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domenica 14 ottobre 2018

Attila fermato dalla malaria


La tomba del bambino 'vampiro': ecco la prova che a fermare l'avanzata di Attila fu la malaria

La tomba del bambino vampiro che svela i riti romani contro la malaria
Il teschio del "bambino vampiro" con la pietra in bocca 
In Umbria, a Lugnano in Teverina, una villa del V secolo restituisce reperti straordinari: un ragazzino sepolto con una pietra in bocca per non farlo risorgere. Gli archeologi: "È la conferma della diffusione della malattia che fermò anche l'avanzata degli Unni di Attila"
di CRISTINA NADOTTI
13 ottobre 2018
Il "Cimitero dei bambini" di Lugnano in Teverina, in Umbria, continua a stupire gli archeologi. Nella villa romana abitata fino al V secolo, dove gli archeologi dell'Università di Stanford scavano ormai dal 1987, è stato rinvenuto lo scheletro di un bambino o bambina (ancora non è stato accertato il sesso) sepolto con una pietra in bocca. Il sasso serviva sia a non far diffondere la malattia, sia a zavorrare il corpo e non farlo risorgere come vampiro. È la prova ulteriore che nella villa erano stati sepolti in tutta fretta molti bambini ed eseguiti riti magici, per scongiurare il propagarsi di un'epidemia.
In realtà non di epidemia si trattava, ma di diffusione della malaria, capace di fermare anche l'avanzata degli Unni di Attila. Quando infatti nel 452 papa Leone I incontrò l'unno vicino a Verona, secondo quanto riporta lo scrittore latino Sidonio Apollinare Gaio Sollio, gli suggerì di non sottovalutare la forza dell'esercito romano, ma anche la pericolosità della zona che avrebbe dovuto attraversare, la valle del Tevere, dove imperversava una "pestilenza". La malaria, appunto.

Da anni l'archeologo David Soren, responsabile dello scavo, pubblica resoconti sulla straordinarietà della villa di Poggio Gramignano, costruita alla fine del I secolo avanti Cristo e abbandonata in tutta fretta nel V, in un primo tempo studiata per i suoi mosaici e poi diventata presto la villa del "cimitero dei bambini", quando si scoprì una stanza in cui erano stati radunati decine di bambini e feti. Come sostiene Soren anche a proposito del "Bambino vampiro", "Non si è mai vista una cosa simile, il ritrovamento è inquietante e strano e capisco che lo si stia già chiamando 'il vampiro di Lugnano'".

In pubblicazioni precedenti Soren ha anche descritto il ritrovamento di scheletri di cuccioli di cani, alcuni decapitati. Secondo l'archeologo i sacrifici dei cani servivano a placare le divinità degli inferi e inoltre negli scritti di Plinio i "succhi dei corpi dei cuccioli" erano applicati per curare varie malattie, tra le quali l'ingrossamento della milza, tipico di chi è affetto da malaria. 

Anche lo scheletro del "bambino vampiro", per quanto non sia ancora stato eseguito l'esame del Dna che potrà rpovarlo senza dubbi, presenta segni di malaria. Nel cranio ci sono infatti segni di ascessi ai denti, considerati, anche questi, tipici della parassitosi malarica.
 Il direttore dello scavo, David Pickel, dell'università di Stanford, ha aggiunto che "il ritrovamento del 'bambino vampiro' potrà dire molto sulla devastante epidemia di malaria che colpì l'Umbria circa 1.500 anni fa e soprattutto sugli effetti che ebbe sulla comunità e sul modo con cui si cercò di combatterla".

"L'età di questo bambino e la sua particolare sepoltura con la pietra posta nella bocca, rappresentano, al momento, un'anomalia all'interno di un cimitero già anormale", ha detto Pickel. "Questo sottolinea ulteriormente quanto sia unico il sito in cui stiamo scavando - Fino a oggi, infatti, erano stati trovati scheletri di bambini più piccoli, al massimo di 3 anni. Una bambina aveva delle pietre tra le mani, anche in questo caso probabilmente per tenerla ancorata alla sepoltura".

Lo scheletro ritrovato con la pietra in bocca è per ora unico a Lugnano, ma sepolture simili sono state documentate in altri luoghi, tra cui Venezia, dove nel 2009 fu ritrovato il corpo di una donna del XVI secolo, soprannominata "Vampiro di Venezia" perché aveva un mattone in bocca. Nel Northamptonshire, in Inghilterra, nel 2017, si trovò lo scheletro di un uomo, risalente al III o IV secolo, sepolto a faccia in giù con la lingua rimossa e sostituita con una pietra.

"Queste operazioni fatte sui morti si vedono in diverse culture - osserva un altro dei ricercatori americani, il bioarcheologo Jordan Wilson -  specialmente nel mondo romano indicavano che c'era il timore che questa persona potesse tornare dai morti e cercare di diffondere la malattia ai vivi".

Gli scavi sul sito di Lugnano sono per ora sospesi e riprenderanno la prossima estate. Intanto il sito della villa è in corso di musealizzazione grazie a finanziamenti ottenuti per la copertura dell'area, mentre i reperti provenienti dalla villa e la storia della città sono visibili
nell'antiquarium nello splendido centro storico di Lugnano in Teverina, in provincia di Terni e a circa un'ora di auto da Roma.



