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venerdì 6 ottobre 2017

Poesie, testi e film per l’orientamento



Poesie, testi e film per l’orientamento
Testi di Eliot, Gibran, Neruda, Saba. Il film ‘Vado a scuola’ di Pascal Plisson
Attività realizzata nella classe 3 A (ottobre 2017)

Parte prima: poesie sul lavoro


Thomas Sterns Eliot, Il LAVORO
In luoghi abbandonati
Noi costruiremo con mattoni nuovi
Vi sono mani e macchine
E argilla per nuovi mattoni
E calce per nuova calcina
Dove i mattoni son caduti
Costruiremo con pietra nuova
Dove le travi son marcite
Costruiremo con nuovo legname
Dove parole non son pronunciate
Costruiremo con nuovo linguaggio
C’è un lavoro comune
Una Chiesa per tutti
E un impiego per ciascuno
Ognuno al suo lavoro.

T. S. Eliot, I DISOCCUPATI

Nessuno ci ha offerto un lavoro
Con le mani in tasca
e il viso basso
stiamo in piedi all'aperto
e tremiamo nelle stanze senza fuoco.
Solo il vento si muove
sui campi vuoti, incolti,
dove l'aratro è inerte, messo di traverso
al solco. In queste terra
ci sarà una sigaretta per due uomini,
per due donne soltanto mezza pinta
di birra amara.
In questa terra
nessuno ci ha offerto un lavoro.
La nostra vita non è bene accetta,
la nostra morte
non è citata dal "Times".

 Kalhil Gibran, IL LAVORO


Allora un contadino disse:
Parlaci del Lavoro.

E lui rispose dicendo:
Voi lavorate per assecondare il ritmo della terra e l’anima della terra.
Poiché oziare è estraniarsi dalle stagioni e uscire dal corso della vita,
che avanza in solenne e fiera sottomissione verso l’infinito.

Quando lavorate siete un flauto
attraverso il quale il sussurro del tempo si trasforma in musica.
Chi di voi vorrebbe essere una canna silenziosa e muta
quando tutte le altre cantano all’unisono?

Sempre vi è stato detto che il lavoro è una maledizione e la fatica una sventura.
Ma io vi dico che quando lavorate esaudite una parte del sogno più remoto della terra,
che vi fu dato in sorte quando il sogno stesso ebbe origine.
Vivendo delle vostre fatiche,
voi amate in verità la vita.
E amare la vita attraverso la fatica è comprenderne il segreto più profondo.

Ma se nella vostra pena voi dite
che nascere è dolore e il peso della carne una maledizione scritta sulla fronte,
allora vi rispondo:
tranne il sudore della fronte niente laverà ciò che vi è stato scritto.

Vi è stato detto che la vita è tenebre
e nella vostra stanchezza voi fate eco a ciò che è stato detto dagli esausti.
E io vi dico che in verità la vita è tenebre fuorché quando è slancio,
E ogni slancio è cieco fuorché quando è sapere,
E ogni sapere è vano fuorché quando è lavoro,
E ogni lavoro è vuoto fuorché quando è amore;
E quando lavorate con amore voi stabilite un vincolo con voi stessi,
con gli altri e con Dio.

E cos’è lavorare con amore?
È tessere un abito con i fili del cuore,
come se dovesse indossarlo il vostro amato.
È costruire una casa con dedizione come se dovesse abitarla il vostro amato.
È spargere teneramente i semi e mietere il raccolto con gioia,
come se dovesse goderne il frutto il vostro amato.
È diffondere in tutto ciò che fate il soffio del vostro spirito,
E sapere che tutti i venerati morti stanno vigili intorno a voi.

Spesso vi ho udito dire, come se parlaste nel sonno:
“Chi lavora il marmo e scopre la propria anima configurata nella pietra,
è più nobile di chi ara la terra.
E chi afferra l’arcobaleno e lo stende sulla tela in immagine umana,
è più di chi fabbrica sandali per i nostri piedi”.
Ma io vi dico,
non nel sonno ma nel vigile e pieno mezzogiorno,
il vento parla dolcemente alla quercia gigante come al più piccolo filo d’erba;
E che è grande soltanto chi trasforma la voce del vento in un canto reso più dolce dal proprio amore.

