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lunedì 29 luglio 2019

Il foglio matricolare di mio nonno, il fante Toniato Antonio, classe 1913


Il foglio matricolare di mio nonno, il fante Toniato Antonio, classe 1913

Contadino padovano, soldato in Croazia e per due anni nei campi di concentramento tedeschi durante la seconda guerra mondiale.

(trascrizione e note a cura di Bruno Trevellin)


TONIATO ANTONIO, di Pasquale e di Riondato Teresa, numero di matricola 50030, del Distretto di Padova, classe 1913.

Campagne
Campagna di guerra del 1943
Campagna di guerra del 1944
Campagna di guerra del 1945
Ha titolo all’attribuzione dei benefici[1] di cui all’art. 6, D. L. 4-3-1948, n. 137 come ratificato con legge 23-2-1952, n. 95 per essere stato prigioniero dei Tedeschi dal 12 settembre ’43 all’8 maggio ’45 e trattenuto dalle Forze Armate delle Nazioni Unite fino al 10 agosto ’45.

Note caratteristiche
Robustezza: molta
condotta in servizio e fuori servizio: ottima
cura dell’arredo: sufficiente
istruzione militare: sufficiente
istruzione letteraria: terza elementare
attitudine all’avanzamento: a caporale

Dati e contrassegni personali
Residenza all’atto dell’arruolamento: Rubano, via Frascà n. 7-frazione di Sarmeola.
Figlio di Pasquale e di Riondato Teresa, nato il 9 giugno 1913 a Rubano (Padova), statura m. 1,79; torace m. 0,84; capelli color castano, forma liscia; viso lungo; naso aquilino; mento giusto; occhi castani; sopracciglia castane; fronte regolare; colorito roseo; bocca regolare; dentatura sana; arte o professione contadino; sa leggere e scrivere; titolo di studio terza elementare.

Arruolamento
Richiesta di congedo illimitato presentata in data 8 agosto 1933
Chiamato alle armi e giunto il 6 aprile ‘34
Assegnato al 25° Reggimento fanteria il 7 aprile ‘34
Nel 73° Reggimento fanteria il 15 settembre ‘34
Parificato a Fiume il 29 settembre ‘34
Nel 75° Reggimento fanteria per la guardia alla frontiera il 15 settembre ‘34
Nel 26° Reggimento fanteria, divisione di Fiume l’8 marzo ‘35
Trattenuto alle armi a senso della circolare n. 40001 del 4 marzo 1935-XIII del Ministero della guerra il 6 aprile ‘35
Nel 25° Reggimento fanteria il 17 settembre ‘35
Inviato in licenza illimitata in attesa di congedo il 29 marzo ‘36
Collocato in congedo illimitato l’1 luglio ‘36
Iscritto al ruolo 111 delle forze in congedo del Distretto di Padova il 19 gennaio ‘38
Richiamato alle armi per istruzione il 30 agosto ‘39
Inviato in licenza illimitata senza assegni l’1 dicembre ‘39
Richiamato alle armi e giunto presso il 55° Reggimento Fanteria il 7 gennaio ‘41
Catturato e fatto prigioniero dalle truppe tedesche mentre trovavasi presso il 55° Reggimento Fanteria di stanza in Croazia il 12 settembre ‘43[2]
Rientrato dalla prigionia il 10 agosto ‘45[3]
Esaminato dalla Commissione interrogatrice prigionieri di guerra del Distretto militare di Padova , nessun addebito può essere elevato in merito alle circostanze della cattura e al comportamento tenuto durante la prigionia di guerra.
Inviato in licenza di rimpatrio di giorni 60  con assegni a decorrenza dall’11 agosto ’45 al 10 ottobre ‘45
Collocato in congedo illimitato il 10 ottobre ‘45

Nota Finale
Toniato Antonio, mio nonno materno, tornò a casa nel pomeriggio dell'Assunta del 1945, ridotto a 35 chili di pelle e ossa, anche lui per due anni 'schiavo di Hitler' con gli altri 600 mila IMI (Internati Militari Italiani) senza diritti, che preferirono lo sfruttamento nei campi di lavoro tedeschi piuttosto che essere arruolati nell'esercito della Repubblica Sociale.

“Il regime nazista non considera i nostri soldati catturati come prigionieri di guerra, ma li classifica presto come ‘internati militari italiani’ (IMI), privandoli così delle tutele garantite ai prigionieri dalla Convenzione di Ginevra, sottraendoli alla protezione della Croce Rossa Internazionale e obbligandoli al lavoro. È il lavoro per il Reich, infatti, l'obiettivo principale della politica tedesca nei confronti degli italiani catturati, un lavoro che verrà svolto in condizioni disumane, in totale spregio delle norme di guerra e di quelle umanitarie.
Durante l'internamento, i militari italiani – soprattutto gli ufficiali, perché i soldati sono ritenuti più utili al lavoro coatto – vengono incessantemente invitati, in cambio della liberazione, ad arruolarsi nelle forze armate tedesche e soprattutto nelle forze armate della Repubblica Sociale Italiana. La stragrande maggioranza degli internati rifiuta, dando vita a una forma di Resistenza ‘disarmata’ o ‘passiva’. Molti si oppongono a qualsiasi tipo di collaborazione; tutti si rassegnano alle tragiche condizioni di vita dei lager.
La RSI non aiuta in alcun modo i connazionali nei campi che, nell'agosto 1944, sono trasformati, con il consenso di Mussolini, in ‘lavoratori civili’, ma non per questo le loro condizioni migliorano. Sfruttati, malati, sottoposti a torture fisiche e psicologiche, non di rado oggetto di veri e propri crimini di guerra, gli italiani dei lager pagano spesso con la vita la loro resistenza. Le vittime dei lager saranno, alla fine della guerra, tra le 40 e le 50.000”[4].



