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giovedì 18 giugno 2020

Bruno Trevellin, L’amore al tempo della peste (e del Coronavirus)


Bruno Trevellin, L’amore al tempo della peste (e del Coronavirus)
Lettura parafrastica dal romanzo di Albert Camus, La peste



Raimond Rambert è uno dei protagonisti minori del romanzo La peste di A. Camus, ma è quello che meglio di ogni altro ci fa cogliere cosa avvenga, cosa è possibile che avvenga e cosa possa restare del sentimento amoroso quando si passa attraverso l’esperienza diretta di un flagello terribile come la peste.
Rambert fa il giornalista ed è finito a Orano, la città algerina della peste, per chiedere al dottor Bernard Rieux, il protagonista principale del romanzo, in cui dobbiamo riconoscere per molti aspetti lo stesso Camus, “ragguagli sulla condizione di vita degli arabi”.
Ebbene, una sera Rambert si rivolge proprio a Rieux anche per un aiuto concreto, per un favore personale, urgente: vuole che il dottore, proprio perché molto stimato negli ambienti amministrativi, lo aiuti ad andarsene dalla città, chiusa a causa della peste, per ricongiungersi alla sua donna che si trova a Parigi e della quale è perdutamente innamorato.
Sì, si era già rivolto alla prefettura, ma per sentirsi dire sempre e solamente che non era proprio possibile andarsene da Orano, che “non si poteva fare eccezione” e anzi era stato invitato a sfruttare la situazione per un reportage che poteva essere veramente interessante, perchè una città colpita dalla peste è sempre un buon argomento giornalistico. Rambert, però, non ne vuole sapere di rimanere e lo confessa sinceramente al dottore che lui non è stato “messo al mondo per fare dei reportages”, ma “per vivere con una donna”. Per questo gli chiede di sottoscrivergli un certificato medico che attesti che lui non ha la peste e che potrebbe servirgli per andarsene “legalmente”. Il dottore però gli fa subito notare che non può fargli quel certificato perché lui, medico, non potrà mai attestare che tra il momento in cui uscirà dal suo studio e quello in cui entrerà in prefettura non sarà contagiato. Gli fa inoltre notare che in città ci sono migliaia di uomini nella sua stessa situazione che non si possono proprio lasciare uscire.  
“Ma io non sono di qui!” protesta con forza Rambert, come se non essere del posto potesse assicurargli una partenza privilegiata e immediata. Il dottore però lo riporta subito con i piedi per terra, facendogli capire che a cominciare da quell’esatto istante anche lui, Rambert, deve considerarsi di Orano, come tutti gli altri abitanti costretti a rimanervi chiusi dentro come in una prigione, come dei reclusi.
“E’ una questione di umanità, (…) lei non si rende conto di cosa significa una separazione come questa per due persone che si intendono bene”,
continua a protestare Rambert. Rieux certo non è insensibile e anzi gli fa capire che desidera che tutti quelli che si amano e che la peste aveva separato, possano ricongiungersi, ma proprio non si può. Anche per quel suo caso, come per tutti gli altri simili, ci sono leggi, decreti, c’è la peste e lui, dottore, poteva fare solo il suo dovere.
A quel punto Rambert, seccato, gli risponde che farà in modo di sbrigarsela diversamente, perché in ogni caso lui vuole lasciare la città, costi quel che costi.
Non si dà per vinto e con ostinazione e astuzia si rivolge a un gran numero di funzionari. Con loro il suo ragionamento è sempre lo stesso: lui è estraneo alla città di Orano, non è uno del posto, per cui il suo caso deve essere considerato diversamente. Ma niente, gli rispondono sempre che non si può creare con lui un precedente. Oppure gli dicono di portare un po’ di pazienza perché tanto la peste sarebbe stata solo un fenomeno passeggero, una noia momentanea. Altri lo illudono, facendosi dare una nota scritta sulla sua richiesta, assicurandogli che se ne sarebbero occupati; altri, come succede spesso, se la cavano semplicemente indicandogli un altro ufficio a cui rivolgersi.
Insomma, ad un certo punto si rende conto che non potrà mai uscire dalla città in maniera legale e così, tramite un amico, Cottard, entra in contatto con una organizzazione di contrabbandieri che si occupa della rivendita di sigarette e alcool, i cui prezzi crescevano ogni giorno di più, traffico che stava consentendo proprio a Cottard di farsi una piccola fortuna nel bel mezzo della peste, proprio a lui che era diventato uno squattrinato perché spendeva più di quanto guadagnava. L’affare infatti sarebbe costato al giornalista diecimila franchi, anche perché bisogna corrompere delle guardie, ma gli rimane quello e solo quello come unico modo per andarsene.
La cosa a un certo punto sembra ormai fatta, quando una sera in un bar Tarrou, amico del dottor Rieux, dice a Rambert che gli dispiaceva per quella sua partenza perché avrebbe potuto essere utile nelle formazioni sanitarie di volontari, organizzate per portare soccorso e organizzare al meglio quanto richiedeva la situazione venutasi a creare in città con la peste. Questo invito non lascerà infatti indifferente il giornalista.
Comunque i ripetuti tentativi non vanno mai in porto, anche perché sempre un qualcosa impedisce a Rambert di fuggire dalla città e così ogni volta si ritrova a dover ricominciare tutto da capo, ricominciare a riorganizzare la sua fuga tramite i contrabbandieri. Alla fine quasi si rassegna. Una sera, con in casa Rieux e Tarrou, avendo ormai compreso che la peste “consiste nel ricominciare”, chiede a Rieux spiegazioni proprio sulle formazioni sanitarie. Lui, che aveva fatto la guerra civile di Spagna dalla parte dei vinti, pensando ai gesti di coraggio che aveva visto, afferma di sapere che l’uomo è sì capace di grandi azioni, ma che a lui interessa solo se è capace di un grande sentimento e dichiara di averne abbastanza delle persone “che muoiono per un’idea”, perché lui non crede all’eroismo: sa infatti che è facile e, soprattutto, sa che è omicida. Quello che solamente gli interessa è invece, e se ne rende conto esattamente in quel frangente,
“che si viva e che si muoia di quello che si ama”.
“L’uomo non è un’idea, Rambert”, gli fa notare Rieux e lui, prontamente e come infiammato dalla passione, gli risponde: “E’ un’idea, e un’idea corta, dal momento in cui ci distoglie dall’amore”, constatando che appunto “noi non siamo più capaci d’amore”.
Per Rambert darsi da fare in mezzo alla peste è cioè come un giocare agli eroi. Rieux gli dà ragione, gli dice anzi che ciò che sta per fare, fuggire, gli sembra pure “giusto e buono”, ma gli fa anche notare che non si tratta di eroismo, ma semmai di onestà: unica e sola maniera di lottare contro la peste. E per lui l’onestà è unicamente fare il suo mestiere di medico lì a Orano con il flagello imperante.
“Ma io non so –disse Rambert con ira- quale sia il mio mestiere! Forse io sono davvero nel torto scegliendo l’amore”.
Comincia ad avere dubbi Rambert, non solo sul suo mestiere di giornalista, ma pure sul significato del suo amore. In ogni caso loro, Rieux e Tarrou, non lo possono capire, perché loro due non hanno nulla da perdere e quindi per loro è più facile “essere dalla parte giusta”, quella cioè che consiste nel rimanere e combattere la peste, mentre lui, rimanendo, rischia il contagio, rischia di morire, rischia di perdere l’amore: rischia di perdere tutto.
A quel punto Rieux vuota il bicchiere ed esce, seguito da Tarrou, perché ha “da fare”. Proprio mentre sta per uscire, Tarrou informa il giornalista del fatto che la moglie di Rieux si trova in una casa di salute a qualche centinaio di chilometri da Orano. Rambert ne rimane colpito, coglie che anche il dottore ha qualcosa da perdere proprio come lui e infatti il giorno dopo telefona a Rieux per chiedergli di prenderlo come volontario nelle formazioni sanitarie. Gli è cioè bastata una notte per cambiare idea. Anche Rieux aveva da perdere, anche Rieux era nella sua stessa situazione, diversa solo perché peggiore, nel senso che sua moglie è non solo lontana e irraggiungibile, ma anche gravemente malata.
Allora cosa è giusto fare: scappare comunque, anche illegalmente, o rimanere?
Soprattutto, si può ancora essere liberi durante la peste? Si può cioè poter scegliere? La risposta di Camus è no! No perchè la peste cancella i destini individuali per lasciare posto solo a sentimenti condivisi da tutti. E il più forte è quello della separazione e dell’esilio, che toglie ogni futuro, e quindi l’amore e l’amicizia.
“La peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi”.
Sarà questa la riflessione di Rieux. Beninteso, Rambert lavora sodo nelle formazioni, non lascia tramontare il sogno della fuga, dell’evasione, solo che non vive più pensando esclusivamente a quella; intanto si dà da fare, lottando anche lui contro il contagio. Una notte, però, ha una crisi. Uscito da un bar ubriaco e avendo come l’impressione di essersi preso la peste, si mette a correre verso la città alta e, arrivato a una piazzetta, “chiamò la sua donna con un altissimo grido, al di sopra delle mura”.
Tornato a casa e non vedendosi addosso alcun segno del contagio, quasi si vergognò di quel suo momento di crisi. “Può capitare che se ne abbia voglia”, gli spiegò Rieux, che forse era stato tentato anch’egli da quello stesso gesto. Gli consiglia pure di non frequentare più gli ambienti del contrabbando, perché stava diventando rischioso. Il suo è un invito a Rambert perché faccia presto a fuggire.