Il lavoro è amore rivelato.
E se non riuscite a lavorare con amore,
ma solo con disgusto, è meglio per voi lasciarlo e,
seduti alla porta del tempio,
accettare l’elemosina di chi lavora con gioia.
Poiché se cuocete il pane con indifferenza,
voi cuocete un pane amaro,
che non potrà sfamare l’uomo del tutto.
E se spremete l’uva controvoglia,
la vostra riluttanza distillerà veleno nel vino.
E anche se cantate come angeli,
ma non amate il canto,
renderete l’uomo sordo alle voci del giorno e della notte.



Khalil Gibran (جبران خليل جبران o Jibrān Khalīl Jibrān) (Bsharri, 6 gennaio 1883 – New York, 10 aprile 1931) è stato un poeta, pittore e filosofo libanese.
Libanese di religione cristiano-maronita emigrò negli Stati Uniti; le sue opere si diffusero ben oltre il suo paese d’origine: fu tra i fondatori, insieme a Mikha’il Nu’ayma, dell’Associazione degli scrittori, punto d’incontro dei letterati arabi emigrati in America. La sua poesia venne tradotta in oltre 20 lingue, e divenne un mito per i giovani che considerarono le sue opere come breviari mistici. Gibran ha cercato di unire nelle sue opere la civiltà occidentale e quella orientale. Fra le opere più note: “Il Profeta” e “Massime spirituali”.



 Pablo Neruda, ODE AL MURATORE TRANQUILLO



Il muratore
dispose
i mattoni.
Mescolò la calce, lavorò
con sabbia.

Senza fretta, senza parole,
fece i suoi movimenti
alzando la scala,
livellando
il cemento.

Omeri rotondi, sopracciglia
sopra degli occhi
seri.

Lento andava e veniva
nel suo lavoro
e dalla sua mano
la materia
cresceva.
La calce coprì i muri,
una colonna
alzò il suo lignaggio,
i soffitti
impedirono la furia
del sole esasperato.

Da una angolo all’altro andava
con
tranquille mani
il muratore
spostando
materiali.
E alla fine
della
settimana,
le colonne,
l’arco,
figli di
calce, sabbia,
sapienza e mani,
inaugurarono
la semplice fermezza
e la freschezza.

Ahi, che lezione
mi dette col suo lavoro
il muratore tranquillo!



(Amedeo Trevellin intento alla pavimentazione di fronte a palazzo Moroni, Padova-foto da rivista anni ’80)

Pablo Neruda, ODE AL RICERCATORE
C'è un uomo
nascosto,
guarda
con un solo occhio
di ciclope efficiente,
sono cose minuscole,
sangue,
gocce d'acqua,
e scrive o conta,
la nella goccia
circola l'universo
la Via Lattea trema
come un piccolo fiume,
l'uomo
guarda
e annota,
nel sangue
punti rossi,
vaganti
pianeti
o invasioni
di favolosi reggimenti bianchi,
l'uomo
col suo occhio
annota,
descrive...
scopre
un centro
una minaccia,
un punto
spezzato,
un alone nero,
lo identifica, trova
il suo prontuario ,
ormai non può sfuggire,
e presto
nel tuo corpo infurierà la caccia,
la guerra
iniziata nell'occhio
del ricercatore:
sarà di notte, accanto
alla madre la morte,
accanto al bimbo le ali
dell'invisibile terrore,
la battaglia nella piaga,
tutto
è cominciato
con l'uomo
e col suo occhio
che cercava
nel cielo
nel sangue
una stella maligna.
E là col camice bianco
continua
a cercare
il segno,
il numero,
il colore
della morte
o della vita,
decifrando
il tessuto
l'insegna della febbre
o il primo sintomo
dell'umano sviluppo,
E poi
lo scopritore
sconosciuto,
l'uomo
che ha viaggiato nelle tue vene
o ha denunciato
un viaggiatore di frodo
a sud o a nord
delle tue viscere,
il temibile
uomo con occhio
prende il cappello dall'attaccapanni,
se lo mette,
accende una sigaretta,
ed entra nella via,
si muove, s'allontana,
si sparge nelle strade,
si mescola al folto della gente,
e infine scompare
come il drago,
il minuscolo e circolante mostro
ch'è rimasto là dimenticato
in una goccia nel laboratorio.
da Poesie (Traduzione D. Puccini)

In "Ode al ricercatore" Pablo Neruda esalta il lavoro dello scienziato che esplorando i vari segreti della natura offre un grande contributo al progresso dell'umanità.