[1] Trattasi della pensione di guerra.
[2] Fino all’8 settembre ’43 il comando del Reggimento era a Ragusa e aveva compiti di difesa costiera e di controguerriglia. Le forze divisionali erano dislocate a Gravosa, Trebjnie, Duzis, Davala, Ravno, Poljice e Slano. Il Reggimento viene sciolto il 12 settembre, dopo l’armistizio. “Nel corso delle operazioni di disarmo a Ragusa divampa, nelle prime ore del mattino, la resistenza italiana, che verrà comunque domata in mattinata. Catturati 28.000 italiani” (in SILVIA PASCALE, Come stelle nel cielo. In viaggio tra i lager, Ciesse edizioni, 2017, p. 13)
[3] “Andrea Devoto riassume così la successione delle fasi psicologiche attraversate dai deportati nei lager: una fase di shock iniziale, comune a tutti, caratterizzata da arresto, trasporto e arrivo al campo; una di adattamento al lager contrassegnata da fame, degradazione e repressione d’ogni sentimento; una fase di rassegnazione segnata da insensibilità fisica e morale, obbedienza e spersonalizzazione” (PASCALE, Come stelle nel cielo, p. 18)

domenica 14 ottobre 2018

Attila fermato dalla malaria


La tomba del bambino 'vampiro': ecco la prova che a fermare l'avanzata di Attila fu la malaria

La tomba del bambino vampiro che svela i riti romani contro la malaria
Il teschio del "bambino vampiro" con la pietra in bocca 
In Umbria, a Lugnano in Teverina, una villa del V secolo restituisce reperti straordinari: un ragazzino sepolto con una pietra in bocca per non farlo risorgere. Gli archeologi: "È la conferma della diffusione della malattia che fermò anche l'avanzata degli Unni di Attila"
di CRISTINA NADOTTI
13 ottobre 2018
Il "Cimitero dei bambini" di Lugnano in Teverina, in Umbria, continua a stupire gli archeologi. Nella villa romana abitata fino al V secolo, dove gli archeologi dell'Università di Stanford scavano ormai dal 1987, è stato rinvenuto lo scheletro di un bambino o bambina (ancora non è stato accertato il sesso) sepolto con una pietra in bocca. Il sasso serviva sia a non far diffondere la malattia, sia a zavorrare il corpo e non farlo risorgere come vampiro. È la prova ulteriore che nella villa erano stati sepolti in tutta fretta molti bambini ed eseguiti riti magici, per scongiurare il propagarsi di un'epidemia.
In realtà non di epidemia si trattava, ma di diffusione della malaria, capace di fermare anche l'avanzata degli Unni di Attila. Quando infatti nel 452 papa Leone I incontrò l'unno vicino a Verona, secondo quanto riporta lo scrittore latino Sidonio Apollinare Gaio Sollio, gli suggerì di non sottovalutare la forza dell'esercito romano, ma anche la pericolosità della zona che avrebbe dovuto attraversare, la valle del Tevere, dove imperversava una "pestilenza". La malaria, appunto.

Da anni l'archeologo David Soren, responsabile dello scavo, pubblica resoconti sulla straordinarietà della villa di Poggio Gramignano, costruita alla fine del I secolo avanti Cristo e abbandonata in tutta fretta nel V, in un primo tempo studiata per i suoi mosaici e poi diventata presto la villa del "cimitero dei bambini", quando si scoprì una stanza in cui erano stati radunati decine di bambini e feti. Come sostiene Soren anche a proposito del "Bambino vampiro", "Non si è mai vista una cosa simile, il ritrovamento è inquietante e strano e capisco che lo si stia già chiamando 'il vampiro di Lugnano'".

In pubblicazioni precedenti Soren ha anche descritto il ritrovamento di scheletri di cuccioli di cani, alcuni decapitati. Secondo l'archeologo i sacrifici dei cani servivano a placare le divinità degli inferi e inoltre negli scritti di Plinio i "succhi dei corpi dei cuccioli" erano applicati per curare varie malattie, tra le quali l'ingrossamento della milza, tipico di chi è affetto da malaria. 

Anche lo scheletro del "bambino vampiro", per quanto non sia ancora stato eseguito l'esame del Dna che potrà rpovarlo senza dubbi, presenta segni di malaria. Nel cranio ci sono infatti segni di ascessi ai denti, considerati, anche questi, tipici della parassitosi malarica.
 Il direttore dello scavo, David Pickel, dell'università di Stanford, ha aggiunto che "il ritrovamento del 'bambino vampiro' potrà dire molto sulla devastante epidemia di malaria che colpì l'Umbria circa 1.500 anni fa e soprattutto sugli effetti che ebbe sulla comunità e sul modo con cui si cercò di combatterla".

"L'età di questo bambino e la sua particolare sepoltura con la pietra posta nella bocca, rappresentano, al momento, un'anomalia all'interno di un cimitero già anormale", ha detto Pickel. "Questo sottolinea ulteriormente quanto sia unico il sito in cui stiamo scavando - Fino a oggi, infatti, erano stati trovati scheletri di bambini più piccoli, al massimo di 3 anni. Una bambina aveva delle pietre tra le mani, anche in questo caso probabilmente per tenerla ancorata alla sepoltura".

Lo scheletro ritrovato con la pietra in bocca è per ora unico a Lugnano, ma sepolture simili sono state documentate in altri luoghi, tra cui Venezia, dove nel 2009 fu ritrovato il corpo di una donna del XVI secolo, soprannominata "Vampiro di Venezia" perché aveva un mattone in bocca. Nel Northamptonshire, in Inghilterra, nel 2017, si trovò lo scheletro di un uomo, risalente al III o IV secolo, sepolto a faccia in giù con la lingua rimossa e sostituita con una pietra.

"Queste operazioni fatte sui morti si vedono in diverse culture - osserva un altro dei ricercatori americani, il bioarcheologo Jordan Wilson -  specialmente nel mondo romano indicavano che c'era il timore che questa persona potesse tornare dai morti e cercare di diffondere la malattia ai vivi".