Finalmente tutto sembra pronto, la fuga è organizzata per la mezzanotte, ma Rambert ha un ultimo ripensamento e va a incontrare Rieux. Per dirgli cosa? Per dirgli che non sarebbe più partito, anzi per dirgli che voleva restare con loro, nelle squadre sanitarie.
 “E sua moglie?” gli chiede Rieux. Restare significa non solo rinunciare a lei, ma continuare a esporsi al contagio.
“Rambert disse che aveva ancora riflettuto, che continuava a credere in quello che credeva, ma che se fosse partito ne avrebbe avuto vergogna; e questo avrebbe guastato il suo amore per colei che aveva lasciato”.
A Rieux, che gli fa presente che è una cosa stupida, perché non c’è nessuna vergogna a preferire la felicità, Rambert risponde, convinto che sì, non c’è vergogna a preferire la felicità, ma che “ci può essere vergogna nell’essere felici da soli”. No, essere felici da soli non può più bastare a Rambert, dopo tutto quello che ha visto e fatto.
“Tarrou, che sino ad allora aveva taciuto, senza voltare la testa verso loro fece notare che se Rambert voleva condividere le sventure degli uomini non avrebbe mai più avuto tempo per la felicità. Bisognava scegliere”.
Rambert gli risponde che non è stata quella la sua riflessione, ma un’altra e ben diversa, maturata in quei giorni estenuanti di servizio sanitario.
“Ho sempre pensato di essere estraneo a questa città e di non aver nulla a che fare con voi. Ma adesso che ho veduto quello che ho veduto, so che io sono qui, che io lo voglia o no. Questa storia riguarda tutti”.
Del resto neanche per gli altri due si trattava di scelta. Neanche loro avevano scelto, neanche Rieux.
“Nulla al mondo vale che ci distolga da quello che si ama. E tuttavia me ne distolgo anch’io, senza poterne sapere la causa (…). È un fatto, ecco tutto (…). Registriamolo e ricaviamone le conseguenze (…). Non posso nello stesso tempo guarire e sapere (…). E allora guariamo il più presto possibile: è la cosa che più importa”.
È con queste parole che il dottore chiude quella loro concitata discussione.
La natura vera dell’amore è dunque quella di una continua mancanza e incompletezza. Rieux, ad esempio, sapeva che sua madre lo amava, ma sapeva anche
“che non è gran cosa amare una creatura o almeno che un amore non è mai sì forte da trovare la propria espressione. Di modo che sua madre e lui si sarebbero sempre amati in silenzio. E lei sarebbe morta –o lui- senza che, durante la loro vita, fossero potuti andare oltre, nella confessione del loro affetto. Nello stesso modo egli era vissuto accanto a Tarrou, e questi era morto, quella sera, senza che la loro amicizia avesse il tempo di essere veramente vissuta”.
Cosa si guadagna allora? Si guadagna ciò che resta, cioè il ricordo, dell’amore e dell’amicizia, anche se è duro vivere solo di quello che si ricorda e privati di ogni speranza, senza la quale non c’è pace.