Pablo Neruda nelle sue poesie canta le cose più semplici e umili della realtà; osserva e descrive gli aspetti modesti e quotidiani della vita. Lo scienziato paziente e silenzioso cerca di combattere ciò che tormenta l'umanità e cerca di capire cosa provoca tanto male negli uomini. L'autore ci presenta il ricercatore nei vari momenti del suo lavoro per farci capire l'importanza e la difficoltà del suo operato; egli è chiuso nel suo laboratorio e come un ciclope osserva al microscopio con un solo occhio trovando nella goccia di sangue le stesse caratteristiche di armonia possedute dall'universo. Osserva e prende appunti: le molecole somigliano a costellazioni e pianeti, mentre i movimenti dei corpuscoli sembrano percorsi di stelle e minacce di invasione. Lo scienziato vede i globuli rossi e i globuli bianchi che vengono paragonati dall'autore a degli eserciti minacciosi per il fatto che il loro proliferare genera svariate malattie; l'occhio del ricercatore è molto attento e se trova qualcosa di strano porta subito l'uomo alla lotta contro l'elemento che potrebbe portare la malattia.

In questi primi versi il poeta sottolinea l'attenzione e la velocità dello scienziato intento a trovare piccoli segni negativi nel minor tempo negativo per porvi subito rimedio; si nota inoltre l'amore che mette il ricercatore, con la sua estrema pazienza, nel suo lavoro per aiutare in un futuro i suoi simili, come un soldato che vigila con attenzione per respingere l'attacco del nemico.

Con le parole "invasioni e reggimenti" Neruda evidenzia il fatto che il lavoro dello scienziato è una lotta contro le malattie e la morte. Dopo che lo scienziato ha trovato le cause della malattia, comincia la cura del paziente che se ha un buon esito porta il paziente alla salute e tutto ciò è merito del ricercatore che con la sua bravura e pazienza ha allontanato la malattia e la morte.
(da: http://doc.studenti.it/download_2/d32bed6b_1.html)


Umberto Saba, DISOCCUPATO

Dove sen va cosí di buon mattino 
quell’uomo al quale m’assomiglio un poco?
Ha gli occhi volti all’interno, la faccia 
sí dura e stanca. 


Forse cantò coi soldati di un’altra 

guerra, che fu la guerra nostra. Zitto 
egli sen va, poggiato al suo bastone 
e al suo destino,


tra gente che si pigia 

in lunghe file alle botteghe vuote. 
E suona la cornetta all’aria grigia 
dello spazzino.


Parte seconda: testi sul lavoro

Cos’è il lavoro
Dalla lettera enciclica Laborem exercens del sommo pontefice
Giovanni Paolo II (1981)

L'uomo, mediante il lavoro, deve procurarsi il pane quotidiano e contribuire al continuo progresso delle scienze e della tecnica, e soprattutto all'incessante elevazione culturale e morale della società, in cui vive in comunità con i propri fratelli. E con la parola «lavoro» viene indicata ogni opera compiuta dall'uomo, indipendentemente dalle sue caratteristiche e dalle circostanze, cioè ogni attività umana che si può e si deve riconoscere come lavoro in mezzo a tutta la ricchezza delle azioni, delle quali l'uomo è capace ed alle quali è predisposto dalla stessa sua natura, in forza della sua umanità. Fatto a immagine e somiglianza di Dio stesso nell'universo visibile, e in esso costituito perché dominasse la terra, l'uomo è perciò sin dall'inizio chiamato al lavoro. Il lavoro è una delle caratteristiche che distinguono l'uomo dal resto delle creature, la cui attività, connessa col mantenimento della vita, non si può chiamare lavoro; solo l'uomo ne è capace e solo l'uomo lo compie, riempiendo al tempo stesso con il lavoro la sua esistenza sulla terra. Così il lavoro porta su di sé un particolare segno dell'uomo e dell'umanità, il segno di una persona operante in una comunità di persone; e questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce, in un certo senso, la stessa sua natura.

