatini Coletti. Il suo è un atto d’accusa: «Questa è una pedagogia che viene dall’America, e che ha finito per scalzare alcuni validi capisaldi del nostro sistema d’insegnamento. La mancata familiarità dei giovani e dei ragazzi con poesie e con testi letterari ha impoverito il loro linguaggio». E questo gap si trascina spesso fino all’Università, con esiti disastrosi.
È davvero sconcertante quello che segnala il professor Giorgio Ragazzini, docente di Lettere e co-fondatore del «Gruppo di Firenze» nato con l’obiettivo di «rivalutare il merito, la responsabilità e il rispetto delle regole come cornice indispensabile per la vita della scuola», e che dal 2005 ha raccolto centinaia di adesioni alle proprie iniziative, e altrettante inquietanti segnalazioni da colleghi docenti di tutta Italia.
Il Gruppo è stato promotore di appelli, dichiarazioni e lettere aperte, tra cui, nel 2017, l’Appello dei 600 docenti universitari contro il declino dell’italiano a scuola. «Circa tre quarti degli studenti delle lauree triennali sono, di fatto, semi-analfabeti – esordisce Ragazzini riferendo il contenuto della missiva di un suo collega –. È una tragedia nazionale non percepita dall’opinione pubblica, né dalla stampa né dalla classe politica». «Dedico ormai una buona parte della mia attività di docente a correggere l’italiano delle tesi di laurea», gli ha scritto un professore universitario. Un altro docente lamenta il fatto che ogni giorno riscontra «lacune sempre più gravi tra gli studenti, incapaci ormai di scrivere o analizzare le frasi più semplici».
Ad ascoltare la professoressa Annalisa Andreoni, docente di Letteratura italiana all’Università IULM di Milano, e autrice del libro Ama l’italiano, segreti e meraviglie della lingua più bella per Piemme, si spalanca il cuore: «Rousseau diceva che l’italiano è una lingua molto adatta alla musica, molto più del francese. John Keats sperava che l’italiano sostituisse il francese nel sistema scolastico inglese perché la trovava una lingua più bella e più musicale. Per Goethe l’italiano era la lingua amata. Nelle Confessioni del Cavaliere d’Industria Felix Krull di Thomas Mann, il protagonista dice che l’italiano è la lingua parlata dagli angeli in cielo, perché non può immaginare che essi parlino una lingua meno bella».
Probabilmente senza l’italiano non esisterebbe l’opera lirica, anzi è proprio l’opera a essere la prima e la migliore ambasciatrice dell’italiano in tutto il mondo. Sebbene il più acerrimo nemico dell’italiano sia internet, anche a causa di un «cortocircuito» del nostro cervello. C’è, infatti, un rapporto strettissimo tra la lingua e il pensiero «il quale deve essere, prima di tutto, nella nostra testa – osserva Coletti –. Tutti crediamo di pensare a cose profonde e intelligenti. Ma poi se ci mettiamo a scriverle o anche solo a esprimerle a parole, abbiamo delle difficoltà. Questo è normale, perché il linguaggio pensato lo padroneggiamo meglio del linguaggio comunicato. In passato non c’erano distanze enormi tra questi due “momenti” dell’uso della lingua. Oggi, invece, proprio a causa di questa consuetudine con un linguaggio rapido, essenziale e troppo semplificato, lo stesso nostro pensiero rischia di esprimersi attraverso slogan, tweet, ecc. Una generazione che si abitua a questa modalità di comunicazione – penso ai giovani – perde anche l’abitudine ad argomentare, cioè a sostenere discorsi complessi e profondi».
«La semplificazione, di per sé, può anche portare a un linguaggio chiaro e diretto – aggiunge Beccaria –, ma l’“istupidimento” delle persone fa sì che le si possa manipolare meglio. Internet è uno strumento che ti porta il mondo in casa, e ti consente di consultare qualsiasi tipo di documento. Ma lo si usa spesso solo per twittare, per lanciare insulti e invettive, per scrivere stupidaggini, per ingannare il tempo invece di navigare in maniera intelligente e arricchire la nostra conoscenza».
Quella della formazione e dell’educazione appare, dunque, come una questione decisiva. «La scuola, insieme alla sanità e alla ricerca, dovrebbe essere il settore in cui lo Stato investe maggiori risorse– rimarca Beccaria –. Invece nel nostro Paese, e non solo, questo non avviene». Così a recitare la parte di Cenerentola finisce la scuola dove, sempre più spesso, spadroneggiano genitori con una vivace propensione per il pugilato. «Non ci sono solo quelli che menano gli insegnanti, ma anche altri che si rendono protagonisti di continue ingerenze come se, in fatto di insegnamento, ne sapessero più dei professori».
L’attitudine alla semplificazione, la tendenza all’impoverimento della lingua e al suo improprio o scorretto utilizzo comportano un rischio anche per la democrazia. Tra lingua e potere il passo è breve e molto insidioso. A furia di interagire con apparecchiature elettroniche, app e software di ogni tipo, la nostra mente ha assunto le stesse modalità valutative di un computer. Ormai le persone tendono a ragionare secondo categorie logiche binarie: bianco o nero, giusto o sbagliato, 0 oppure 1, cioè, appunto, la dicotomia del linguaggio informatico. A evidenziarlo è ancora Andreoni: «Non ci sono più le sfumature della complessità. Qui non è in ballo solo la lingua italiana, ma qualcosa che sta sotto la lingua: il pensiero».
«Il “conoscere per deliberare” di Einaudi – incalza Ragazzini – stabilisce una condizione essenziale per l’esercizio della sovranità popolare e per il successivo controllo dal basso, da parte di un’opinione pubblica sufficientemente informata. Su questo, un ruolo decisivo potrebbero averlo i giornalisti se sottolineassero sistematicamente, nei discorsi di molti politici, affermazioni prive di basi, caricature delle idee degli avversari, nonché vere e proprie menzogne. Ma questo avviene di rado. Eppure la democrazia è, in essenza, “il metodo di governo attraverso la discussione”, secondo la bella definizione di Amartya Sen».
«La forza della scuola italiana è stata, per decenni, quella di contestualizzare ciò che insegnava nella cornice della storia – rammenta Coletti –. Ma non dobbiamo rinunciare all’italiano anche per un altro motivo: la lingua materna è quella con cui noi pensiamo. Se non ne siamo consapevoli, noi non sfruttiamo fino in fondo il nostro cervello. Le neuroscienze dimostrano, con la diagnostica per immagini, il ruolo esistente tra l’uso della lingua e il funzionamento del cervello». Come dire che una corretta proprietà di linguaggio può produrre un successo non solo individuale ma anche del Paese in cui vivono i cittadini che condividono la stessa lingua.