Verso la fine del romanzo Rieux viene informato della morte della moglie per telegramma. Accoglie la notizia con calma. Era una cosa penosa, ma se l’aspettava, perché sapeva
“che la sua pena era senza sorpresa. Da mesi e da due giorni (da due giorni gli era morto l’amico Tarrou), era lo stesso dolore che continuava”.

Una bella mattina di febbraio le porte della città vennero aperte. La peste finalmente se ne era andata, ma aveva fatto il suo lavoro, quello di mutare il cuore degli uomini. Un senso vago faceva loro desiderare che, dopo tanti mesi perduti nella lontananza, nel distacco forzato, “il tempo della gioia avrebbe dovuto trascorrere due volte meno in fretta del tempo dell’attesa”, ma non sarà così e a quegli uomini, come Rambert, non restavano ora che l’impazienza e lo smarrimento del ricongiungimento.
“L’amore o l’affetto che i mesi di peste avevano ridotto all’astratto, Rambert ora aspettava, in un tremito, di confrontarlo con la creatura di carne che n’era stata il sostegno.
Avrebbe desiderato diventare colui che al principio della peste voleva correre con un solo slancio fuori della città, e slanciarsi incontro a colei che amava; ma sapeva che non era più possibile. Egli era mutato, la peste aveva messo in lui una distrazione che con tutte le sue forze egli cercava di negare e tuttavia continuava in lui come una sorda angoscia. In un certo senso, aveva il sentimento che la peste era finita troppo all’improvviso (…). La felicità arrivava di gran carriera, l’evento andava più presto dell’attesa. Rambert capiva che tutto gli sarebbe stato restituito d’un colpo, e la gioia è una bruciatura che non si assapora”.
Arriva la sua donna, arriva col treno, gli corre subito incontro e gli si butta sul petto, proprio come avrebbe voluto e desiderato.
“Tenendola ben abbracciata, stringendo a sé una testa di cui non vedeva se non i capelli conosciuti, egli lasciò sgorgare le lacrime senza sapere se venissero dalla gioia presente o da un dolore troppo a lungo represso, sicuro almeno che gli avrebbero impedito di verificare se il viso affondato nella sua spalla era quello di cui aveva tanto sognato o invece quello di una estranea. Più tardi avrebbe saputo s’era vero il sospetto. Per il momento egli voleva fare come tutti coloro che avevano l’aria di credere, intorno a lui, che la peste può venire e andarsene senza che il cuore dell’uomo ne sia modificato”.
Il sospetto era fondato. Dal momento in cui la peste aveva di fatto chiuso le porte della città, tutti quelli come Rambert erano vissuti nella separazione, “erano stati tagliati fuori dal calore umano che fa tutto dimenticare".
Certo, Rambert aveva ritrovato l’assente che credeva perduto, ma aveva anche colto che quelli come lui “sarebbero stati felici” per qualche tempo, ma sapendo ormai
“che se una cosa si può desiderare sempre e ottenere talvolta, essa è l’affetto umano”.  
    