Gli scavi sul sito di Lugnano sono per ora sospesi e riprenderanno la prossima estate. Intanto il sito della villa è in corso di musealizzazione grazie a finanziamenti ottenuti per la copertura dell'area, mentre i reperti provenienti dalla villa e la storia della città sono visibili
nell'antiquarium nello splendido centro storico di Lugnano in Teverina, in provincia di Terni e a circa un'ora di auto da Roma.



martedì 28 agosto 2018

AFRICA DEPREDATA DALLA FRANCIA


Konare: è la Francia a depredare l’Africa, ditele di smettere
Scritto il 07/8/18

Ma la Francianon era il paese dei Lumi, patria della libertà già nel Settecento? Sì, ma solo in Europa: certo non in Africa, dove 14 paesi vivono tuttora sotto il giogo di una dominazione coloniale feroce e parassitaria, che sta facendo esplodere la crisidei migranti. Lo afferma, in una drammatica video-testimonianza su “ByoBlu”, il leader panafricano Mohamed Konare, originario della Costa d’Avorio. “Libertè, egalitè, fraternitè”: valori che magari hanno ancora un peso in Francia, mentre nel continente nero – schiavizzato dal governo di Parigi – si sopravvive senza libertà e senza nessuna uguaglianza, mentre l’unica fraternità (criminale) è quella che lega alla potenza sfruttatrice i tanti dittatori africani, insediati dalla Franciaa suon di sanguinosi colpi di Stato. A milioni, oggi, gli schiavi dell’Africa “francese” si riversano sulle coste italiane? Ovvio: a casa loro non hanno speranze, per colpa della piovra rappresentata dal sistema coloniale, che ancora oggi depreda i paesi sub-sahariani. Non hanno scampo, gli africani: sono vittime del più subdolo dei ricatti, cioè l’imposizione del Franco Cefa, moneta coloniale imposta all’Africa e tuttora di proprietà francese. Un controllo ferreo, per uno smisurato trasferimento di ricchezza: non meno di 500 miliardi di dollari all’anno, secondo stime ufficiali. Ora basta, però: bisogna che i giovani smettano di emigrare, dice Konare. Devono restare a casa, a lottare, perché l’Africa abbia finalmente un futuro.
«Dobbiamo “assediare” pacificamente tutte le ambasciate francesi in Africa, per smuovere l’opinione pubblica internazionale. Ci stiamo preparando: lo faremo». Mohamed Konare è consapevole di quanto sia pericolosa la sua posizione: nel solo dopoguerra, l’Africa ha subito 45 golpe orchestrati da Parigi. La potenza coloniale non ha esitato a far uccidere chiunque abbia osato ribellarsi: le vittime sono decine, dal leader congolese Patrice Lumumba al rivoluzionario sovranista Thomas Sankara, che dal Burkina Faso osò chiedere l’annullamento del debito africano e la fine degli “aiuti” (usurai) della finanzainternazionale: miliardi offerti dal Fmi e dalla Banca Mondiale, per vincolare l’economiaafricana alla schiavitù del debito e imporre la rapina neoliberista delle risorse, affidate alle multinazionali con la complicità dei governanti africani corrotti. Uno schema che è all’origine dell’attuale disastro che investe l’Africa, come spiega l’economista Ilaria Bifarini: il Pil africano sta crescendo ma resta in mano a pochissimi, la popolazione del continente nero sta letteralmente esplodendo ma vive in condizioni economiche molto peggiori, rispetto a trent’anni fa. Nel frattempo è cambiato tutto, nel mondo globalizzato, tranne un aspetto che non è esagerato definire mostruoso: l’arcaico sfruttamento coloniale da parte della Francia, di cui Konare fornisce un quadro semplicemente sconcertante.
Il 50% della produzione delle ex colonie francesi finisce subito a Parigi: un furto sistematico, legalizzato dagli accordi della decolonizzazione, le “false indipendenze” concesse da Charles de Gaulle per continuare la razzia dietro il paravento dell’autonomia solo formale dell’Africa Francese. L’altro 50% del Pil viene comunque sottratto alla popolazione, grazie alla complicità dei regimi africani. Un sistema criminale, la cui regia – accusa Konare – è interamente francese: resta di proprietà della Franciail Franco Cefa, su cui Parigi esercita uno smisurato signoraggio. I paesi africani, obbligati a usare la moneta coloniale francese, non possono sviluppare liberamente la loro economia, né vendere a chi vogliono i loro prodotti. Il gas algerino finisce a Parigi insieme al petrolio. Stessa sorte per le merci di paesi importanti come il Senegal e il Camerun, la Costa d’Avorio, il Mali, il Togo, il Niger. Caffè e cacao, diamanti, oro, rame, uranio, coltan: il continente più ricco del pianeta sopravvive in miseria, sfruttato a sangue dai signori di Parigi, che oggi esibiscono l’ipocrita cinismo di Macron (ospite d’onore di Papa Francesco) ma ieri, almeno, erano capaci di franchezza: «Senza l’Africa – ammise François Mitterrand nel 1975 – la Francianon avrà storianel 21mo secolo». Profezia confermata dal suo successore, Jacques Chirac, nel 2008: «Senza l’Africa, la Franciascivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo». E l’orrore continua: i paesi dell’Africa ex francese devono far approvare a Parigi i loro bilanci.
Tutto questo deve finire, annuncia Konare: bisogna porre fine all’esodo dei giovani, e iniziare la lotta di liberazione dell’Africa. Come? Svelando, all’opinione pubblica, lo spaventoso vampirismo della Francia: beninteso, i cittadini francesi non ne sono nemmeno consapevoli. Piuttosto, sono potenziali alleati: lo diventeranno, dice Konare, quando prenderanno coscienza di questo orrore, perpetrato dalle stesse élite che, in Europa, organizzano le crisie l’austerity per gli europei. Carte truccate: come farebbe, la Francia, a mantenere il bilancio in ordine secondo i vincoli Ue, se non avesse dalla sua – ogni anno – quei 500 miliardi “rubati” all’Africa occidentale? E con che coraggio l’ometto dell’Eliseo (sostenuto dal Vaticano) dà lezioni all’Italia sui migranti, visto è proprio Parigi la maggiore responsabile dell’esodo biblico che stiamo vivendo? L’Africa deve svegliarsi, ora o mai più: l’appello di Konare è intensamente drammatico. Missione: salvare gli africani, restituendo loro la sovranità economica. «L’Africa è ricca: se si smette di depredarla, fiorirà. Verremo ancora in Italia, ma come turisti, a visitare Venezia e Firenze».
Patti chiari, dice Konare, e diventeremo amici. Ma di mezzo c’è una rivoluzione, da fare. «Un’alleanza tra popoli, africani ed europei, contro le élite che li sfruttano entrambi». Le armi? Una: l’informazione. «Tutti dovranno sapere. A quel punto, il dominio crollerà. Perché, se l’Africa ridiventerà sovrana, smetterà di esportare migranti». L’Italia? «Bene ha fatto a chiudere i porti: i nostri giovani che partono vengono ingannati dai trafficanti. L’emigrazione va scoraggiata in ogni modo, e l’Italia dovrebbe proprio chiudere le sue frontiere», sottolinea Konare, che si appella al governo gialloverde per ottenere una sponda nella grande battaglia, storica, per la resurrezione del continente nero. Italia cruciale: «Proprio a Roma, a settembre, faremo una grande manifestazione», annuncia Konare, al termine della lunga intervista sul video-blog di Claudio Messora. Una testimonianza, la sua, che vale più di una lezione universitaria: racconta di come l’ignoranza nasconda il peggior abominio, consumato sotto i nostri occhi. Un incubo, e una speranza: riconquistare un futuro. «Non avete idea di quanto siete buoni e di quanto siamo cattivi noi, in Occidente», dice Muhammad Alì ai bambini di Kinshasa, al termine dello storico match di boxe con Foreman, nel 1974. La cinepresa di Leon Gast immortalò un evento politico di portata storica: l’ultima voce africana capace di raggiungere, ed entusiasmare, il pubblico occidentale. Riuscirà nella stessa impresa l’altrettanto coraggioso e commovente Mohamed Konare?