domenica 3 marzo 2019

Limena: un fiore (alchemico) della vita nel sottoportico della barchessa (sec. XVII)


Limena: un fiore (alchemico) della vita nel sottoportico della barchessa (sec. XVII)
La villa veneta quale grande laboratorio della ‘vera alchimia’: l’agricoltura
di Bruno Trevellin


(Limena, Fiore della vita nel sottoportico della barchessa comunale)

Il fiore (alchemico) della vita nel sottoportico della barchessa Fini
Nel sottoportico della barchessa comunale di Limena è ben visibile un fiore a sei petali in pietra d’Istria. Presenza non casuale se consideriamo che la barchessa è l’edificio per eccellenza destinato alle attività agricole e se consideriamo che per il patriziato veneziano è proprio l’agricoltura la ‘vera alchimia’, la scienza cioè capace di trasformare il fango in oro.
Il fiore a sei petali non è altro che il ‘fiore della vita’[1], un simbolo antichissimo “considerato sacro in molte culture, dall’Europa all’ Africa, dal Medio Oriente alla Cina. Il modulo di base somiglia a un fiore a sei petali inserito in un cerchio, da cui appunto il nome ‘fiore della vita’”[2].
 “Vuoi per il fatto che la sua geometria è riscontrabile sotto molteplici forme in natura, vuoi per il significato universale di tipo solare e cosmologico che il simbolo contiene, il fiore della vita fu conosciuto ed utilizzato a scopo magico, religioso e taumaturgico da numerosi popoli antichi, vissuti anche in luoghi e tempi molto distanti tra loro. Come presso gli antichi Etruschi, i quali davano probabilmente al simbolo una valenza di vittoria e di rinascita dopo la morte”[3].
(sullo scudo circolare del guerriero etrusco Aule Feluske è inciso il fiore della vita. VII sec. a.C.)