venerdì 10 aprile 2020

Esilio, sofferenza dell’innocente e silenzio di Dio ne La peste di A. Camus (di Bruno Trevellin)


Esilio, sofferenza dell’innocente e silenzio di Dio ne La peste di A. Camus (di BRUNO TREVELLIN)



Albert Camus (1913-1960), premio Nobel per la Letteratura nel 1957, ambienta il suo romanzo La peste (pubblicato nel 1947) a Orano, cittadina sulla costa algerina che non ha nulla di straordianario e che, anzi, definisce fin dall’inizio decisamente “brutta”. È stata costruita avendo addirittura il mare alle spalle anziché in fronte. I cittadini non pensano ad altro che a lavorare per far soldi, interessandosi soprattutto di commerci e di concludere affari. Certo anche loro amano le donne, il cinema, i bagni al mare, ma riservano questi piaceri solo al sabato sera e alla domenica perché in tutti gli altri giorni della settimana non hanno altro in mente che fare soldi, “molti soldi”. I giovani hanno desideri violenti e brevi, mentre gli anziani hanno per vizi le associazioni bocciofile o i giochi d’azzardo.
Fin dall’inizio Camus sottolinea che per conoscere una città, ogni città, è necessario capire come “vi si lavora, come vi si ama e come vi si muore”. Ebbene, a Orano come altrove gli uomini e le donne o si divorano “nell’atto d’amore o s’impegnano in una lunga abitudine a due” e così “in mancanza di tempo e di riflessione”, si ritrovano  costretti ad amarsi senza saperlo. Ma di più originale a Orano c’è la difficoltà o meglio la scomodità del morire. In una città in cui si dà così tanto peso agli affari, in cui anche il clima si caratterizza per i suoi eccessi, bisogna trovarsi sempre in buona salute, perché a Orano “un malato si trova proprio solo” e ancor peggio viene a trovarsi un moribondo.
Proprio una città con queste caratteristiche viene colpita da una terribile peste in un non meglio precisato 194…  La moria di sorci cui si assiste nelle prime pagine ne è il segnale evidente e temuto.
Protagonista del romanzo è il dottor Bernard Rieux che, prudente all’inizio, non ha poi più dubbi che si tratti proprio della peste, anche se poteva essere poco credibile, visto che in Occidente era scomparsa ormai da tempo. La sua reazione cioè fu la stessa dei suoi concittadini, perché i flagelli sono sì una cosa comune, “ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa” e i flagelli, guerre o pestilenze che siano, colgono sempre impreparati gli uomini e così questi continuano a concludere i loro affari e a progettare i loro viaggi, sentendosi ancora liberi, quando invece “nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli”. Anche per lui cioè il pericolo è agli inizi irreale, pur essendo già morto di peste un primo gruppo di malati, anche perché per un dottore “pochi casi non fanno un’epidemia” e poi, se è solo all’inizio, un flagello come la peste lo si può ancora fermare e “tutto sarebbe andato bene. Le stesse misure adottate dalle autorità all’inizio non sono proprio draconiane. Mirando a non preoccupare più di tanto l’opinione pubblica, annunciano che si tratta solo di “una febbre perniciosa” e che non si può ancora dire che sia infettiva. Ma poi il flagello si afferma decisamente, spazzando via ogni perplessità. Viene dichiarato lo stato di peste e Orano viene chiusa. Una volta serrate le sue porte, tutti gli abitanti sono come presi nello stesso sacco e un sentimento così individuale come la separazione da una persona cara diventa di tutto un popolo e “insieme alla paura, la principale sofferenza” di quello che si presenterà come un lungo periodo d’esilio”. Madri figli sposi amanti si videro di colpo allontanati e senza rimedio alcuno, rimanendo solo i telegrammi per comunicare tra di loro e anche questi ridotti in breve a banali formule del tipo: “Sto bene. Penso a te” e null’altro. Anche chi si fosse messo d’impegno a scrivere lettere, dopo le prime sanguinanti parole uscite dal cuore, si ritrovò a ricopiare le stesse lettere che dopo un certo tempo si svuotarono così di significato, al punto che si finì per preferire “il convenzionale appello del telegramma”. Anche la piccola soddisfazione dello scrivere fu cioè negata.
La prima cosa che portò con sé la peste fu l’esilio, il sentimento dell’esilio inteso come quel vuoto che ci si porta dentro e che si traduce nel “il desiderio irragionevole di tornare indietro” o di “affrettare il cammino del tempo”, cercando di venire a patti con lui, col tempo, in una condizione che si rivela essere la stessa del prigioniero, di colui che è ridotto solo al proprio passato. Gli abitanti di Orano finiscono perciò proprio per provare “la profonda sofferenza di tutti i prigionieri e di tutti gli esiliati, che è vivere con una memoria che non serve a nulla”. Ed è un esilio ancora più amaro perché si tratta di un esilio in patria.