Ma la Francia non era il paese dei Lumi, patria della libertà già nel Settecento? Sì, ma solo in Europa: certo non in Africa, dove 14 paesi vivono tuttora sotto il giogo di una dominazione coloniale feroce e parassitaria, che sta facendo esplodere la crisi dei migranti. Lo afferma, in una drammatica video-testimonianza su “ByoBlu”, il leader panafricano Mohamed Konare, originario della Costa d’Avorio. “Libertè, egalitè, fraternitè”: valori che magari hanno ancora un peso in Francia, mentre nel continente nero – schiavizzato dal governo di Parigi – si sopravvive senza libertà e senza nessuna uguaglianza, mentre l’unica fraternità (criminale) è quella che lega alla potenza sfruttatrice i tanti dittatori africani, insediati dalla Francia a suon di sanguinosi colpi di Stato. A milioni, oggi, gli schiavi dell’Africa “francese” si riversano sulle coste italiane? Ovvio: a casa loro non hanno speranze, per colpa della piovra rappresentata dal sistema coloniale, che ancora oggi depreda i paesi sub-sahariani. Non hanno scampo, gli africani: sono vittime del più subdolo dei ricatti, cioè l’imposizione del Franco Cfa, moneta coloniale imposta all’Africa e tuttora di proprietà francese. Un controllo ferreo, per uno smisurato trasferimento di ricchezza: non meno di 500 miliardi di dollari all’anno, secondo stime ufficiali. Ora basta, però: bisogna che i giovani smettano di emigrare, dice Konare. Devono restare a casa, a lottare, perché l’Africa abbia finalmente un futuro.
«Dobbiamo “assediare” pacificamente tutte le ambasciate francesi in Africa, per smuovere l’opinione pubblica internazionale. Ci stiamo preparando: lo faremo». Mohamed Konare è consapevole di quanto sia pericolosa la sua posizione: nel solo dopoguerra, l’Africa ha subito 45 golpe orchestrati da Parigi. La potenza coloniale non ha esitato a far uccidere chiunque abbia osato ribellarsi: le vittime sono decine, dal leader congolese Patrice Lumumba al rivoluzionario sovranista Thomas Sankara, che dal Burkina Faso osò chiedere l’annullamento del debito africano e la fine degli “aiuti” (usurai) della finanza internazionale: miliardi offerti dal Fmi e dalla Banca Mondiale, per vincolare l’economia africana alla schiavitù del debito e imporre la rapina neoliberista delle risorse, affidate alle multinazionali con la complicità dei governanti africani corrotti. Uno schema che è all’origine dell’attuale disastro che investe l’Africa, come spiega l’economista Ilaria Bifarini: il Pil africano sta crescendo ma resta in mano a pochissimi, la popolazione del continente nero sta letteralmente esplodendo ma vive in condizioni economiche molto peggiori, rispetto a trent’anni fa. Nel frattempo è cambiato tutto, nel mondo globalizzato, tranne un aspetto che non è esagerato definire mostruoso: l’arcaico sfruttamento coloniale da parte della Francia, di cui Konare fornisce un quadro semplicemente sconcertante.
Il 50% della produzione delle ex colonie francesi finisce subito a Parigi: un furto sistematico, legalizzato dagli accordi della decolonizzazione, le “false indipendenze” concesse da Charles de Gaulle per continuare la razzia dietro il paravento dell’autonomia solo formale dell’Africa Francese. L’altro 50% del Pil viene comunque sottratto alla popolazione, grazie alla complicità dei regimi africani. Un sistema criminale, la cui regia – accusa Konare – è interamente francese: resta di proprietà della Francia il Franco Cfa, su cui Parigi esercita uno smisurato signoraggio. I paesi africani, obbligati a usare la moneta coloniale francese, non possono sviluppare liberamente la loro economia, né vendere a chi vogliono i loro prodotti. Il gas algerino finisce a Parigi insieme al petrolio. Stessa sorte per le merci di paesi importanti come il Senegal e il Camerun, la Costa d’Avorio, il Mali, il Togo, il Niger. Caffè e cacao, diamanti, oro, rame, uranio, coltan: il continente più ricco del pianeta sopravvive in miseria, sfruttato a sangue dai signori di Parigi, che oggi esibiscono l’ipocrita cinismo di Macron (ospite d’onore di Papa Francesco) ma ieri, almeno, erano capaci di franchezza: «Senza l’Africa – ammise François Mitterrand nel 1975 – la Francia non avrà storia nel 21mo secolo». Profezia confermata dal suo successore, Jacques Chirac, nel 2008: «Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo». E l’orrore continua: i paesi dell’Africa ex francese devono far approvare a Parigi i loro bilanci.
Tutto questo deve finire, annuncia Konare: bisogna porre fine all’esodo dei giovani, e iniziare la lotta di liberazione dell’Africa. Come? Svelando, all’opinione pubblica, lo spaventoso vampirismo della Francia: beninteso, i cittadini francesi non ne sono nemmeno consapevoli. Piuttosto, sono potenziali alleati: lo diventeranno, dice Konare, quando prenderanno coscienza di questo orrore, perpetrato dalle stesse élite che, in Europa, organizzano le crisi e l’austerity per gli europei. Carte truccate: come farebbe, la Francia, a mantenere il bilancio in ordine secondo i vincoli Ue, se non avesse dalla sua – ogni anno – quei 500 miliardi “rubati” all’Africa occidentale? E con che coraggio l’ometto dell’Eliseo (sostenuto dal Vaticano) dà lezioni all’Italia sui migranti, visto è proprio Parigi la maggiore responsabile dell’esodo biblico che stiamo vivendo? L’Africa deve svegliarsi, ora o mai più: l’appello di Konare è intensamente drammatico. Missione: salvare gli africani, restituendo loro la sovranità economica. «L’Africa è ricca: se si smette di depredarla, fiorirà. Verremo ancora in Italia, ma come turisti, a visitare Venezia e Firenze».
Patti chiari, dice Konare, e diventeremo amici. Ma di mezzo c’è una rivoluzione, da fare. «Un’alleanza tra popoli, africani ed europei, contro le élite che li sfruttano entrambi». Le armi? Una: l’informazione. «Tutti dovranno sapere. A quel punto, il dominio crollerà. Perché, se l’Africa ridiventerà sovrana, smetterà di esportare migranti». L’Italia? «Bene ha fatto a chiudere i porti: i nostri giovani che partono vengono ingannati dai trafficanti. L’emigrazione va scoraggiata in ogni modo, e l’Italia dovrebbe proprio chiudere le sue frontiere», sottolinea Konare, che si appella al governo gialloverde per ottenere una sponda nella grande battaglia, storica, per la resurrezione del continente nero. Italia cruciale: «Proprio a Roma, a settembre, faremo una grande manifestazione», annuncia Konare, al termine della lunga intervista sul video-blog di Claudio Messora. Una testimonianza, la sua, che vale più di una lezione universitaria: racconta di come l’ignoranza nasconda il peggior abominio, consumato sotto i nostri occhi. Un incubo, e una speranza: riconquistare un futuro. «Non avete idea di quanto siete buoni e di quanto siamo cattivi noi, in Occidente», dice Muhammad Alì ai bambini di Kinshasa, al termine dello storico match di boxe con Foreman, nel 1974. La cinepresa di Leon Gast immortalò un evento politico di portata storica: l’ultima voce africana capace di raggiungere, ed entusiasmare, il pubblico occidentale. Riuscirà nella stessa impresa l’altrettanto coraggioso e commovente Mohamed Konare?