martedì 28 agosto 2018

AFRICA DEPREDATA DALLA FRANCIA


Konare: è la Francia a depredare l’Africa, ditele di smettere
Scritto il 07/8/18

Ma la Francianon era il paese dei Lumi, patria della libertà già nel Settecento? Sì, ma solo in Europa: certo non in Africa, dove 14 paesi vivono tuttora sotto il giogo di una dominazione coloniale feroce e parassitaria, che sta facendo esplodere la crisidei migranti. Lo afferma, in una drammatica video-testimonianza su “ByoBlu”, il leader panafricano Mohamed Konare, originario della Costa d’Avorio. “Libertè, egalitè, fraternitè”: valori che magari hanno ancora un peso in Francia, mentre nel continente nero – schiavizzato dal governo di Parigi – si sopravvive senza libertà e senza nessuna uguaglianza, mentre l’unica fraternità (criminale) è quella che lega alla potenza sfruttatrice i tanti dittatori africani, insediati dalla Franciaa suon di sanguinosi colpi di Stato. A milioni, oggi, gli schiavi dell’Africa “francese” si riversano sulle coste italiane? Ovvio: a casa loro non hanno speranze, per colpa della piovra rappresentata dal sistema coloniale, che ancora oggi depreda i paesi sub-sahariani. Non hanno scampo, gli africani: sono vittime del più subdolo dei ricatti, cioè l’imposizione del Franco Cefa, moneta coloniale imposta all’Africa e tuttora di proprietà francese. Un controllo ferreo, per uno smisurato trasferimento di ricchezza: non meno di 500 miliardi di dollari all’anno, secondo stime ufficiali. Ora basta, però: bisogna che i giovani smettano di emigrare, dice Konare. Devono restare a casa, a lottare, perché l’Africa abbia finalmente un futuro.
«Dobbiamo “assediare” pacificamente tutte le ambasciate francesi in Africa, per smuovere l’opinione pubblica internazionale. Ci stiamo preparando: lo faremo». Mohamed Konare è consapevole di quanto sia pericolosa la sua posizione: nel solo dopoguerra, l’Africa ha subito 45 golpe orchestrati da Parigi. La potenza coloniale non ha esitato a far uccidere chiunque abbia osato ribellarsi: le vittime sono decine, dal leader congolese Patrice Lumumba al rivoluzionario sovranista Thomas Sankara, che dal Burkina Faso osò chiedere l’annullamento del debito africano e la fine degli “aiuti” (usurai) della finanzainternazionale: miliardi offerti dal Fmi e dalla Banca Mondiale, per vincolare l’economiaafricana alla schiavitù del debito e imporre la rapina neoliberista delle risorse, affidate alle multinazionali con la complicità dei governanti africani corrotti. Uno schema che è all’origine dell’attuale disastro che investe l’Africa, come spiega l’economista Ilaria Bifarini: il Pil africano sta crescendo ma resta in mano a pochissimi, la popolazione del continente nero sta letteralmente esplodendo ma vive in condizioni economiche molto peggiori, rispetto a trent’anni fa. Nel frattempo è cambiato tutto, nel mondo globalizzato, tranne un aspetto che non è esagerato definire mostruoso: l’arcaico sfruttamento coloniale da parte della Francia, di cui Konare fornisce un quadro semplicemente sconcertante.
Il 50% della produzione delle ex colonie francesi finisce subito a Parigi: un furto sistematico, legalizzato dagli accordi della decolonizzazione, le “false indipendenze” concesse da Charles de Gaulle per continuare la razzia dietro il paravento dell’autonomia solo formale dell’Africa Francese. L’altro 50% del Pil viene comunque sottratto alla popolazione, grazie alla complicità dei regimi africani. Un sistema criminale, la cui regia – accusa Konare – è interamente francese: resta di proprietà della Franciail Franco Cefa, su cui Parigi esercita uno smisurato signoraggio. I paesi africani, obbligati a usare la moneta coloniale francese, non possono sviluppare liberamente la loro economia, né vendere a chi vogliono i loro prodotti. Il gas algerino finisce a Parigi insieme al petrolio. Stessa sorte per le merci di paesi importanti come il Senegal e il Camerun, la Costa d’Avorio, il Mali, il Togo, il Niger. Caffè e cacao, diamanti, oro, rame, uranio, coltan: il continente più ricco del pianeta sopravvive in miseria, sfruttato a sangue dai signori di Parigi, che oggi esibiscono l’ipocrita cinismo di Macron (ospite d’onore di Papa Francesco) ma ieri, almeno, erano capaci di franchezza: «Senza l’Africa – ammise François Mitterrand nel 1975 – la Francianon avrà storianel 21mo secolo». Profezia confermata dal suo successore, Jacques Chirac, nel 2008: «Senza l’Africa, la Franciascivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo». E l’orrore continua: i paesi dell’Africa ex francese devono far approvare a Parigi i loro bilanci.
Tutto questo deve finire, annuncia Konare: bisogna porre fine all’esodo dei giovani, e iniziare la lotta di liberazione dell’Africa. Come? Svelando, all’opinione pubblica, lo spaventoso vampirismo della Francia: beninteso, i cittadini francesi non ne sono nemmeno consapevoli. Piuttosto, sono potenziali alleati: lo diventeranno, dice Konare, quando prenderanno coscienza di questo orrore, perpetrato dalle stesse élite che, in Europa, organizzano le crisie l’austerity per gli europei. Carte truccate: come farebbe, la Francia, a mantenere il bilancio in ordine secondo i vincoli Ue, se non avesse dalla sua – ogni anno – quei 500 miliardi “rubati” all’Africa occidentale? E con che coraggio l’ometto dell’Eliseo (sostenuto dal Vaticano) dà lezioni all’Italia sui migranti, visto è proprio Parigi la maggiore responsabile dell’esodo biblico che stiamo vivendo? L’Africa deve svegliarsi, ora o mai più: l’appello di Konare è intensamente drammatico. Missione: salvare gli africani, restituendo loro la sovranità economica. «L’Africa è ricca: se si smette di depredarla, fiorirà. Verremo ancora in Italia, ma come turisti, a visitare Venezia e Firenze».
Patti chiari, dice Konare, e diventeremo amici. Ma di mezzo c’è una rivoluzione, da fare. «Un’alleanza tra popoli, africani ed europei, contro le élite che li sfruttano entrambi». Le armi? Una: l’informazione. «Tutti dovranno sapere. A quel punto, il dominio crollerà. Perché, se l’Africa ridiventerà sovrana, smetterà di esportare migranti». L’Italia? «Bene ha fatto a chiudere i porti: i nostri giovani che partono vengono ingannati dai trafficanti. L’emigrazione va scoraggiata in ogni modo, e l’Italia dovrebbe proprio chiudere le sue frontiere», sottolinea Konare, che si appella al governo gialloverde per ottenere una sponda nella grande battaglia, storica, per la resurrezione del continente nero. Italia cruciale: «Proprio a Roma, a settembre, faremo una grande manifestazione», annuncia Konare, al termine della lunga intervista sul video-blog di Claudio Messora. Una testimonianza, la sua, che vale più di una lezione universitaria: racconta di come l’ignoranza nasconda il peggior abominio, consumato sotto i nostri occhi. Un incubo, e una speranza: riconquistare un futuro. «Non avete idea di quanto siete buoni e di quanto siamo cattivi noi, in Occidente», dice Muhammad Alì ai bambini di Kinshasa, al termine dello storico match di boxe con Foreman, nel 1974. La cinepresa di Leon Gast immortalò un evento politico di portata storica: l’ultima voce africana capace di raggiungere, ed entusiasmare, il pubblico occidentale. Riuscirà nella stessa impresa l’altrettanto coraggioso e commovente Mohamed Konare?
Ma la Francia non era il paese dei Lumi, patria della libertà già nel Settecento? Sì, ma solo in Europa: certo non in Africa, dove 14 paesi vivono tuttora sotto il giogo di una dominazione coloniale feroce e parassitaria, che sta facendo esplodere la crisi dei migranti. Lo afferma, in una drammatica video-testimonianza su “ByoBlu”, il leader panafricano Mohamed Konare, originario della Costa d’Avorio. “Libertè, egalitè, fraternitè”: valori che magari hanno ancora un peso in Francia, mentre nel continente nero – schiavizzato dal governo di Parigi – si sopravvive senza libertà e senza nessuna uguaglianza, mentre l’unica fraternità (criminale) è quella che lega alla potenza sfruttatrice i tanti dittatori africani, insediati dalla Francia a suon di sanguinosi colpi di Stato. A milioni, oggi, gli schiavi dell’Africa “francese” si riversano sulle coste italiane? Ovvio: a casa loro non hanno speranze, per colpa della piovra rappresentata dal sistema coloniale, che ancora oggi depreda i paesi sub-sahariani. Non hanno scampo, gli africani: sono vittime del più subdolo dei ricatti, cioè l’imposizione del Franco Cfa, moneta coloniale imposta all’Africa e tuttora di proprietà francese. Un controllo ferreo, per uno smisurato trasferimento di ricchezza: non meno di 500 miliardi di dollari all’anno, secondo stime ufficiali. Ora basta, però: bisogna che i giovani smettano di emigrare, dice Konare. Devono restare a casa, a lottare, perché l’Africa abbia finalmente un futuro.
«Dobbiamo “assediare” pacificamente tutte le ambasciate francesi in Africa, per smuovere l’opinione pubblica internazionale. Ci stiamo preparando: lo faremo». Mohamed Konare è consapevole di quanto sia pericolosa la sua posizione: nel solo dopoguerra, l’Africa ha subito 45 golpe orchestrati da Parigi. La potenza coloniale non ha esitato a far uccidere chiunque abbia osato ribellarsi: le vittime sono decine, dal leader congolese Patrice Lumumba al rivoluzionario sovranista Thomas Sankara, che dal Burkina Faso osò chiedere l’annullamento del debito africano e la fine degli “aiuti” (usurai) della finanza internazionale: miliardi offerti dal Fmi e dalla Banca Mondiale, per vincolare l’economia africana alla schiavitù del debito e imporre la rapina neoliberista delle risorse, affidate alle multinazionali con la complicità dei governanti africani corrotti. Uno schema che è all’origine dell’attuale disastro che investe l’Africa, come spiega l’economista Ilaria Bifarini: il Pil africano sta crescendo ma resta in mano a pochissimi, la popolazione del continente nero sta letteralmente esplodendo ma vive in condizioni economiche molto peggiori, rispetto a trent’anni fa. Nel frattempo è cambiato tutto, nel mondo globalizzato, tranne un aspetto che non è esagerato definire mostruoso: l’arcaico sfruttamento coloniale da parte della Francia, di cui Konare fornisce un quadro semplicemente sconcertante.
Il 50% della produzione delle ex colonie francesi finisce subito a Parigi: un furto sistematico, legalizzato dagli accordi della decolonizzazione, le “false indipendenze” concesse da Charles de Gaulle per continuare la razzia dietro il paravento dell’autonomia solo formale dell’Africa Francese. L’altro 50% del Pil viene comunque sottratto alla popolazione, grazie alla complicità dei regimi africani. Un sistema criminale, la cui regia – accusa Konare – è interamente francese: resta di proprietà della Francia il Franco Cfa, su cui Parigi esercita uno smisurato signoraggio. I paesi africani, obbligati a usare la moneta coloniale francese, non possono sviluppare liberamente la loro economia, né vendere a chi vogliono i loro prodotti. Il gas algerino finisce a Parigi insieme al petrolio. Stessa sorte per le merci di paesi importanti come il Senegal e il Camerun, la Costa d’Avorio, il Mali, il Togo, il Niger. Caffè e cacao, diamanti, oro, rame, uranio, coltan: il continente più ricco del pianeta sopravvive in miseria, sfruttato a sangue dai signori di Parigi, che oggi esibiscono l’ipocrita cinismo di Macron (ospite d’onore di Papa Francesco) ma ieri, almeno, erano capaci di franchezza: «Senza l’Africa – ammise François Mitterrand nel 1975 – la Francia non avrà storia nel 21mo secolo». Profezia confermata dal suo successore, Jacques Chirac, nel 2008: «Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo». E l’orrore continua: i paesi dell’Africa ex francese devono far approvare a Parigi i loro bilanci.
Tutto questo deve finire, annuncia Konare: bisogna porre fine all’esodo dei giovani, e iniziare la lotta di liberazione dell’Africa. Come? Svelando, all’opinione pubblica, lo spaventoso vampirismo della Francia: beninteso, i cittadini francesi non ne sono nemmeno consapevoli. Piuttosto, sono potenziali alleati: lo diventeranno, dice Konare, quando prenderanno coscienza di questo orrore, perpetrato dalle stesse élite che, in Europa, organizzano le crisi e l’austerity per gli europei. Carte truccate: come farebbe, la Francia, a mantenere il bilancio in ordine secondo i vincoli Ue, se non avesse dalla sua – ogni anno – quei 500 miliardi “rubati” all’Africa occidentale? E con che coraggio l’ometto dell’Eliseo (sostenuto dal Vaticano) dà lezioni all’Italia sui migranti, visto è proprio Parigi la maggiore responsabile dell’esodo biblico che stiamo vivendo? L’Africa deve svegliarsi, ora o mai più: l’appello di Konare è intensamente drammatico. Missione: salvare gli africani, restituendo loro la sovranità economica. «L’Africa è ricca: se si smette di depredarla, fiorirà. Verremo ancora in Italia, ma come turisti, a visitare Venezia e Firenze».
Patti chiari, dice Konare, e diventeremo amici. Ma di mezzo c’è una rivoluzione, da fare. «Un’alleanza tra popoli, africani ed europei, contro le élite che li sfruttano entrambi». Le armi? Una: l’informazione. «Tutti dovranno sapere. A quel punto, il dominio crollerà. Perché, se l’Africa ridiventerà sovrana, smetterà di esportare migranti». L’Italia? «Bene ha fatto a chiudere i porti: i nostri giovani che partono vengono ingannati dai trafficanti. L’emigrazione va scoraggiata in ogni modo, e l’Italia dovrebbe proprio chiudere le sue frontiere», sottolinea Konare, che si appella al governo gialloverde per ottenere una sponda nella grande battaglia, storica, per la resurrezione del continente nero. Italia cruciale: «Proprio a Roma, a settembre, faremo una grande manifestazione», annuncia Konare, al termine della lunga intervista sul video-blog di Claudio Messora. Una testimonianza, la sua, che vale più di una lezione universitaria: racconta di come l’ignoranza nasconda il peggior abominio, consumato sotto i nostri occhi. Un incubo, e una speranza: riconquistare un futuro. «Non avete idea di quanto siete buoni e di quanto siamo cattivi noi, in Occidente», dice Muhammad Alì ai bambini di Kinshasa, al termine dello storico match di boxe con Foreman, nel 1974. La cinepresa di Leon Gast immortalò un evento politico di portata storica: l’ultima voce africana capace di raggiungere, ed entusiasmare, il pubblico occidentale. Riuscirà nella stessa impresa l’altrettanto coraggioso e commovente Mohamed Konare?