Anche le autorità religiose sono chiamate a fare la loro parte. Organizzano una settimana di preghiere collettive, che terminano la domenica con una messa in onore di san Rocco, patrono degli appestati. L’omelia viene affidata a padre Paneluox, gesuita di “natura focosa e appassionata”, studioso di sant’Agostino (Camus si laureò proprio con una tesi sul santo africano). A un uditorio accorso numerosissimo si rivolge “con una sola frase veemente e martellata:
‘Fratelli miei, voi siete nella sventura, fratelli miei, voi lo avete meritato’.

È questo l’incipit della prima predica di Paneluox, cui ne seguirà una seconda, dai risvolti completamente diversi, e ne vedremo il perché. In questa prima ricorda la peste che Dio manda in Egitto per colpire i suoi nemici, per colpire il Faraone che si oppone ai disegni di Dio e che finirà con l’inginocchiarsi davanti a Lui. La peste che ora stanno patendo a Orano non è che la conseguenza dei peccati di chi vi abita. Ma non vuole privare i suoi uditori di ogni sorta di consolazione e ricorda ai fedeli che in fondo a ogni sofferenza c’è un bagliore di eternità che manifesta la volontà divina, che trasforma il male in bene. Insomma, il padre Paneluox vuole spiegare l’origine divina della peste e il carattere punitivo del flagello. Per lui anzi la peste, si dirà più avanti nel testo, non nella predica, “porta un suo beneficio, che apre gli occhi, che costringe a pensare”.
È proprio Paneloux, almeno in questa parte centrale della narrazione, l’altro vero protagonista del romanzo assieme al dottor Rieux. Solo che per Rieux “bisogna essere pazzi, ciechi o vili per rassegnarsi alla peste” e lui non è credente. All’amico Tarrou che gli chiede espressamente se crede in Dio, risponde infatti senza esitazioni:

“No, ma che vuol dire questo? Sono nella notte, e cerco di vederci chiaro. Da molto tempo ho finito di trovare originale la cosa”.

Da molto tempo ormai Rieux ha a che fare con la morte per lasciarsi ancora prendere da quella domanda e pensando a Paneloux, uomo di studio, dice che lui, Paneloux,

“non ha veduto morire abbastanza: per questo parla in nome d’una verità. Ma il minimo prete di campagna, che amministra i suoi parrocchiani e che ha sentito il respiro dei moribondi la pensa come me. Curerebbe la miseria prima di volerne dimostrare la perfezione”.

Ma allora perché un medico come Rieux dimostra così tanta devozione nel seguire gli appestati se non crede in Dio? Rispondendo all’amico Tarrou, disse, in modo quasi irriverente e blasfemo, che:

“se avesse creduto in un Dio onnipotente avrebbe trascurato di guarire gli uomini, lasciandone la cura a lui. Ma che nessuno al mondo, no, nemmeno Paneloux, che credeva di credervi, credeva in un Dio di tal genere; nessuno infatti si abbandonava del tutto, e in questo almeno, lui, Rieux, credeva di essere sulla via della verità, lottando contro la creazione com’essa è”.

È anzi convinto che

“se l’ordine del mondo è regolato dalla morte, forse val meglio per Dio che non si creda in lui e che si lotti con tutte le nostre forze contro la morte, senza levare gli occhi verso il cielo dove lui tace”.

Questo considera il suo compito nella vita, questa la sua sfida, condurre pur nella consapevolezza che porterà a vittorie solo e sempre provvisorie. Anche la peste per lui, per Rieux, è infatti solo “un’interminabile sconfitta”, come gli ha ben insegnato la miseria, quella miseria che Camus stesso ben conosce perché vissuta concretamente nella fanciullezza e nella giovinezza. Per lui dunque, diversamente da Paneloux e dai molti moralisti che andavano girando allora per Orano, non è questione di mettersi in ginocchio, come invitava a fare nella sua predica Paneloux, ma di impedire al maggior numero di persone di morire e per farlo egli ritiene che non ci sia che un mezzo: combattere la peste.
Rieux però (e Camus con lui) sa che Paneloux è sicuramente migliore di quella sua prima predica e non nega l’evidenza del peccato tra gli uomini. Lo fa attraverso la vecchia madre spagnola di Marcello e Luigi (in cui possiamo riconoscere la madre stessa di Camus, figlia di immigrati spagnoli, rimasta vedova e in miseria quando Albert non aveva che un anno, essendo il padre morto nella prima battaglia della Marna). I due fratelli dovevano far scappare il giornalista Rambert da Orano. Quella loro madre è una donna che va a messa tutte le mattine e che pur dentro l’imperversare della peste continua a conservare la sua serenità. “Vi è del peccato nel mondo” osserva proprio lei “e allora, per forza”. Camus ne fa una descrizione breve ma profonda. È “magra e attiva, vestita di nero, col volto bruno e rugoso sotto i capelli bianchi molto puliti. Silenziosa, sorrideva vivamente con gli occhi”. È questa vecchia signora che non può fare a meno di chiedere a Rambert, che vuole trovare un modo per fuggire dalla città così da ricongiungersi alla donna che ama: “Lei crede nel buon Dio?” per sentirsi rispondere negativamente. Rambert poi però non scapperà, preferirà rimanere a curare gli appestati, sostenendo che partendo avrebbe provato una vergogna che gli avrebbe guastato l’amore per la sua donna.