“Il simbolismo universale del “fiore della vita” continuò ad essere trasmesso e utilizzato nel corso del medioevo, da mastri costruttori, sapienti architetti e scalpellini, nonché da monaci e cavalieri, in particolar modo dai Templari.
Il simbolo è infatti presente in molte chiese e magioni appartenute ai cavalieri del famoso ordine cavalleresco, come ad esempio nell’antica chiesa templare di 
San Bevignate a Perugia, dove intorno al 1260 i monaci guerrieri scolpirono un fiore della vita sul portale principale”[4].
(Fiore della vita scolpito sul portale di san Bevignate a Perugia)

La villa veneta come grande laboratorio alchimistico
I Fini comprano a Limena nel XVII secolo una vasta proprietà terriera con decine di case, più precisamente 1371 campi a Limena e 247 a Taggì[5]. Praticamente un terzo di quello che è oggi il territorio comunale.
Sappiamo che sono stati Alvise Cornaro (1484-1566), Daniele Barbaro (1514-1570) e altri trattatisti di agronomia a porre “le condizioni ideologiche alla nascita e allo sviluppo del processo di colonizzazione della terraferma veneta”[6].
“La particolare congiunzione culturale e politica che alla metà del 500 favorì il passaggio del patriziato veneziano da un’economia di tipo mercantile ad una più sicura rendita fondiaria vede nel vecchio Cornaro un ostinato banditore di un programma di sistematico sfruttamento dei territori della repubblica (…). Questo vale soprattutto per l’agricoltura che egli definisce ‘santa’ e complementare alla pratica della vita sobria (…). Certo disprezza gli alchimisti pratici, coloro che vogliono ottenere l’elisir di lunga vita o oro potabile”. Per lui l’agricoltura è la ‘vera archimia’[7]. Sarà infatti la corretta pratica agricola ad apportare “grandissime ricchezze, ossia l’oro tanto agognato dai volgari alchimisti”.
Questa volontà del patriziato veneto di fare dell’agricoltura la fonte della nuova ricchezza è dunque ben documentata dall’esempio limenese dei Fini che nel sottoportico della barchessa hanno voluto collocare un segno visibile della loro opera di colonizzazione e di trasformazione della terraferma, il fiore ‘alchemico’ a sei petali.



[1] https://www.astrologiainlinea.it/Astro_Magazine/Articoli/astromagazine_dett_articolo.asp?ID=1044
[2] http://www.evus.it/it/index.php/news/blow-up/il-fiore-della-vita-simbolo-universale-di-geometria-sacra/
[3] http://www.evus.it/it/index.php/news/blow-up/il-fiore-della-vita-simbolo-universale-di-geometria-sacra/
[4] http://www.evus.it/it/index.php/news/blow-up/il-fiore-della-vita-simbolo-universale-di-geometria-sacra/
[5] G. Galeazzo-R. Martinello, La barchessa Fini. Il recupero di una testimonianza di architettura e di storia, Limena, 2004, p. 13-14
[6] http://www.academia.edu/37969413/R.RUGOLO_Agricoltura_e_alchimia_nel_Rinascimento._Unintroduzione_allo_studio_della_villa_veneta
[7] http://www.academia.edu/37969413/R.RUGOLO_Agricoltura_e_alchimia_nel_Rinascimento._Unintroduzione_allo_studio_della_villa_veneta