lunedì 6 agosto 2018

Da Arendt a Morin: il Sessantotto fra critica e autocritica


Dibattito. Da Arendt a Morin: il Sessantotto fra critica e autocritica



Carlo Cardia venerdì 3 agosto 2018

È il classico “evento-sfinge” che ha molte facce e talvolta in contrasto tra loro, come dimostrano i giudizi dell’epoca in autori come Arendt, Morin, Glucksmann, Badiou 

Parigi, uno studente lancia una pietra contro la polizia nel maggio 1968 (AP Photo)

L’errore più comune, nelle commemorazioni del 68, è di volerlo chiudere in definizioni totalizzanti, delinearne i caratteri essenziali, chiedersi cos’è rimasto di quel movimento decenni dopo. È una tentazione irresistibile, ma proprio per questo da evitare. Contrariamente a quanto si sostiene, il 68 è un evento attorno al quale ha ruotato un’epoca con protagonisti molteplici e in cui si mischiano non violenza e violenza estrema, idealità e opportunismo puro, che ha spinto a chiedere palingenesi immaginarie e a dichiararsi poi maoisti estremi, a volere tutto e il contrario di tutto.

André Glucksmann: il '68 come sogno a occhi aperti

È più utile riflettere qua e là con i protagonisti più vivaci, e pronti al cambiamento, come André Glucksmann, che vollero evitare le celebrazioni, con «le prevedibili enfasi e i racconti degli ex-combattenti», proponendo, «per un’ora, o per il tempo di un sogno a occhi aperti, di attingere alla fonte dell’evento, alla cascata d’impertinenza, di rabbia ironica, di fraternità erudita che, cinquant’anni fa, guidarono le barricate entusiaste, gli anfiteatri in rivolta e i giorni di follia in cui Parigi piombò in un’atmosfera flaubertiana di educazione sentimentale».

Glucksmann ha visto il 68 come un mischiarsi di sentimenti, d’infinite contraddizioni, e non senza graffiare un po’ verso le presunzioni ermeneutiche, ricordando alle femministe che «Catherine Deneuve, con i suoi film, ha allentato il giogo delle donne più di quanto esse non riusciranno a fare con i loro dibattiti collerici».

Invece, da questa non-definibilità, che alcuni protagonisti rivivono con la memoria della giovinezza, meravigliosa eppur ingannevole, si può tratteggiare qualche tratto dell’epoca che ruota attorno al 68. Per esempio, raramente si ricorda che mentre molti giovani invocavano mutamenti rivoluzionari, metastorici, e riempivano sé stessi con la retorica, l’entusiasmo e con scivolamenti nella violenza, tutto intorno (per loro merito, e/o nonostante loro) si moveva un oceano di riformismo, di mutamenti nel costume, nel lavoro, nella Chiesa e nelle religioni. E questa volontà riformatrice, per un primo inarrivabile paradosso, suscitò reazioni inconsulte proprio in molti di coloro che volevano cambiare tutto.