Il lavoro nella costituzione italiana
Alla persona che presta il lavoro la Repubblica italiana riconosce e garantisce diritti inviolabili, anche e soprattutto nella dimensione lavorativa (art. 2 Cost.). Il lavoro è considerato valore fondativo della Repubblica (art. 1 Cost.), nonché status attraverso il quale si realizza la partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art. 3, co. 2 Cost.). La carta costituzionale riconosce inoltre nel lavoro un «diritto», da un lato, e un «dovere», dall’altro; la Repubblica si impegna, infatti, a promuovere le condizioni di effettività del «diritto al lavoro», che riconosce a tutti i cittadini (art. 4, co. 1, Cost.), ma al contempo, cristallizza il lavoro come un «dovere», di scegliere e svolgere un’attività o una funzione, concorrendo così al progresso materiale e spirituale della società secondo le proprie possibilità (art. 4, 2° co., Cost.). La Costituzione contiene altresì un gruppo di norme dei rapporti economici, collocate nel titolo III, concernenti la disciplina di interessi ed esigenze dei lavoratori ritenuti di particolare rilevanza. L’art. 35 attribuisce alla Repubblica il compito di tutelare il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni, di curare la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori, di promuovere gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro. L’art. 36 stabilisce una norma di importanza fondamentale nella disciplina lavoristica in genere, fissando i principi di sufficienza e proporzionalità della retribuzione, e riconosce altresì al lavoratore il diritto irrinunciabile al riposo settimanale e alle ferie annuali retribuite. L’art. 37 accorda alle lavoratrici gli stessi diritti dei lavoratori dell’altro sesso – sottolineando anche l’esigenza di far sì che possano attendere alle funzioni famigliari, di mogli e di madri – e rinvia alla legge la fissazione dell’età minima per il lavoro salariato, nonché il compito di tutelare «il lavoro dei minori con speciali norme e garantire ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione». L’art. 38 concerne gli istituti e i diritti all’assistenza e alla previdenza dei cittadini inabili al lavoro e sprovvisti di mezzi e in particolare dei lavoratori colpiti da eventi che fanno cessare la possibilità di svolgere attività retribuita. Di importanza particolare in materia lavoristica e ancor più sindacale, sono gli art. 39 e 40, che fissano i principi della libertà sindacale e del diritto allo sciopero. La disposizione sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende (art. 46) è di fatto rimasta sulla carta, non essendo state mai emanate le leggi che avrebbero dovuto stabilire «i modi» e «i limiti» di tale partecipazione, fatta eccezione per alcuni diritti sindacali in materia di informazione e consultazione (per es., per il trasferimento di azienda e per il licenziamento collettivo), riconosciuti però ai sindacati e non ai lavoratori (come prescrive la norma costituzionale).
(da; http://www.treccani.it/enciclopedia/lavoro-diritto-costituzionale/)


 Parte terza: il film ‘Vado a scuola’