Ciò che però risulterà scandaloso per Rieux sarà guardare in faccia, a lungo, l’agonia di un innocente e lo farà proprio assieme a Paneloux che aveva scelto di assistere i moribondi nella casa di quarantena.
Siamo all’episodio centrale del romanzo. Prende la peste il figlio del giudice Othon e tutta la famiglia viene messa in quarantena. Il ragazzo viene portato all’ospedale, in una ex aula scolastica con dieci letti. Rieux, assistito da Paneloux, Rambert e Tarrou, non dai genitori del ragazzo che si trovavano appunto in quarantena e separati l’uno dall’altra, giudicò subito il caso disperato. Ma Camus vuole dare una descrizione lunga e particolareggiata di tutte le pene sofferte dal ragazzo.

“Il piccolo corpo si lasciava divorare dall’infezione senza reagire per nulla. Minutissimi bubboni, dolorosi, ma appena formati, bloccavano le articolazioni delle gracili membra. Era un vinto, sin dal principio (…). Con gli occhi chiusi nella faccia scomposta, coi denti stretti sino al limite delle forze, immobile nel corpo, girava e rigirava la testa da dritta a manca, sul capezzale senza lenzuola (…). Il dottore stringeva con forza la sbarra del letto in cui gemeva il ragazzo; non lasciava con gli occhi il piccolo malato, che s’irrigidì all’improvviso e, coi denti di nuovo stretti, s’incavò un poco all’altezza della vita, aprendo lentamente le braccia e le gambe. Dal corpicino, nudo sotto la coperta militare, saliva un odore di lana e d’acre sudore (…). Di bambini, ne avevano ormai veduti morire: il terrore, da mesi non sceglieva affatto; ma non avevano ancora seguito le loro sofferenze minuto per minuto, come stavano facendo dalla mattina. E, beninteso, il dolore inflitto a quegli innocenti non aveva mai finito di sembrarli quello che in verità era, ossia uno scandalo. Ma sino ad allora si erano scandalizzati astrattamente, in qualche modo: mai avevano guardato in faccia, sì a lungo, l’agonia di un innocente”.

Il testo prosegue ancora a lungo nel descrivere l’agonia atroce del ragazzo, in una sofferenza che sembra non voglia mai finire. A un certo punto, non sopportando più quel dolore, il padre Paneloux “guardò quella bocca infantile, insozzata dalla malattia, piena d’un grido di tutti gli evi” e, lasciandosi scivolare in ginocchio, lo sentirono dire:

“Mio Dio, salva questo ragazzo”.

Il ragazzo però non viene salvato, non c’è nessun miracolo. Il suo grido di dolore anzi s’indebolisce un poco alla volta per poi finire “con la bocca aperta, ma muta”, “rimpicciolito di colpo, con resti di lacrime sul viso”. Rieux esausto e incapace di sopportare la scena, uscì dalla stanza non senza aver fatto notare con collera proprio a Paneloux:

“Questo qui, almeno, era innocente, lei lo sa bene!”

Raggiunto da Paneloux, si scusa subito per il tono usato con lui, dicendo che la stanchezza lo faceva impazzire e che ormai c’erano ore in cui non sentiva che la sua rivolta.

“E’ rivoltante in quanto supera la nostra misura. Ma forse dobbiamo amare quello che non possiamo capire”,

gli suggerisce Paneloux, ma Rieux, alzandosi di scatto dalla panca su cui erano seduti, “con tutta la forza e la passione di cui era capace” e scuotendo la testa, gli obbietta che non può essere d’accordo.

“No, padre, io mi faccio un’altra idea dell’amore; e mi rifiuterò sino alla morte di amare questa creazione dove i bambini sono torturati”.

Sul viso di Paneloux a quel punto passò prima un’ombra di rivolta, poi:

“Dottore, -fece con tristezza- ora ho capito quello che chiamano grazia”.

Al che subito Rieux riprende:

“E’ quello che non ho, lo so bene. Ma non voglio discuterne con lei. Noi lavoriamo insieme per qualcosa che riunisce al di là delle bestemmie e delle preghiere. Questo solo è importante”.