Hannah Arendt: fu vera rivoluzione?

Per cogliere qualche scorcio dei tanti 68 che hanno coesistito a lungo, si può guardare con gli occhi di chi ha vissuto la parabola degli anni 70, e ha saputo già allora scrutarne le antinomie. A cominciare da Hannah Arendt, che ha dedicato al 68 più di un’analisi profetica, di recente riproposta in un prezioso saggio di Eugenia Lamedica, che fa riflettere più di tanti ricordi personali ( Hannah Arendt e il 68, Jaca Book, pagine 128, euro 16,00).

Per la filosofa-scrittrice il 68 nasce dalla «crisi della politica», mette «a nudo la vulnerabilità dell’intero sistema politico, rapidamente disintegratosi davanti agli occhi attoniti dei giovani ribelli». Mentre questi volevano solo «sfidare il sistema universitario fossilizzato» in realtà «cadde il sistema del potere governativo, assieme a quello delle imponenti burocrazie di partito», si verificò insomma ciò che i marxisti avrebbero chiamato una «situazione rivoluzionaria».

Ma il 68 fu una rivoluzione? La domanda preannuncia già la risposta, e chiede molto realismo. Se Ernst Bloch affermava che i giovani ribelli stavano dando «un contributo importante » alla storia delle rivoluzioni, soprattutto di quelle a venire, l’Arendt rispondeva che mancava loro un prerequisito fondamentale: «un gruppo di veri rivoluzionari. Proprio quello che agli studenti della sinistra piacerebbe moltissimo essere ma che non sono affatto». Ha simpatia per il movimento, l’«alto contenuto morale» della protesta, ma diffida subito della compassione come virtù rivoluzionaria e ricorda che questa aveva portato nell’89 francese e nel 17 bolscevico alle più atroci stragi compiute in nome dell’umanità.

Soprattutto, la Arendt privilegia la contestazione dei giovani americani rispetto a quelli europei, ricorda le due basi che legittimavano una rivolta morale e giuridica, anzitutto la “scoperta” della base razziale della democrazia americana: l’esclusione dei neri e degli indiami d’America dal consensus iuris che aveva dato vita prima al corpo politico delle colonie e poi a quello della Federazione. E Jefferson era così convinto di questa pecca originaria che dichiarò: «Tremo all’idea che Dio sia giusto».

L’altra pecca riguardava l’orizzonte in cui era chiusa la ricerca scientifica, tutta piegata a permettere agli uomini di poter vincere le guerre perché «non è rimasta neanche una maledetta cosa che uno possa esser e fare che non possa venire trasformata in guerra». Infine, la cultura americana professava l’ideale del benessere, per il quale dopo il fallimento del pauperismo, che alimenta sempre le ideologie marxiste, il commercio avrebbe vinto e avrebbe diffuso ricchezza in una società che non aspettava altro.

Hannah Arendt, allora, condivide lo spirito della contestazione, avendo già criticato nel suo Vita activa il comportamentismo delle scienze sociali che «si propongono di ridurre tutto l’uomo, in tutte le sue attività, a livello di un animale condizionato, che si comporta in modo prevedibile».

Si radica qui, in un movimento senza futuro, quel “ribellismo esistenziale” che porta i giovani a sempre nuove esperienze, allucinogeni, comunità di eguali, non violenza, libero amore, come un cocktail di bene e di male inestricabile, ma che produrrà altri danni. Così, il movimento studentesco colpisce la Arendt per il suo tratto distintivo rispetto a tutte le altre generazioni, per la «sua determinazione ad agire, la sua gioia nell’azione, la sicurezza di essere capaci di cambiare le cose grazie ai propri sforzi». Quanto agli obiettivi, opinioni, dottrine, la critica è senza appello: «la sterilità teoretica e l’ottusità analitica (del) movimento sono sorprendenti e deprimenti tanto quanto è gradita la sua gioia nell’azione».

Insomma, la Arendt è un po’ sessantottina solo quando dice che la nuova generazione agisce per una spinta morale iniziale, e perché con essa si scopre che «agire è divertente».

Ma il suo andirivieni critico non finisce qui. Esprime ancora ammirazione per il fatto che il 68 legittima la disobbedienza civile come strumento di cambiamento della società, del diritto, del costume, e che questa innovazione è quanto di più legato allo “spirito americano” possa esistere. Infatti la difficoltà a incorporare la disobbedienza non è nello spirito americano, bensì «nella natura stessa del diritto», perché la «legge non può giustificare la violazione della legge».

Così, senza citarlo, si evoca Henri Bergson che individua la dialettica tra morale e diritto nel fatto che l’etica traccia i nuovi orizzonti, e il diritto (conservatore di natura) resiste, ma non più di tanto perché all’improvviso matura una svolta e, per la splendida immagine di Kirchmann. ogni grande riforma manda al macero intere biblioteche giuridiche.

Edgar Morin e «l'estasi della storia»

Per parte sua Edgar Morin, anch’egli compartecipe degli eventi del 68, vive momenti esaltanti come professore, per esempio quando dovendo fare una lezione agli studenti che occupano l’università di Nanterre chiede loro il permesso democratico: la maggioranza è per il sì, ma poi uno studente gli toglie la luce, e deve rinunciare alla lezione.

Morin è commentatore e interprete del 68 e ancora oggi, in un libretto dove rilegge alcuni suoi saggi (Maggio 68. La Breccia, Cortina, pagine 128, euro 11,00), concorda con Hannah Arendt sulla spinta vitalistica del 68 che legge come “una breccia” nel muro dell’ordine costituito dell’epoca, come una “crisi spirituale” che realizza combinazioni singolari, quasi un «transfert di fede» tra ciò che era all’inizio, rivolta ideale, comunismo libertario, e l’ingabbiamento finale in dottrine maoiste, vetero-marxiste, che lo fanno morire anzitempo.

Morin propone una riflessione di secondo livello, e nel 1978 capisce che nel decennio trascorso da un lato «tutto era cambiato, ma dall’altro, nulla era cambiato, perché da allora nascono tanti fenomeni nuovi, e novissimi, ma che non possono essere addebitati al 68: femminismo, movimento degli omosessuali, ecologismo, il soggettivismo estremo e via di seguito. In realtà, stando ai fatti, negli anni 70 si determina “la perdita di una speranza” con la pax sovietica, il maoismo rivela il suo volto, la burocrazia uccide le rivoluzioni, e via di seguito ».

Di qui la lettura più originale di Edgar Morin. Il 68 è stato un evento simbolico di crisi di una civiltà in cui affiorano aspirazioni profonde, quasi antropologiche, che appassiscono, o si rovesciano nel loro opposto, ma che rinasceranno in altra forma, in una visione ciclica senza fine. Allora, va bene l’intuizione di Ionesco che gridò agli studenti parigini: tranquilli, tanto «vous serez tous de notaires», sarete tutti notai; ma vanno bene altre intuizioni, purché si colga l’elemento esistenziale, transeunte, del 68, e si vedano i frammenti che appaiono e scompaiono in un caleidoscopio continuo.

Brillanti altri rilievi di Morin, sulle incongruenze del movimento rispetto alle teorie e dottrine dominanti, gauchismo e maoismo utilizzati come prêt-à-porter. E decisivo il giudizio sulla significanza del 68 come “evento-sfinge” dell’epoca, che si presenta con esplosioni di gioia e sentimenti di fraternizzazione universale, addirittura come «estasi della storia», cioè «uno di quei momenti in cui la prosa delle cronologia, il senso di soffocamento quotidiano si sospendono», ma che vive presto la realtà triste del settarismo, il rancore, la spinta alla violenza, tutto e il contrario di tutto che impedisce ogni lettura univoca.