“Vado a scuola”: un film da vedere, soprattutto per le scuole
di Cristina Lacava

Non pensate alla solita storia caramellosa e strappalacrime, studiata a tavolino per colpire al cuore gli occidentali ricchi (forse). “Vado a scuola” è un film bello, dove i bambini sono i protagonisti assoluti, con le loro voci e le loro storie, senza inutili commenti fuori campo. Commuove, certo, come è giusto che sia, ma senza facili scorciatoie. Al festival di Locarno, dov’è stato presentato l’ultima sera, ha avuto gran successo. Da noi arriva nei cinema il 26, chissà. Io spero che lo vedano in tanti, adulti e bambini, con e senza gli insegnanti.
“Vado a scuola” racconta come 4 ragazzi, tra gli 11 e i 13 anni, in 4 angoli sperduti della terra affrontino ogni giorno ore di cammino, a rischio della loro stessa vita, pur di arrivare a scuola. E come lo facciano sempre con il sorriso sulle labbra, consapevoli di quanto l’istruzione sia la loro grande, irripetibile possibilità. Le storie si intrecciano, i bambini non sono mai in posa, ma ripresi “al naturale” nei loro dialoghi con i familiari. Nessuno di loro aveva mai visto una troupe, naturalmente, e per essere ripresi hanno chiesto solo di non essere disturbati e non perdere neanche un’ora di lezione.
Si parte con Jackson, Kenya: è il bambino più a rischio perché ogni mattina fa 15 chilometri di corsa, in mezzo alla savana, trascinandosi dietro la sorellina. Per arrivare a scuola deve superare una zona piena di animali selvaggi, soprattutto i temibili elefanti. Il pericolo è noto; ogni anno 4-5 bambini della sua scuola vengono uccisi lungo il percorso mattutino, e appena si entra in classe il maestro fa l’appello per essere sicuro che tutti gli alunni siano arrivati sani e salvi. Nella scuola non c’è l’acqua potabile, e tutti devono portarsi dietro una tanichetta. Ma le difficoltà non scoraggiano Jackson che corre per arrivare puntuale: nel giorno in cui lo segue il documentario, spetta a lui l’alzabandiera del mattino. E ci tiene tantissimo a fare bella figura. Così come ci tiene a presentarsi in ordine; nella prima scena del documentario, si vede proprio Jackson che lava la sua divisa in una buca nel terreno.
Poi c’è Carlito, in Patagonia, che ogni mattina si fa 25 km a cavallo con la sorellina e supera le montagne (i paesaggi sono straordinari). Nella prima parte è solo; poi si incontra con altri ragazzi, anche loro a cavallo. Quando arrivano a scuola, ciascuno parcheggia il suo, come se fosse un motorino. Da grande, dice Carlito, vorrà restare nella sua terra e fare il veterinario, mentre la sorella sogna di diventare maestra.
La storia forse più commuovente è quella di Samuel, 11 anni, che vive con i fratelli più piccoli in un villaggio sul golfo del Bengala. Samuel è disabile e per portarlo a scuola i fratellini devono spingerlo per un’ora e mezza su una carrozzina sgangherata che rischia di perdere i pezzi (e infatti una ruota si sgonfia). Ma il momento più bello è quando i due più piccoli lasciano Samuel davanti alla scuola media, dove lo pettinano e lo accarezzano con un affetto che fa stringere il cuore. E dopo un ultimo bacio lo lasciano ad altri ragazzini, che lo accolgono con un entusiasmo che dovrebbe essere di lezione a tanti. Proprio Samuel, il diverso, è il compagno più amato e la sua presenza in classe arricchisce gli altri
Ma a me ha colpito di più una ragazzina, Zahira, che vive in una comunità berbera tra le montagne dell’Atlante, in Marocco. Zahira è in gamba; mentre le sue sorelle a 13 anni sono già sposate e i fratelli si occupano del bestiame, lei è l’unica che ha il grande privilegio di poter studiare. Glielo spiega la nonna, analfabeta, e la ragazzina annuisce, orgogliosa e consapevole. Ogni lunedì Zahira con due amiche si fa 4 ore a piedi, lungo sentieri impervi, per arrivare nella città dove c’è il collegio che le ospita fino al venerdì. Lungo la strada qualche volta riescono ad avere un passaggio, altre no: un anziano per esempio si rifiuta di dare uno strappo alle bambine che vanno a scuola. Loro però non si scoraggiano, anche quando una si fa male alla caviglia e non può proseguire. Sono forti, entusiaste, allegre e se ne infischiano dei pregiudizi, grazie anche alle famiglie che le appoggiano.
E questo vale anche per gli altri: i quattro ragazzi non affronterebbero quei sacrifici, quei pericoli, se i genitori, pur poverissimi e ignoranti, non li aiutassero. Sono sorridenti e fiduciosi perché pensano – e a ragione – di avere in mano le redini del proprio futuro.
Il regista, il francese Pascal Plisson, esperto in documentati sull’Africa, ha avuto l’idea mentre lavorava a un progetto sui Masai. Ha visto dei bambini che affrontavano i pericoli della savana per andare a scuola, e da lì è partito. Grazie all’Unesco e all’organizzazione internazionale Aide et Action ha avuto i contatti con le scuole, che gli hanno segnalato gli studenti. Ora promette di continuare a seguire i “suoi” magnifici quattro, e di aiutarli. Speriamo.