domenica 19 agosto 2018

Piazzola sul Brenta 1916. Concerto pro-lana


Piazzola sul Brenta 1916
Biglietto d’ingresso al concerto pro lana
Come in tantissimi altri comuni italiani che durante la prima guerra mondiale organizzarono manifestazioni di vario tipo[1] per raccogliere fondi da destinare all’acquisto di indumenti di lana da inviare ai soldati al fronte per affrontare l’inverno, a Piazzola sul Brenta si tenne un concerto strumentale e vocale. Il biglietto d’ingresso della foto (cartoncino delle dimensioni di cm. 10x8) informa che il concerto si terrà il 10 settembre 1916, una domenica, e che i primi posti a sedere costano una lira. Il concerto è organizzato dal Comitato pro-lana del comune.


[1] A Bologna si organizzò una passeggiata benefica (https://www.bibliotecasalaborsa.it/cronologia/bologna/1915/3934);
il Comune di Dolo delibera la concessione di un contributo di 50 lire al Comitato locale (https://books.google.it/books?id=NnUyDwAAQBAJ&pg=PA405&lpg=PA405&dq=comitato+pro+lana&source);
a Bracciano il Comitato pro lana organizza una rappresentazione teatrale. Interessanti i retorici toni dell’invito, in cui si informa che la lana verrà inviata ‘ai prodi soldati del nostro paese, che eroicamente combattono sulle vette dolomitiche contro un doppio nemico: il freddo e il cannone’(https://books.google.it/books?id=qTVzinMBqFwC&pg=PA211&lpg=PA211&dq=comitato+pro+lana&source).


lunedì 6 agosto 2018

Da Arendt a Morin: il Sessantotto fra critica e autocritica


Dibattito. Da Arendt a Morin: il Sessantotto fra critica e autocritica



Carlo Cardia venerdì 3 agosto 2018

È il classico “evento-sfinge” che ha molte facce e talvolta in contrasto tra loro, come dimostrano i giudizi dell’epoca in autori come Arendt, Morin, Glucksmann, Badiou 

Parigi, uno studente lancia una pietra contro la polizia nel maggio 1968 (AP Photo)

L’errore più comune, nelle commemorazioni del 68, è di volerlo chiudere in definizioni totalizzanti, delinearne i caratteri essenziali, chiedersi cos’è rimasto di quel movimento decenni dopo. È una tentazione irresistibile, ma proprio per questo da evitare. Contrariamente a quanto si sostiene, il 68 è un evento attorno al quale ha ruotato un’epoca con protagonisti molteplici e in cui si mischiano non violenza e violenza estrema, idealità e opportunismo puro, che ha spinto a chiedere palingenesi immaginarie e a dichiararsi poi maoisti estremi, a volere tutto e il contrario di tutto.