Alain Badiou e l'inutile attualità del '68

Per paradosso spetta ad Alain Badiou sognare ancora il 68 ma ribadirne l’inutilità delle “commemorazioni” in un breve scritto (Ribellarsi è giusto! L’attualità del Maggio 68, Orthotes, pagine 114, euro 14,00). Per Badiou alcuni lo ricordano «perché siamo sicuri che è morto, 50 anni dopo esso non dà più segni di vita», altri vi vedono il trionfo dell’individualismo che apre le porte al capitalismo sfrenato e a una glorificazione della beata “democrazia” con i suoi epigoni, davvero vincenti, della realizzazione del capitalismo postmoderno e nel suo universo variopinto di consumi; quindi, il prodotto dialettico del maggio 68 sarebbe proprio Sarkozy, «cioè lo Stato di diritto difeso e coraggiosamente dall’armata americana e dalla polizia repubblicana contro i barbari russi o cinesi per non dimenticare i violenti musulmani e i loro terroristi».

Insomma, bisognerebbe ricominciare daccapo con un nuovo 68. Un giudizio che non rasserena nessuno, tranne gli storici che vogliono continuare a leggere il passato. (1, continua)


mercoledì 27 settembre 2017

Storia. Le lapidi della Grande guerra rivivono su Twitter

«Se qualcuno domanda perché siamo morti, / ditegli perché i nostri padri hanno mentito» (R. Kipling)

Storia. Le lapidi della Grande guerra rivivono su Twitter


Riccardo Michelucci mercoledì 27 settembre 2017 (Avvenire)
Un progetto pubblica ogni giorno sul social network un diverso epitaffio dei caduti dell'impero britannico. Riportando alla luce sofferenze e polemiche
Le lapidi della Grande guerra rivivono su Twitter
«Vittima della menzogna / che la guerra possa fermare la guerra»; «Quante speranze sono sepolte qua / con il nostro unico figlio»; «Riposa nel Signore e attendi pazientemente la Sua venuta »; «I tuoi passi lontani risuonano nel corridoio del tempo». Centinaia di epitaffi per i caduti della Grande Guerra, pubblicati uno al giorno per oltre quattro anni. Iscrizioni cariche di sofferenza e amore, di disperazione e orgoglio, alcune con riferimenti alla Bibbia e ai classici della letteratura, altre che raccontano un particolare della vita di un soldato o di un’infermiera morta negli anni del conflitto.
È Twitter a far rivivere la memoria dei caduti britannici della Prima guerra mondiale con l’ambizioso progetto Great War Inscriptions ideato dalla storica inglese Sarah Wearne. Tre anni fa la studiosa ha iniziato a pubblicare giornalmente le iscrizioni tratte dalle tombe dei cimiteri di guerra sul profilo @WWInscriptions con l’intenzione di proseguire fino all’11 novembre 2018, solcando così il centenario dell’armistizio che pose fine alla brutale mattanza d’inizio Novecento.
Ciascun tweet rimanda a una pagina del sito epitaphsofthegreatwar.com che indica il nome, l’età, la data di morte, il corpo di appartenenza e il cimitero dove si trova la lapide. Nella stessa pagina la storica spiega ogni singolo epitaffio citando gli eventuali riferimenti letterari – alcuni tratti da Orazio, Shakespeare, Kipling e Tennyson – e riporta, laddove possibile, anche una breve biografia del caduto.
La fase di ricerca del progetto (che ha già superato ampiamente il migliaio di tweet) è durata molti anni, durante i quali Wearne ha studiato negli archivi e ha visitato i più remoti cimiteri di guerra europei riuscendo a riportare in vita le iscrizioni scelte all’epoca dai genitori o dalle mogli dei caduti. Frasi che non ricordano soltanto il sacrificio dei soldati ma anche l’eroismo delle infermiere che seguendo le orme di Florence Nightingale persero la vita nelle trincee, sui campi di battaglia o negli ospedali.
Le lapidi riportano epitaffi in più lingue che rispecchiano la patria d’origine del caduto, dal gallese al gaelico scozzese, dall’Afrikaans al Maori. Alcuni sono stati raccolti in due libri dedicati ai momenti cruciali del primo conflitto mondiale: la battaglia della Somme del 1916 e quella di Ypres dell’anno successivo ( Epitaphs of the Great War: The Somme e Epitaphs of the Great War: Passchendaele). Ma il cuore del progetto resta la rievocazione quotidiana delle iscrizioni attraverso Twitter, dove il limite dei 140 caratteri appare persino ampio, considerando che all’epoca ai familiari ne furono concessi meno della metà – appena 66 – per ricordare i loro cari.
Cimitero di guerra britannico a Mons, in Belgio (WikiCommons)
Cimitero di guerra britannico a Mons, in Belgio (WikiCommons)

Oggi la geografia di quella memoria bellica lontana un secolo è parte del nostro paesaggio e i cimiteri della Prima guerra mondiale, sparsi per l’Europa, sono ammirati per la loro silenziosa e sobria dignità, ma all’epoca le regole imposte dal governo britannico innescarono non poche controversie. Nel 1915, al culmine del conflitto, Londra proibì infatti il rimpatrio delle salme dalle zone di guerra ignorando le richieste delle famiglie, che non volevano vedere le spoglie dei loro cari inumate in un remoto angolo di un paese straniero. Molti si illusero che sarebbe stato sufficiente attendere la fine delle ostilità per poter dare una degna sepoltura ai propri cari ma il divieto sarebbe rimasto in vigore anche in seguito. A nessuno, neanche a chi aveva i mezzi per farlo, fu consentito di riportare a casa i resti dei propri cari, per evitare che nei cimiteri di guerra restassero soltanto le tombe dei più poveri.
«Contrariamente a quanto si può pensare – ha spiegato Wearne – i cimiteri non intendevano riflettere l’uguaglianza dei morti di fronte a Dio, bensì di fronte all’Impero. Che arrivassero dall’Inghilterra, dal Canada o dall’Australia, i soldati dovevano essere tutti sepolti insieme». Un’apposita commissione governativa stabilì poi che le lapidi dovevano essere uniformate e quindi le famiglie, quale che fosse il grado del soldato caduto, non ebbero neanche la possibilità di sceglierne la forma o le dimensioni. Fu la Chiesa cattolica a far notare che poiché non vi era stata quasi mai la possibilità di amministrare gli ultimi riti, sarebbe stato indispensabile dedicare una preghiera a ciascun morto per favorire il passaggio dell’anima nell’aldilà. Ma in presenza di caduti appartenenti a diverse confessioni religiose fu necessario trovare un compromesso. La commissione concesse che su ciascuna lapide fosse apposta una breve iscrizione lunga non più di 66 caratteri, fissando un costo di 3 pence e mezzo per ciascuna lettera. Una decisione che scatenò non poche proteste, considerando che nel Dopoguerra non tutti potevano permettersi una spesa del genere e furono costretti a rinunciare a quello che di fatto era rimasto l’unico modo per ricordare i propri cari. Ecco perché soltanto sul quaranta per cento di quelle lapidi è stata apposta un’iscrizione. Per tutti gli altri, per i quali l’assenza di un’epigrafe ha inevitabilmente favorito l’oblio, può valere quanto scrisse Rudyard Kipling sotto forma di poesia, pensando a suo figlio John, arruolatosi volontario e ucciso a pochi mesi dall’inizio della Grande guerra: «Se qualcuno domanda perché siamo morti, / ditegli perché i nostri padri hanno mentito».