Paneloux gli fa notare che anche lui, Rieux, in fondo  “lavora per la salvezza dell’uomo”, ma per il dottore “la salvezza dell’uomo è un’espressione troppo grande” e lui non va così lontano, interessandogli dell’uomo la salute, “prima di tutto la sua salute”.
Paneloux, come Camus, ha studiato sant’Agostino, doctor gratiae, conosce bene la dottrina sulla grazia del vescovo di Ippona (città dell’Algeria come Orano), sa che senza la grazia non c’è salvezza, ma solo ora lo ha anche capito, vedendo non una semplice morte, ma la morte atroce di un ragazzo.

Rieux tuttavia rimase pensieroso,  si scusa per quel suo scatto di prima, assicurandolo che non si ripeterà e Paneloux gli stringe la mano constatando con tristezza che non era riuscito a persuadere il dottore sul fatto che forse dobbiamo amare ciò che non riusciamo a capire.

“Che importa? –disse Rieux- Quello che odio, è la morte e il male, lei lo sa. E che lo voglia o no, noi siamo insieme per sopportarli e combatterli”.
E, trattenendo la mano di Paneloux,

“Lei vede, -disse evitando di guardarlo- Dio stesso ora non ci può separare”.

Sopportare e combattere la morte e il male è ciò che tiene insieme dunque Rieux e Paneloux, il medico e il gesuita, e su questo, il primo ne è certo, neanche Dio li potrà separare. Ma è Paneloux a cambiare, proprio da quel giorno in cui aveva visto e assistito alla morte del ragazzo. Non aveva lasciato il suo lavoro tra gli appestati, mettendosi anzi al primo posto tra quelli che erano impegnati nei soccorsi, “tra i salvatori”, come vengono chiamati, e anzi “gli spettacoli di morte non gli erano mancati” e pur protetto dal siero, non gli era estraneo il pensiero della propria morte. Sarà proprio sotto l’impressione di quel fatto che preparerà la sua seconda predica, quella alla quale invita a essere presente anche Rieux. Si ritrovò con meno uditori della prima volta, non solo perché le persone avevano cominciato a disertare i doveri religiosi o perché si abbandonavano a una vita profondamente immorale, ma soprattutto perché avevano “sostituito le pratiche ordinarie con superstizioni poco ragionevoli”, preferendo per esempio portare medagliette protettive o amuleti di san Rocco anziché andare a messa, oppure facendo ricorso alle profezie, di Nostradamus, di santa Odila.
Parlò dal pulpito con un tono più dolce e riflessivo di quello della prima predica, con anche una certa esitazione e, fatto curioso, non usò più il pronome ‘voi’, ma ‘noi’. Nella predica disse “che non bisognava tentare di spiegarsi lo spettacolo della peste, ma cercare di imparare quello che si poteva imparare” perché ci sono

“cose che si potevano spiegare riguardo a Dio e altre che non si potevano. Certamente vi erano il bene e il male e, in generale, ci si spiegava agevolmente quello che li separava; ma nell’ambito del male cominciava la difficoltà. C’erano, a esempio, il male apparentemente necessario e il male apparentemente inutile. C’erano Don Giovanni sprofondato agli Inferi e la morte di un bambino. Se infatti è giusto che un libertino sia fulminato, non si capisce la sofferenza dell’innocente”.   

La predica è cioè pensata e pronunciata sotto l’influenza dell’episodio del ragazzo morto. Anzi, proprio perché non c’è niente al mondo di più importante della sofferenza di un bambino e dell’orrore che si porta dietro, bisogna trovarne le ragioni. È duro Paneloux duro nella sua seconda predica:

“Fratelli miei, il momento è venuto. Bisogna tutto credere o tutto negare. E chi mai, tra di voi, oserebbe tutto negare?”.

A queste parole Rieux pensò che il padre stesse rasentando l’eresia, ma il prete sa, ci avverte Camus, che “la religione del tempo di peste non poteva essere la religione di tutti i giorni”, quella più indulgente e classica. Per Paneloux è Dio stesso che “negli eccessi della sventura” vuole l’anima eccessiva, mettendo le anime in una sventura tale da obbligarle

“a ritrovare o assumere la più grande virtù, quella del Tutto o Nulla”.

La sofferenza di un bambino era umiliante, ma proprio per questo bisognava entrarci e, cosa non facile da dire per Paneloux, “bisognava volerla in quanto Dio la voleva”. Solo così un cristiano “non avrebbe risparmiato nulla”, solo così “avrebbe scelto di tutto credere per non essere ridotto a tutto negare”, solo così “avrebbe saputo abbandonarsi alla volontà divina, anche se incomprensibile”; non si sarebbe cioè più potuto dire: “Non capisco questo, ma è inaccettabile”, perché invece

“bisognava slanciarsi al cuore di quell’inaccettabile che ci era offerto, e proprio per stabilire la nostra scelta. La sofferenza dei bambini era pane nostro amaro, ma senza questo pane la nostra anima sarebbe perita di fame spirituale”.