André Glucksmann: il '68 come sogno a occhi aperti

È più utile riflettere qua e là con i protagonisti più vivaci, e pronti al cambiamento, come André Glucksmann, che vollero evitare le celebrazioni, con «le prevedibili enfasi e i racconti degli ex-combattenti», proponendo, «per un’ora, o per il tempo di un sogno a occhi aperti, di attingere alla fonte dell’evento, alla cascata d’impertinenza, di rabbia ironica, di fraternità erudita che, cinquant’anni fa, guidarono le barricate entusiaste, gli anfiteatri in rivolta e i giorni di follia in cui Parigi piombò in un’atmosfera flaubertiana di educazione sentimentale».

Glucksmann ha visto il 68 come un mischiarsi di sentimenti, d’infinite contraddizioni, e non senza graffiare un po’ verso le presunzioni ermeneutiche, ricordando alle femministe che «Catherine Deneuve, con i suoi film, ha allentato il giogo delle donne più di quanto esse non riusciranno a fare con i loro dibattiti collerici».

Invece, da questa non-definibilità, che alcuni protagonisti rivivono con la memoria della giovinezza, meravigliosa eppur ingannevole, si può tratteggiare qualche tratto dell’epoca che ruota attorno al 68. Per esempio, raramente si ricorda che mentre molti giovani invocavano mutamenti rivoluzionari, metastorici, e riempivano sé stessi con la retorica, l’entusiasmo e con scivolamenti nella violenza, tutto intorno (per loro merito, e/o nonostante loro) si moveva un oceano di riformismo, di mutamenti nel costume, nel lavoro, nella Chiesa e nelle religioni. E questa volontà riformatrice, per un primo inarrivabile paradosso, suscitò reazioni inconsulte proprio in molti di coloro che volevano cambiare tutto.

Hannah Arendt: fu vera rivoluzione?

Per cogliere qualche scorcio dei tanti 68 che hanno coesistito a lungo, si può guardare con gli occhi di chi ha vissuto la parabola degli anni 70, e ha saputo già allora scrutarne le antinomie. A cominciare da Hannah Arendt, che ha dedicato al 68 più di un’analisi profetica, di recente riproposta in un prezioso saggio di Eugenia Lamedica, che fa riflettere più di tanti ricordi personali ( Hannah Arendt e il 68, Jaca Book, pagine 128, euro 16,00).

Per la filosofa-scrittrice il 68 nasce dalla «crisi della politica», mette «a nudo la vulnerabilità dell’intero sistema politico, rapidamente disintegratosi davanti agli occhi attoniti dei giovani ribelli». Mentre questi volevano solo «sfidare il sistema universitario fossilizzato» in realtà «cadde il sistema del potere governativo, assieme a quello delle imponenti burocrazie di partito», si verificò insomma ciò che i marxisti avrebbero chiamato una «situazione rivoluzionaria».

Ma il 68 fu una rivoluzione? La domanda preannuncia già la risposta, e chiede molto realismo. Se Ernst Bloch affermava che i giovani ribelli stavano dando «un contributo importante » alla storia delle rivoluzioni, soprattutto di quelle a venire, l’Arendt rispondeva che mancava loro un prerequisito fondamentale: «un gruppo di veri rivoluzionari. Proprio quello che agli studenti della sinistra piacerebbe moltissimo essere ma che non sono affatto». Ha simpatia per il movimento, l’«alto contenuto morale» della protesta, ma diffida subito della compassione come virtù rivoluzionaria e ricorda che questa aveva portato nell’89 francese e nel 17 bolscevico alle più atroci stragi compiute in nome dell’umanità.

Soprattutto, la Arendt privilegia la contestazione dei giovani americani rispetto a quelli europei, ricorda le due basi che legittimavano una rivolta morale e giuridica, anzitutto la “scoperta” della base razziale della democrazia americana: l’esclusione dei neri e degli indiami d’America dal consensus iuris che aveva dato vita prima al corpo politico delle colonie e poi a quello della Federazione. E Jefferson era così convinto di questa pecca originaria che dichiarò: «Tremo all’idea che Dio sia giusto».

L’altra pecca riguardava l’orizzonte in cui era chiusa la ricerca scientifica, tutta piegata a permettere agli uomini di poter vincere le guerre perché «non è rimasta neanche una maledetta cosa che uno possa esser e fare che non possa venire trasformata in guerra». Infine, la cultura americana professava l’ideale del benessere, per il quale dopo il fallimento del pauperismo, che alimenta sempre le ideologie marxiste, il commercio avrebbe vinto e avrebbe diffuso ricchezza in una società che non aspettava altro.

Hannah Arendt, allora, condivide lo spirito della contestazione, avendo già criticato nel suo Vita activa il comportamentismo delle scienze sociali che «si propongono di ridurre tutto l’uomo, in tutte le sue attività, a livello di un animale condizionato, che si comporta in modo prevedibile».

Si radica qui, in un movimento senza futuro, quel “ribellismo esistenziale” che porta i giovani a sempre nuove esperienze, allucinogeni, comunità di eguali, non violenza, libero amore, come un cocktail di bene e di male inestricabile, ma che produrrà altri danni. Così, il movimento studentesco colpisce la Arendt per il suo tratto distintivo rispetto a tutte le altre generazioni, per la «sua determinazione ad agire, la sua gioia nell’azione, la sicurezza di essere capaci di cambiare le cose grazie ai propri sforzi». Quanto agli obiettivi, opinioni, dottrine, la critica è senza appello: «la sterilità teoretica e l’ottusità analitica (del) movimento sono sorprendenti e deprimenti tanto quanto è gradita la sua gioia nell’azione».