domenica 24 settembre 2017

Grande guerra: finite le ostilità, non terminarono stragi e sofferenze

Grande guerra: finite le ostilità,
non terminarono stragi e sofferenze

In un saggio di Robert Gerwarth (Laterza), le terre straziate dalle lotte cruente
che seguirono l’armistizio del 1918, tra cui Russia, Germania, Finlandia, Ungheria

La battaglia che si svolse nel 1921 presso il fiume Sakarya o Sangarios, una delle più importanti di quel duro conflitto La battaglia che si svolse nel 1921 presso il fiume Sakarya o Sangarios, una delle più importanti di quel duro conflitto
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C’è una considerevole parte d’Europa (e non solo) per la quale gli anni successivi alla Prima guerra mondiale hanno contato molto di più — anche in termini di sofferenze — di quelli tra il 1914 e il 1918. In primo luogo la Russia, la cui storia nel Novecento inizia — per così dire — con le due rivoluzioni del 1917. Ma anche l’Ucraina, la Polonia, la Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Finlandia, la Serbia, l’Irlanda. E, dall’altra parte del Mediterraneo, l’intero Medio Oriente. Lì il ricordo della Grande guerra è quasi sfocato rispetto a quello ben più nitido degli anni successivi al conflitto. Proprio perché per molti Paesi europei la Prima guerra mondiale non finì affatto nel 1918 e anzi, per alcuni, il periodo che seguì fu più sanguinoso del precedente. Se ne accorse già nel maggio del 1919, un quotidiano austriaco ad ampia diffusione, «Innsbrucker Nachrichten», che pubblicò un editoriale, dal titolo La guerra in tempo di pace, nel quale si constatava con un certo allarme che la violenza postbellica aveva investito un arco territoriale che andava dalla Finlandia e dagli Stati baltici, alla Russia, all’Ucraina, alla Polonia, all’Ungheria, alla Germania e all’Austria stessa. Per estendersi, attraversati i Balcani, all’Anatolia e al Caucaso. Forse per una distrazione l’articolo non menzionava l’Irlanda, che pure durante la guerra d’Indipendenza (1919-21) e il successivo conflitto civile (1922-23) avrebbe conosciuto drammi assai simili a quelli che allarmavano il giornale austriaco. Drammi che avrebbero trovato il loro apogeo nelle due settimane del settembre 1922 in cui i turchi rientrarono in possesso di Smirne, diedero ai loro uomini licenza di saccheggiare nonché di uccidere e i morti, tra greci e armeni, furono trentamila.
Pëtr Struve (1870-1944) nel 1898 fu tra i fondatori del Partito socialista democratico russo, la cui corrente bolscevica avrebbe preso le redini della rivoluzione
Pëtr Struve (1870-1944) nel 1898 fu tra i fondatori del Partito socialista democratico russo, la cui corrente bolscevica avrebbe preso le redini della rivoluzione
Nel 1919, su impulso del primo ministro britannico David Lloyd George, un esercito di invasione greco era sbarcato a Smirne. Adesso, dopo tre anni di feroci scontri armati, i soldati di Mustafa Kemal riconquistavano la città e per prima cosa catturavano l’arcivescovo ortodosso Chrysostomos, reo ai loro occhi di aver, a suo tempo, sostenuto l’invasione greca. Il metropolita fu consegnato ad una folla inferocita che lo rinchiuse nel negozio di un barbiere ebreo. E fu il proprietario della bottega a descrivere ciò che accadde in seguito: «Qualcuno afferrò un telo bianco, lo mise attorno al collo dell’uomo e urlò: “Dagli una rasata!”. Al prelato strapparono poi la barba, gli cavarono gli occhi con dei coltelli, gli amputarono le orecchie, il naso e le mani. Il corpo martoriato venne quindi trascinato in un vicolo, scaraventato in un angolo dove avrebbe conosciuto la morte dopo ore e ore di inumane sofferenze». Fu anche questa l’Europa del primo dopoguerra. Un continente descritto adesso con grande efficacia da Robert Gerwarth nel libro La rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra 1917-1923 che, nell’eccellente traduzione di David Scaffei, Laterza manderà a giorni in libreria.
Mustafa Kemal, poi detto Atatürk (1881-1938), guidò le forze turche nella guerra vittoriosa contro i greci
Mustafa Kemal, poi detto Atatürk (1881-1938), guidò le forze turche nella guerra vittoriosa contro i greci
Per coloro che nel 1919 vivevano a Riga, Kiev, Smirne o in molte altre località dell’Europa orientale, centrale e sud-orientale, scrive Gerwarth, non ci fu pace in quegli anni, «ma solo una continua scia di violenze». La guerra mondiale, notò già allora il filosofo russo Pëtr Struve — che aveva militato dapprima con i socialisti e successivamente dalla parte dei «russi bianchi» — «terminò formalmente con la firma dell’armistizio, ma di fatto tutto ciò che da quel momento in poi abbiamo vissuto e continuiamo a vivere, non è che una continuazione e una trasformazione della guerra mondiale». Solo fra il 1917 e il 1920, nota lo storico, in Europa si ebbero ben 27 mutamenti politici violenti, molti dei quali accompagnati da guerre civili latenti o conclamate. Il caso più estremo fu quello della Russia dove «l’ostilità fra i sostenitori del colpo di Stato attuato dai bolscevichi di Lenin nel 1917 e i loro oppositori degenerò rapidamente in una guerra civile di proporzioni senza precedenti, che alla fine avrebbe provocato ben più di tre milioni di vittime». Tre milioni di vittime.
I Paesi europei sconfitti nella Grande guerra, scrive lo studioso, «spesso sono stati descritti o attraverso il prisma della propaganda o assumendo il punto di vista del 1918, quando la legittimazione dei nuovi Stati nazionali dell’Europa centro-orientale esigeva la demonizzazione degli imperi dai quali si erano distaccati». Un genere di lettura che indusse alcuni storici occidentali ad «interpretare la Prima guerra mondiale nei termini di un’epica lotta tra gli Alleati democratici da una parte e gli Imperi centrali autocratici dall’altra (tralasciando il fatto che l’impero più autocratico in assoluto, la Russia di Nicola II, aveva fatto parte della Triplice Intesa)». In anni più recenti però, riconosce l’autore, un numero crescente di ricerche sugli ex imperi ottomano, tedesco e austriaco ha messo in discussione la leggenda nera secondo la quale gli Imperi centrali «erano più o meno degli Stati canaglia e delle anacronistiche prigioni dei popoli». La «riabilitazione» è stata relativamente agevole per la Germania e l’Impero asburgico, che oggi appaiono agli storici «in una luce molto più benevola (o quantomeno più sfumata)» di quanto non fosse stato fino alla fine del Novecento. Ma anche riguardo all’Impero ottomano, dove il genocidio degli armeni avvenuto durante la guerra sembrava confermare la «natura malvagia» di quell’impero stesso che avrebbe usato «la violenza per sopprimere le minoranze», bene, rispetto a questa lettura sta adesso gradualmente venendo alla luce un quadro che viene presentato come assai più complesso.