Parte quarta: attività assegnate

-         ascoltare testi poetici per coglierne il significato, i temi, l’intenzione comunicativa
-         leggere testi poetici
-         saper parafrasare testi poetici
-         saper commentare oralmente
-         scrivere una parafrasi, un commento
-         confrontare testi diversi
-         cercare informazioni biografiche sugli autori
-         conoscere e utilizzare termini nuovi
-         stendere una relazione sul lavoro svolto
-         scrivere una recensione su un film


giovedì 1 dicembre 2016

TORNERANNO I PRATI, di Ermanno Olmi (per parlare della guerra con il cinema)

TORNERANNO I PRATI
Poetico, sofferente, istruttivo.

Tre aggettivi che soltanto a malapena riescono a descrivere Torneranno i prati, un film la cui essenzialità colpisce al cuore il senso di colpa degli esseri umani di qualunque età, epoca e generazione. Appartenere alla razza è sufficiente per essere colpevoli perché l’umano, così (in)adeguatamente equipaggiato di cervello e coscienza, è incapace di debellare il seme dell’autodistruzione che porta dentro di sé. L'83enne regista Ermanno Olmi racconta un’innevata notte in trincea al confine italo-austriaco, durante la Prima Guerra Mondiale di cui si celebra quest’anno il centenario.

Ma la storia valica facilmente i confini storico-geografici. Le vite di quei soldati traditi dai loro superiori, sono anche le vite dei loro corrispettivi austriaci, o le vite dei combattenti delle guerre Puniche, Bizantine, Napoleoniche, Mondiali, del Golfo, di quelle attuali e delle future. Sono secoli che l’uomo non fa tesoro dei propri errori che si perpetuano di generazione in generazione e, con essi, il senso di colpa di non avere memoria storica. Torneranno i prati non arriva esplicitamente così lontano, eppure provoca riflessioni profonde.
Il dramma dei soldati in trincea è distante da chi guarda, non solo perché racconta un episodio che appartiene ormai più ai nostri libri che a noi stessi. Ma l’essenzialità del testo e della messa in scena si insinuano nella coscienza di minuto in minuto. Facendosi padroni dei propri tempi teatrali e delle proprie emozioni, gli attori interpretano soldati fantasmi dai quali la speranza ha preso il largo e anche la disperazione si tiene a distanza. L’irrazionalità della guerra li ha già sconfitti, lasciandoli in preda a solitudine, paure, rancori, rassegnazione. È vera la storia da cui Olmi ha tratto il suo film, come vere sono le contraddizioni del genere umano che quelle guerre continua a generarle. E il titolo parla chiaro: Torneranno i prati in quei luoghi per coprire la sofferenza e dimenticare. E forse, prima o poi, per imparare a non ripetere gli stessi errori.
PROPOSTO NELLA CLASSE TERZA

lunedì 17 ottobre 2016

Gran Torino di Clint Eastwood

primo piano
Il complesso ritratto - in pieno stile Eastwood - di un uomo che ha fatto dell'odio verso i diversi la sua ragione di vita