Insomma, la Arendt è un po’ sessantottina solo quando dice che la nuova generazione agisce per una spinta morale iniziale, e perché con essa si scopre che «agire è divertente».

Ma il suo andirivieni critico non finisce qui. Esprime ancora ammirazione per il fatto che il 68 legittima la disobbedienza civile come strumento di cambiamento della società, del diritto, del costume, e che questa innovazione è quanto di più legato allo “spirito americano” possa esistere. Infatti la difficoltà a incorporare la disobbedienza non è nello spirito americano, bensì «nella natura stessa del diritto», perché la «legge non può giustificare la violazione della legge».

Così, senza citarlo, si evoca Henri Bergson che individua la dialettica tra morale e diritto nel fatto che l’etica traccia i nuovi orizzonti, e il diritto (conservatore di natura) resiste, ma non più di tanto perché all’improvviso matura una svolta e, per la splendida immagine di Kirchmann. ogni grande riforma manda al macero intere biblioteche giuridiche.

Edgar Morin e «l'estasi della storia»

Per parte sua Edgar Morin, anch’egli compartecipe degli eventi del 68, vive momenti esaltanti come professore, per esempio quando dovendo fare una lezione agli studenti che occupano l’università di Nanterre chiede loro il permesso democratico: la maggioranza è per il sì, ma poi uno studente gli toglie la luce, e deve rinunciare alla lezione.

Morin è commentatore e interprete del 68 e ancora oggi, in un libretto dove rilegge alcuni suoi saggi (Maggio 68. La Breccia, Cortina, pagine 128, euro 11,00), concorda con Hannah Arendt sulla spinta vitalistica del 68 che legge come “una breccia” nel muro dell’ordine costituito dell’epoca, come una “crisi spirituale” che realizza combinazioni singolari, quasi un «transfert di fede» tra ciò che era all’inizio, rivolta ideale, comunismo libertario, e l’ingabbiamento finale in dottrine maoiste, vetero-marxiste, che lo fanno morire anzitempo.

Morin propone una riflessione di secondo livello, e nel 1978 capisce che nel decennio trascorso da un lato «tutto era cambiato, ma dall’altro, nulla era cambiato, perché da allora nascono tanti fenomeni nuovi, e novissimi, ma che non possono essere addebitati al 68: femminismo, movimento degli omosessuali, ecologismo, il soggettivismo estremo e via di seguito. In realtà, stando ai fatti, negli anni 70 si determina “la perdita di una speranza” con la pax sovietica, il maoismo rivela il suo volto, la burocrazia uccide le rivoluzioni, e via di seguito ».

Di qui la lettura più originale di Edgar Morin. Il 68 è stato un evento simbolico di crisi di una civiltà in cui affiorano aspirazioni profonde, quasi antropologiche, che appassiscono, o si rovesciano nel loro opposto, ma che rinasceranno in altra forma, in una visione ciclica senza fine. Allora, va bene l’intuizione di Ionesco che gridò agli studenti parigini: tranquilli, tanto «vous serez tous de notaires», sarete tutti notai; ma vanno bene altre intuizioni, purché si colga l’elemento esistenziale, transeunte, del 68, e si vedano i frammenti che appaiono e scompaiono in un caleidoscopio continuo.

Brillanti altri rilievi di Morin, sulle incongruenze del movimento rispetto alle teorie e dottrine dominanti, gauchismo e maoismo utilizzati come prêt-à-porter. E decisivo il giudizio sulla significanza del 68 come “evento-sfinge” dell’epoca, che si presenta con esplosioni di gioia e sentimenti di fraternizzazione universale, addirittura come «estasi della storia», cioè «uno di quei momenti in cui la prosa delle cronologia, il senso di soffocamento quotidiano si sospendono», ma che vive presto la realtà triste del settarismo, il rancore, la spinta alla violenza, tutto e il contrario di tutto che impedisce ogni lettura univoca.

Alain Badiou e l'inutile attualità del '68

Per paradosso spetta ad Alain Badiou sognare ancora il 68 ma ribadirne l’inutilità delle “commemorazioni” in un breve scritto (Ribellarsi è giusto! L’attualità del Maggio 68, Orthotes, pagine 114, euro 14,00). Per Badiou alcuni lo ricordano «perché siamo sicuri che è morto, 50 anni dopo esso non dà più segni di vita», altri vi vedono il trionfo dell’individualismo che apre le porte al capitalismo sfrenato e a una glorificazione della beata “democrazia” con i suoi epigoni, davvero vincenti, della realizzazione del capitalismo postmoderno e nel suo universo variopinto di consumi; quindi, il prodotto dialettico del maggio 68 sarebbe proprio Sarkozy, «cioè lo Stato di diritto difeso e coraggiosamente dall’armata americana e dalla polizia repubblicana contro i barbari russi o cinesi per non dimenticare i violenti musulmani e i loro terroristi».