E anche se si considerano eccessive queste «riabilitazioni» degli imperi prebellici, aggiunge Gerwarth, «sarebbe difficile sostenere che l’Europa postimperiale fosse un luogo migliore e più sicuro rispetto a quella del 1914». Era dai tempi della guerra dei Trent’anni (1618-1648) che nel nostro continente non si assisteva a un intreccio di conflitti, «ma soprattutto di guerre civili dai confini così indefiniti e dal carattere così cruento come quelle degli anni successivi al 1917-18». Con scontri armati che si sovrapponevano alle rivoluzioni, alle controrivoluzioni, e alle ostilità di confine fra Stati in formazione, privi di frontiere chiaramente definite e di governi riconosciuti dalla comunità internazionale, con tutte queste esplosioni di odio «l’Europa postbellica degli anni che vanno dalla conclusione ufficiale della Grande guerra nel 1918 al trattato di Losanna del luglio 1923, fu il luogo più violento del pianeta». Anche a non voler calcolare i milioni di decessi provocati fra il 1918 e il 1920 dalla pandemia di influenza spagnola o le centinaia di migliaia di civili che da Beirut a Berlino perirono di fame in conseguenza della decisione alleata di mantenere il blocco economico anche dopo la fine delle ostilità, scrive Gerwarth, le vittime dei conflitti armati dell’Europa in quei cinque anni furono «più delle perdite subite complessivamente dalla Gran Bretagna, dalla Francia e dagli Stati Uniti nel corso della Grande guerra». Milioni e milioni di morti. Ai quali vanno aggiunti altri milioni di profughi impoveriti provenienti dall’Europa centrale, orientale e meridionale, che vagarono negli scenari stravolti dalla guerra dell’Europa occidentale, alla ricerca di sicurezza e di una vita migliore. Talché secondo l’autore de La rabbia dei vinti non si può dar torto a quegli storici dell’Europa orientale (tipo Peter Holquist) che hanno definito la stagione successiva al 1918 come un’epoca di «prolungata guerra civile europea».
Se questo tema per decenni ha scarsamente attirato l’attenzione degli storici, la colpa è probabilmente della cultura anglosassone. Winston Churchill, ad esempio, liquidò i conflitti postbellici di cui stiamo parlando definendoli «guerre di pigmei». Secondo Gerwarth parole così sprezzanti riflettono «quell’atteggiamento intriso di pregiudizi antiorientali (e d’impronta implicitamente coloniale) nei confronti dell’Europa dell’Est che, dopo il 1918, prevalse per decenni nei libri di testo occidentali». Un derivato dell’idea sviluppatasi tra la crisi balcanica (1875-78) e le due guerre balcaniche (1912-13) che i Balcani, appunto, e con essi l’intera Europa orientale «fossero in un certo senso intrinsecamente violenti, al contrario dell’Occidente civilizzato e pacifico». Di un Occidente quantomeno caratterizzato, secondo questa visione culturale, da una radicata vocazione alla pace.
Si può dire che la stagione di cui stiamo parlando iniziò con la rivoluzione d’Ottobre. La Grande guerra cambiò natura quando la rivoluzione bolscevica determinò l’uscita della Russia dal conflitto e gli Alleati, rafforzati dalla discesa in campo degli Stati Uniti al loro fianco, «perseguirono sempre di più lo smantellamento degli imperi europei come un obiettivo della guerra». Anzi: come se fosse stato fin da principio il reale obiettivo della guerra stessa. Gli eventi russi ebbero un «duplice effetto»: l’ammissione della sconfitta da parte di Pietrogrado aumentò le aspettative di vittoria imminente da parte degli Imperi centrali («solo qualche mese prima che la loro definitiva sconfitta li portasse a cercare quei nemici “interni” a cui attribuivano la causa del crollo»), infondendo allo stesso tempo «nuove possenti energie in un continente lacerato dalla guerra e, dopo quattro anni di combattimenti, maturo per la rivoluzione».
Fu proprio in questo periodo, secondo Gerwarth, «che un conflitto fra Stati particolarmente cruento ma in definitiva convenzionale come era stata la Prima guerra mondiale» lasciò il posto «a una serie di conflitti interconnessi la cui logica e il cui scopo erano molto più pericolosi». Rispetto alla Grande guerra, che venne combattuta con l’obiettivo di «costringere il nemico ad accettare determinate condizioni di pace (per quanto severe esse fossero)», la violenza successiva al 1917-18 fu infinitamente più «ingovernabile». Si trattava di «conflitti per la vita o la morte, combattuti per annientare il nemico, etnico o di classe, secondo una logica genocida che in seguito sarebbe diventata dominante in gran parte dell’Europa fra il 1939 e il 1945».
La rabbia dei vinti fa notare poi che «un altro aspetto rilevante dei conflitti successivi al 1917-18 sta nella circostanza che essi esplosero dopo un secolo nel corso del quale gli Stati europei erano in vario grado riusciti a imporre il loro monopolio sulla violenza legittima: gli eserciti regolari erano diventati la norma, e la distinzione fondamentale fra combattenti e non combattenti era stata codificata (anche se poi spesso violata in pratica)». I conflitti del dopoguerra, nota l’autore, invertirono questa tendenza. Nei territori degli ex imperi europei, dove erano assenti organizzazioni statali in grado di funzionare efficacemente, «il ruolo degli eserciti nazionali venne assunto da milizie di vario orientamento politico e la linea di demarcazione fra amici e nemici, fra combattenti e civili, divenne terribilmente incerta». La rabbia dei vinti propone l’ipotesi che «per comprendere i violenti percorsi che l’Europa — Russia ed ex territori ottomani in Medio Oriente compresi — seguì durante il XX secolo, è necessario prendere in considerazione non tanto le esperienze belliche degli anni tra il 1914 e il 1917, quanto il modo con cui la guerra si concluse per gli Stati che la persero: disfatta, crollo degli imperi, agitazione rivoluzionaria».
A questo punto Gerwarth punta l’indice contro le ricerche storiche tradizionali: «Nella letteratura internazionale manca un volume che analizzi in una prospettiva d’insieme le esperienze di tutti gli Stati europei sconfitti nella Grande guerra». Se ci fosse, ne verrebbe fuori un grande affresco del «potere mobilitante della sconfitta». Da notare che negli Stati europei che avevano vinto la guerra (con l’eccezione quasi irrilevante in questo contesto dell’Italia e della parte irlandese del Regno Unito) dopo il 1918 «non si registrò un sostanziale aumento della violenza politica, anche perché la vittoria militare aveva giustificato i sacrifici degli anni di guerra e legittimato ulteriormente le istituzioni». Non si può dire lo stesso per i Paesi sconfitti: «Nessuno di essi riuscì a ritornare a livelli di stabilità e di pace interna paragonabili a quelli dell’anteguerra». Con l’aggravante che, causa la disgregazione degli imperi di cui si è detto, milioni di persone furono arbitrariamente affidati a Stati di nuova formazione o modificati rispetto al loro assetto precedente alla guerra: tedeschi alla Cecoslovacchia, all’Italia e alla Polonia, magiari alla Cecoslovacchia, alla Jugoslavia e alla Romania, bulgari alla Romania e alla Grecia. Cosicché Polonia, Cecoslovacchia e Jugoslavia, più che Stati nazionali, si trovarono ad essere imperi in miniatura. Differenti dal precedente grande Impero asburgico non già per la purezza etnica bensì, come s’è detto, per dimensioni e, a sorpresa, per il «capovolgimento delle gerarchie etniche interne». Ciò che avrebbe contribuito non poco ad innescare la Seconda guerra mondiale.
Bibliografia
Esce in libreria il 5 ottobre il saggio di Robert Gerwarth La rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra 1917-1923 (pagine 448, euro 28). Alle vicende che, dopo la caduta dell’Impero ottomano, portarono alla nascita della Turchia repubblicana è dedicato il libro di Charles King Mezzanotte a Istanbul (traduzione di Luigi Giacone, Einaudi, 2015). Da segnalare anche: Erik J. Zurcher, Storia della Turchia. Dalla fine dell’impero ottomano ai giorni nostri (traduzione di Stefania Micheli e Andrea Piccoli, Donzelli, 2007); Antonello Biagini, Storia della Turchia contemporanea (Bompiani, 2002). Utile inoltre la biografia Kemal Atatürk, scritta da Fabio L. Grassi (Salerno, 2008). Sul versante ellenico si sofferma il libro di Thanos Veremis e Ioannis Koliopulos La Grecia moderna. Una storia che inizia nel 1821 (traduzione di Massimo Cazzulo, Argo, 2014)

lunedì 11 settembre 2017

Il romanzo di Caporetto e il giallo della morte del generale fucilatore

Il romanzo di Caporetto
e il giallo della morte
del generale fucilatore

 