Gran Torino 


Giancarlo Zappoli     * * * - -
Walt Kowalski ha perso la moglie e la presenza dei figli con le relative famiglie, al funerale non gli è di alcun conforto. Così come non gli è gradita l'insistenza con cui il giovane parroco cerca di convincerlo a confessarsi. Walt è un veterano della guerra in Corea e non sopporta di avere, nell'abitazione a fianco, una famiglia di asiatici di etnia Hmong. Le uniche sue passioni, oltre alla birra, sono il suo cane e un'auto modello Gran Torino che viene sottoposta a continua manutenzione. La sua vita cambia il giorno in cui il giovane vicino Thao, spinto dalla gang capeggiata dal cugino Spider, si introduce nel suo garage avendo come mira l'auto. Walt lo fa fuggire ma di lì a poco tempo assisterà a una violenta irruzione dei membri della gang con inatteso sconfinamento nella sua proprietà. In quell'occasione sottrarrà Thao alla violenza del branco ottenendo la riconoscenza della sua famiglia.
Clint Eastwood non smette mai di stupirci. Dopo averci narrato di Iwo Jima vista dai due fronti e di un'altra intrusione dello Stato nella vita degli individui (Changeling) ci immerge ora nel privato di un uomo che ha fatto dell'astio nei confronti dei diversi da sé (siano essi asiatici, neri o più semplicemente giovani) la sua ragione di vita. Si è murato vivo nella sua casa e la prima pietra dell'edificio è stata collocata a metà del secolo scorso quando ha conosciuto la violenza e la morte in Corea. Il suo personaggio si chiama (e lo ribadisce al fine di evitare appellativi troppo confidenziali) Kowalski.
Eastwood ha una cultura cinematografica così vasta da non poter aver scelto a caso questo cognome. Stanley Kowalski era il brutale protagonista di Un tram che si chiama desiderio da Tennessee Williams interpretato da un Marlon Brando al suo top. Anche Walt è brutale, in maniera così rozza che nessuno fa quasi più caso alle sue offese di stampo razzista. È come se, ormai anziano, il mondo attorno a lui gli facesse percepire la sua inutilità anche da quel punto di vista. Il suo andare sopra le righe ad ogni minima occasione lo apparenta con l'altrettanto anziana vicina di casa asiatica che sa solo inveire e lamentarsi sul portico di casa.
Saranno però i giovani 'diversi' (Thao e sua sorella Sue) ad aprire una breccia nelle sue difese. Hanno l'età dei detestati nipoti ma, a differenza di loro, hanno saputo conservare dei valori che l'Occidente non si è limitato a dimenticare ma ha addirittura rovesciato. Una parte della critica americana ha deriso il 'buonismo' di questo film e chi non lo ha attaccato si è spesso trincerato dietro la fredda analisi che vorrebbe trovare in Kowalski una sintesi dei personaggi interpretati nella sua lunga carriera dall'attore. Può anche essere ma Eastwood non è un regista che assembla ruoli per cinefilia compiaciuta o per autoesaltazione.
Walt è un personaggio sicuramente nella linea di quelli da lui già portati sullo schermo ma è molto più complesso di quanto non possa apparire a prima vista. Il suo rapporto con l'auto e con le armi (straordinario e determinante il segno di pollice e indice a indicare la pistola come nei giochi dei bambini) ma anche quello con l'unico essere umano che si potrebbe definire suo amico (il barbiere) sono solo alcuni degli elementi che, insieme all'insorgere della malattia, costituiscono il mosaico della personalità di un protagonista non facile da dimenticare.

domenica 11 settembre 2016

Stelle sulla terra, film sulla dislessia (2007)

Stelle sulla terra

 

Titolo originale: Taare Zameen Par
Ishaan Nandkishore Awasthi è un bambino di otto anni con grandi difficoltà a scuola. Ripete la terza classe e ogni materia rappresenta un problema. Dopo un incontro con gli insegnanti, i genitori decidono di iscrivere il bambino in un collegio dove diventa amico di Rajan Damodran, il migliore studente della classe. Anche nel nuovo istituto il bambino non riesce però a fare progressi, fino all'arrivo di un nuovo maestro di arte, Ram Shankar Nikumbh o "Nikumbh Sir". Il docente si rende subito conto che Ishaan è affetto da dislessia e contemporaneamente rimane profondamente colpito dalla creatività e dal talento che il bambino dimostra nel disegno. Decide dunque di prendersi personalmente cura del bambino. Gli fa imparare a leggere e scrivere e indice una gara di pittura per tutta la scuola. Ishaan fa un bellissimo disegno e arriva per secondo, e finalmente sul suo viso è stampato un sorriso.
 http://www.comingsoon.it/film/stelle-sulla-terra/49377/scheda/

lunedì 5 settembre 2016

Momenti di gloria, film di Hugs Hudson, 1981

Momenti di gloria

 