Insomma, bisognerebbe ricominciare daccapo con un nuovo 68. Un giudizio che non rasserena nessuno, tranne gli storici che vogliono continuare a leggere il passato. (1, continua)


domenica 29 luglio 2018

Storia. Spagnola, la pandemia che cambiò il mondo


Storia. Spagnola, la pandemia che cambiò il mondo



Riccardo Michelucci sabato 28 luglio 2018

Fra il 1918 e il '19 fece molte più vittime delle guerre mondiali incidendo su società e cultura come nessun evento dopo la peste nera. Avvicinò l'India all'indipendenza e migliorò la sanità nazionale



Guillaume Apollinaire tornò dalle trincee della Prima guerra mondiale con una grave ferita alla tempia. Colpito dai frammenti di un proiettile di artiglieria, riuscì a salvarsi grazie a un delicato intervento chirurgico. Il faro dell’avanguardia letteraria francese sopravvisse al «grande spettacolo della guerra » – come lo definì lui – ma non ebbe alcuno scampo di fronte all’influenza spagnola, che di lì a poco lo uccise a soli 38 anni. Molti illustri artisti e intellettuali dell’epoca avrebbero condiviso la sua stessa fine. Anche Egon Schiele, Max Weber ed Edmond Rostand (l’autore di Cyrano de Bergerac) risultano tra le vittime della devastante calamità naturale che tra il 1918 e il 1920 colpì un abitante su tre del pianeta, causando la morte di decine di milioni di persone. Ma nonostante l’entità del fenomeno, le conseguenze dell’influenza “spagnola” che si diffuse su scala mondiale esattamente un secolo fa sono rimaste a lungo in ombra, offuscate dalla devastazione della Prima guerra mondiale e relegate a un ruolo secondario nei libri di storia. Soltanto negli Stati Uniti il morbo falciò mezzo milione di vite – circa dieci volte di più di quante ne uccisero i tedeschi durante la Grande guerra – eppure soltanto nelle aree urbane più colpite la malattia salì agli onori delle cronache.

Il motivo per cui quella tremenda epidemia fu identificata con la Spagna è curioso, e nasce dalla censura operata in molti paesi durante la Prima guerra mondiale. I governi delle nazioni belligeranti, temendo che si diffondesse il panico tra la popolazione, cercarono in tutti i modi di non diffondere la notizia della pandemia. Le prime informazioni trapelarono dalla Spagna – che era neutrale e quindi priva di controlli sulla stampa – e spinsero gli altri Paesi a far credere che fosse circoscritta alla sola Spagna, dove peraltro si ammalarono sia il primo ministro che il re Alfonso XIII.

In occasione del centenario di un evento epocale ma ancora curiosamente misconosciuto della nostra storia recente, la giornalista scientifica inglese Laura Spinney ha dato alle stampe 1918, l’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo (Marsilio), un libro a metà tra il saggio e la cronaca giornalistica che inquadra il fenomeno da un punto di vista storico, scientifico e culturale alla luce degli studi più recenti nei campi della virologia, dell’epidemiologia e della psicologia. Facendo innanzitutto notare che su quella immane catastrofe è sceso un inspiegabile oblio collettivo. Eppure, spiega Spinney la pandemia ha di fatto riconfigurato la popolazione umana più radicalmente di qualunque altro evento successivo alla peste nera. Ha influito sul corso della Prima guerra mondiale e, verosimilmente, ha contribuito allo scoppio della Seconda. Ha avvicinato l’India all’indipendenza e il Sudafrica all’apartheid, ha stimolato la crescita dell’assistenza sanitaria nazionale e della medicina alternativa, l’amore per le attività all’aria aperta e la passione per lo sport ed è in parte responsabile dell’ossessione degli artisti del XX secolo per le infinite fragilità del corpo umano.

In un primo momento i sintomi del morbo erano gli stessi di una comune influenza: mal di gola, mal di testa, febbre. Ma in molti casi si presentavano poi complicazioni come polmoniti batteriche in forma acuta, i malati sviluppavano in fretta difficoltà respiratorie e insorgevano dolori in gran parte del corpo. Seguivano sonnolenza e torpore, con febbre altissima, polso debole, lingua bianca, cefalea. Circa la metà delle morti si verificarono nel gruppo di età compreso tra i venti e i quarant’anni. Il morbo si propagò in breve tempo come un uragano e le contromisure mediche di prevenzione e cura si rivelarono perlopiù fantasiose, oltre che vane: gargarismi con chinino, camere di nebulizzazione dove fino a venti persone alla volta inalavano formalina o solfato di zinco. Fu, in generale, un brutto momento per la scienza, che non riuscì a trovare alcun rimedio e si accorse di non possedere alcuno strumento per identificare e neutralizzare l’agente invisibile del morbo.

La virulenza della pandemia scatenò però una serie di comportamenti a metà tra il tragico e il bizzarro. In alcuni paesi si diffuse la convinzione che la malattia fosse neutralizzata dall’alcol, facendo aumentare vertiginosamente i casi di alcolismo. In Cile si dette la colpa alle classi più povere arrivando a incendiare le case nei villaggi più derelitti del paese, creando di conseguenza un’ondata di profughi che accentuò la diffusione dell’influenza. A Odessa, in Ucraina, la gente inscenò rituali religiosi arcaici per allontanare il flagello mentre in Sudafrica e non soltanto lì, le persone di un colore iniziarono a incolpare quelle dell’altro. I missionari cristiani furono invece spesso gli unici a portare sollievo nelle zone più remote della Cina, dove all’inizio del 1918 si erano registrati i primi focolai a livello mondiale.

Complessivamente, l’influenza spagnola uccise circa cento milioni di persone, un numero di vittime superiore alla somma di entrambe le guerre mondiali. Oggi sappiamo che il virus responsabile della pandemia era di origine aviaria, proprio come quello che si verificò alcuni anni fa nel sudest asiatico. Gli scienziati sono riusciti a comprenderne le origini ma non a determinare perché ebbe conseguenze così letali. Le ragioni di una mortalità così spaventosa - spiega Spinney - furono sicuramente molteplici. Alla particolare virulenza del virus si sommarono elementi come la concomitanza con il bacillo di Pfeiffer, la malnutrizione presente da anni nelle popolazioni dei paesi in guerra, la mancanza di antibiotici per le complicazioni polmonari e le precarie condizioni igienico-sanitarie dei soldati in guerra. Ma vi furono, secondo Spinney, anche importanti conseguenze di carattere storico-politico. La negligenza degli inglesi nel curare l’influenza in India sarebbe stata infatti una delle ragioni della nascita del movimento per l’indipendenza indiano, mentre l’elevato numero di malati che si registrò nelle file dell’esercito tedesco avrebbe accelerato la conclusione della Prima guerra mondiale.