Attorno alla disfatta italiana di cento anni fa si snoda il racconto di Paolo Malaguti in «Prima dell’alba»: romanzo corale sulla Grande Guerra, ma anche giallo che ricostruisce la morte di Andrea Graziani, l’alto ufficiale che mise al muro decine di soldati italiani per futili motivi. Tra fiction e realtà, la grande tragedia di una nazione
di Dino Messina
Il dramma di Caporetto spiegato in un romanzo. Ci ha provato con successo Paolo Malaguti in Prima dell’alba, un’opera narrativa appena edita da Neri Pozza (pagine 304, euro 17) che è dedicata alla memoria dell’artigliere Alessandro Ruffini, fucilato a Noventa il 3 novembre 1917, perché al passaggio di un generale non si era tolto il sigaro di bocca. Quel generale era il più severo di tutti, Andrea Graziani (foto sotto), al quale il comandante supremo Luigi Cadorna, con uno degli ultimi atti ufficiali prima di passare le consegne ad Armando Diaz, aveva dato l’incarico di coordinare e sovrintendere il movimento di sgombero. Un eufemismo con cui in linguaggio burocratico si chiamava la ritirata, o anche la fuga, di Caporetto.

La grande fuga

L’esercito italiano allo sbando incalzato da austriaci e tedeschi, forti di un nuovo tipo di mitragliatrice, di truppe liberate dal fronte orientale grazie all’armistizio con la Russia socialista, e, soprattutto, di un nuovo tipo di organizzazione. Alla superiorità tecnica e logistica dei crucchi si era aggiunta l’impreparazione dell’esercito italiano, colto dal nemico in posizione d’attacco quando un’attenta valutazione del momento avrebbe voluto le truppe in posizione difensiva. Attorno al 24 ottobre di cento anni fa, alcuni mesi prima e alcuni mesi dopo, quando austriaci e tedeschi dilagarono sino al Piave minacciando tutta la pianura padana, è costruito il romanzo di Malaguti, narratore non ancora quarantenne che nel 2016 è stato finalista al Premio Strega con La reliquia di Costantinopoli.

Il generale temuto

Prima dell’alba è un libro con una natura duplice. In parte è un romanzo corale che racconta la Grande Guerra dal basso (ciascuno dei 18 capitoli è dedicato a una vittima della repressione poliziesca, una delle facce del primo conflitto mondiale). In parte è un giallo, costruito attorno alla morte di Andrea Graziani, il severo generale temuto dalla truppa che dopo essere stato messo a riposo, era stato riabilitato dal fascismo e nominato luogotenente della Milizia volontaria. La stessa sorte toccata a Luigi Cadorna, che per volontà di Mussolini divenne Maresciallo d’Italia (toccando l’icona blu, l’«Extra degli Extra» con tutti gli Scaffali di storia di Dino Messina).

Quel tuffo dal treno

Graziani, nato a Bardolino nel 1864, durante uno dei periodici viaggi da Roma a Verona, la sera del 27 febbraio 1931, all’altezza di Calenzano, vicino a Firenze, cadde dalla carrozza di prima classe e fu ritrovato morto la mattina seguente a una certa distanza dai binari. Suicidio o omicidio? Il giudice Cosentino, incaricato delle indagini, aprì l’inchiesta al mattino e la chiusa la sera stessa, nonostante ci fossero molti dubbi che un vecchio carico di onori spiccasse un atletico salto da un treno in corsa per farla finita. Mussolini non voleva scandali attorno alla morte di quell’«eroe» della Prima Guerra Mondiale e fece intervenire l’Ovra per mettere tutto a tacere. Ma molti dubbi furono avanzati da subito e se ne trova una eco nella voce dedicata al generale pubblicata pochi mesi dopo l’accaduto dal Dizionario biografico degli italiani.

Italiani messi al muro

Prima di ricevere l’incarico di ispettore della ritirata, Andrea Graziani aveva avuto una carriera notevole. Si era distinto negli aiuti alle popolazioni durante i terremoti di Messina (1908) e della Marsica (1915) e da colonnello si era guadagnato i gradi di generale nella battaglia del Pasubio. Aveva una fama di militare capace e intransigente e per questo Cadorna gli aveva affidato quel delicato compito dopo la disfatta di Caporetto. Secondo i documenti aveva personalmente ordinato la fucilazione alle spalle di almeno trenta italiani. Non tutti disertori. Nella grande guerra, come hanno raccontato Enzo Forcella e Alberto Monticone in Plotone di esecuzione (Laterza), si poteva finire al muro solo per avere la divisa in disordine. Furono un migliaio i condannati a morte nella Grande Guerra. Ma a questa cifra bisogna aggiungere le vittime non registrate. Era consuetudine che per non dispiacere alle famiglie (e per mettersi al riparo da eventuali ricorsi) gli ufficiali attribuissero la causa di morte a una pallottola nemica o a una malattia. La madre di Alessandro Ruffini, il ragazzo di 24 anni che era già un veterano, fucilato perché si era messo sull’attenti con il sigaro in bocca, nell’immediato dopoguerra ebbe il coraggio di denunciare Andrea Graziani. Se ne trova traccia sugli articoli dell’Avanti!, ma risulta anche che il generale ammise le sue responsabilità e non venne in alcun modo perseguito (sotto, soldati tedeschi durante l’avanzata seguita allo sfondamento di Caporetto; nella foto sopra il titolo, la ritirata italiana).

Tra fiction e realtà

Paolo Malaguti ipotizza nel suo romanzo che la morte di Graziani abbia a che fare il suo comportamento al fronte. Vendetta dei famigliari, di un testimone delle esecuzioni? O di chi altro? Naturalmente non lo sveleremo per non togliere suspense alla lettura. Ma qui siamo nel campo della fiction. Nella realtà storica resta la figura controversa di Andrea Graziani, che tornò a dividere anche in anni recenti, quando gli amministratori del Comune di Valgatara, nel Veronese, tirarono fuori dalla cantine un busto del generale e lo posero accanto al monumento ai caduti. La statua venne buttata da ignoti dissidenti in fondo a un laghetto e recuperata mesi dopo.

I profughi veneti

Probabilmente non verrà mai risolto il mistero attorno alla morte di Andrea Graziani, da non confondere con il Rodolfo Graziani che fu ministro della guerra a Salò. Certo, bene ha fatto Paolo Malaguti a ricordarci questa pagina di storia e a raccontarci la ritirata di Caporetto dal basso, con una prosa avvincente che fa spesso ricorso al lessico di trincea. La lingua ci restituisce l’umore di un popolo, di un esercito composto al novanta per cento da contadini, che non fervevano certo d’ardore per la patria e impararono a caro prezzo l’italiano nel fango delle trincee. Per loro la «caramella» era l’ufficiale, il «corpo reali imboscati» era la croce rossa italiana, «passare al lampione» andare sotto processo, «re Pipetta» era il soprannome dato a Vittorio Emanuele III, chiamato anche «sciaboletta»; «reoplano abbattuto»”, il carabiniere ucciso per astio o vendetta, «trincea Cadorna», la trincea di prima linea particolarmente pericolosa. Malaguti in Prima dell’alba dedica molte pagine anche alle tante famiglie costrette a lasciare le loro case dall’avanzata nemica. Interi Paesi furono trasferiti lontano (Cismon del Grappa a Marsala, Enego dall’altopiano di Asiago in Calabria). Il sentimento nazionale si creò anche così: con la coabitazione forzata dopo la tragedia.
11 settembre 2017