Il 29 marzo 1982, a Los Angeles, il film Chariots of Fire (titolo italiano “Momenti di Gloria”) trionfa nella notte degli Oscar, portandosi a casa 4 statuette, compresa quella per la miglior pellicola del 1981.
Fulcro del film, di cui è celebre la colonna sonora firmata dal greco Vangelis (utilizzata anche durante le premiazioni alle Olimpiadi di Londra 2012), è la storia, in alcuni tratti romanzata, di due atleti britannici che parteciparono e vinsero l’oro, in due diverse specialità dell’atletica, ai Giochi Olimpici di Parigi nel 1924: Harold Abrahams ed Eric Liddell. I due, rivali sulla distanza dei 100 metri, non gareggiano in Francia uno contro l’altro.
Lo scozzese Eric Liddell, nato nel 1907 in Cina da una famiglia di missionari protestanti, è un fervente cristiano e prima di partire per le Olimpiadi (nel film lo scopre durante il viaggio) viene a sapere che le qualificazioni dei 100 metri sono previste di domenica. Per il suo forte credo religioso, in quel giorno da dedicare al signore, non se la sente di correre ed andare contro le sue convinzioni. Decide quindi di rifiutare la partecipazione alla gara.
Eric Liddell
Eric Liddell nella finale olimpica dei 400 metri ai Giochi Olimpici di Parigi 1924
Non rinuncia però al suo sogno olimpico e decide di puntare tutto sulle distanze dei 200 e dei 400 metri, previste per altri giorni. Si allena con dedizione ed a Parigi conquista la medaglia di bronzo nei 200 e l’oro nel giro di pista, superando avversari ben più quotati di lui sulla distanza. Si impone in 47 secondi e 6 decimi, nuovo record mondiale ed olimpico, con quasi un secondo di vantaggio sul secondo, l’americano Horatio Fitch (48″4). clicca qui per il video con le immagini reali dell’epoca
Per lo stesso motivo per cui non partecipa ai 100 metri, rinuncia anche alla staffetta 4×400, in cui la Gran Bretagna, priva di lui, vincerà il bronzo. Abbandonata la carriera agonistica che oltre all’atletica l’ha visto anche rugbysta (disputa il 5 nazioni con la nazionale scozzese nel 1922 e nel 1923), decide di seguire le orme dei genitori e diventa missionario.
Insegna in Cina e sposa nel 1934 una missionaria canadese, da cui avrà 3 figli. Negli anni successivi, nonostante la situazione diventi difficile in quella nazione, Liddell non lascia il paese, a differenza della famiglia. Durante la seconda guerra mondiale, viene internato nel campo di prigionia giapponese di Weih-sien. Qui dimostra ancora una volta la sua tempra morale. Cerca di sostenere gli altri prigionieri e rifiuta di farsi liberare in uno scambio di prigionieri, indicando una donna incinta al suo posto. Colpito da un tumore al cervello, muore il 21 febbraio 1945.
E’sepolto tuttora nel mausoleo dei martiri di Shiijazhuang, una concessione rarissima per un non cinese. Nel 2008 un sondaggio del quotidiano “The Scotsmen” lo elesse come atleta scozzese più popolare di sempre.
Harold Abrahams, l’altro protagonista del film “Momenti di Gloria”, ha una storia ed un percorso differente da quello dello scozzese. Britannico di origine ebraica, anche lui riesce a mettersi al collo una medaglia d’oro alle Olimpiadi di Parigi 1924. A differenza di Liddell, è alla sua seconda partecipazione olimpica. Ad Anversa 1920, viene subito eliminato nelle gare individuali ed il suo miglior risultato è un quarto posto con la 4×100.
Parigi 1924 - L'arrivo della finale dei 100 metri
Parigi 1924 – L’arrivo della finale dei 100 metri
Per i Giochi parigini decide di farsi allenare da Sam Mussabini, uno degli allenatori più ricercati e vincenti dell’epoca. Allo Stadio di Colombes taglia per primo il traguardo nella finale dei 100 metri. Con 10″6 (record olimpico) si lascia dietro i grandi favoriti statunitensi, Jackson Scholz (secondo) e Charlie Paddock, campione 4 anni prima nei Giochi di Anversa. In Francia vince anche un argento nella staffetta 4×100 con la Gran Bretagna.
Un infortunio alla gamba, occorsogli l’anno successivo durante una gara di salto in lungo, pone fine alla sua carriera. Diventa un commentatore di atletica e lavora per 40 anni alla BBC. Muore nel 1978, due anni prima che un britannico ritorni a vincere un oro nei 100 metri alle Olimpiadi, lo scozzese Alan Wells a Mosca 1980.

Considerazioni del docente
Film proposto a fine anno in una classe seconda per far cogliere ai ragazzi il valore dell'impegno scolastico.