Non c’era proprio una via di mezzo nella peste: o si odia Dio o lo si ama. Certo, non si trattava di fare come i cristiani dell’Abissinia di secoli prima, che vedevano nella peste uno strumento per guadagnarsi l’eternità al punto che si avvolgevano nelle lenzuola degli appestati pur di morire ad ogni costo, in una sorta di “furore di salvezza” non raccomandabile. Questo aveva già detto Paneloux nella sua prima predica. E non si doveva neanche arrivare a comportarsi come i monaci del Cairo che, per evitare il contagio, distribuivano la comunione prendendo la particola da mettere in bocca ai fedeli con delle pinzette, in una specie di paura, pur umana, che era arrivata a travolgerli. Bisognava semmai essere come quel monaco di Marsiglia che dopo aver visto morire di peste settantasette confratelli e dopo aver assistito alla fuga di tre di loro scelse di rimanere solo. Lo gridò dal pulpito Paneloux:

“Fratelli miei, bisogna essere colui che resta!”.

Che fare allora? Non ha dubbi Paneloux:

“Bisognava soltanto cominciare a camminare in avanti, nelle tenebre, un po’ alla cieca, e tentare di fare il bene. Ma per il resto bisognava restare, e accettare di rimettersene a Dio, anche per la morte dei bambini, e senza cercare un personale ausilio”.

E a tal proposito ricordò, per sé sicuramente, la figura del vescovo Belzunce di Marsiglia che, dopo essersi dato tanto da fare durante la peste, convinto che non ci fosse più rimedio, si fece murare in casa per salvarsi, sollevando l’ira dei suoi fedeli dei quali era stato fino a poco prima l’idolo, al punto che arrivarono a gettargli sopra i muri i corpi morti degli appestati per infettarlo. Aveva cioè voluto, in un momento di debolezza, isolarsi dal mondo della morte e i morti, per contrappasso, finirono per cadergli addosso. Quel vescovo, pur così premuroso, non aveva ancora capito “che non c’è isola nella peste”.  

“Fratelli miei, -disse infine Paneloux, annunciando che stava per concludere- l’amore di Dio è un amore difficile: suppone un totale abbandono di se stessi e lo sdegno per la propria persona. Ma lui solo può cancellare la sofferenza e la morte dei bambini, lui solo in ogni caso può renderla necessaria, in quanto è impossibile capirla e non si può che volerla. Ecco la difficile lezione che volevo dividere con voi; ecco la fede, crudele agli occhi degli uomini, decisiva agli occhi di Dio, a cui bisogna avvicinarsi (…) la verità sorgerà dall’ingiustizia apparente”.

Termina la sua omelia ricordando che è proprio per questo che in molte chiese del sud della Francia “gli appestati dormono da secoli sotto le lastre del coro e i preti parlano al disopra dei loro sepolcri, e lo spirito ch’essi propagano sorge da quella cenere a cui anche i bambini hanno portato la loro parte”.

Ma che predica è questa di Paneloux? Soprattutto, cosa voleva dire? Appena fuori di chiesa Rieux ha modo di sentire i commenti di un vecchio prete e di un giovane diacono. Il primo elogia l’eloquenza del gesuita, ma critica l’arditezza del suo pensiero che rischia di provocare “più inquietudine che forza”. Il diacono dice di conoscere bene il padre Paneloux ed è convinto che, conoscendone l’evoluzione del pensiero, si sarebbe fatto ancora più ardito, al punto da non ricevere l’imprimatur. In particolare, il diacono si è fatto l’idea che è una contraddizione che un prete consulti un medico. Chi però sembra aver colto nel segno le parole della predica è Tarrou, informato da Rieux su quello che era stato il discorso di quella seconda omelia. Tarrou, che conosce un prete che aveva perso la fede dopo aver visto in guerra “il volto di un giovane con gli occhi crepati”, non ha dubbi.

“Paneloux ha ragione –disse Tarrou- quando all’innocenza fanno crepare gli cchi, un cristiano deve perdere la fede o accettare che crepino gli occhi anche a lui. Paneloux non vuole perdere la fede, andrà sino in fondo. Questo ha voluto dire”.

Osservazione questa che consentirà di capire ciò che accadrà successivamente nel comportamento di Paneloux che “sembrò incomprensibile” a quanti gli stavano vicino.  Si ammala, ha la febbre, ma non è la peste, lui ne conosce bene i sintomi. La vecchia signora presso la quale è ospite (“frequentatrice di chiese e ancora immune alla peste”) gli propone di chiamare un medico, insistentemente e ripetutamente, ma lui rifiuta. Una mattina però si ritrovò in condizioni pietose e chiese di essere portato all’ospedale, dove lo raggiunse Rieux. Il dottore constatò che non aveva nessuno dei sintomi della peste, ma nel dubbio lo doveva isolare. In ogni caso gli sarebbe stato vicino, e glielo disse “con dolcezza”. Paneloux lo guardò, quindi

“sillabò difficilmente, in modo ch’era impossibile sapere se lo dicesse con tristezza o no: ‘Grazie. Ma i religiosi non hanno amici; essi hanno posto ogni cosa in Dio’.

Si fece poi dare il crocifisso che stava a capo del letto e non lo lasciò più. “La mattina del giorno dopo lo trovarono morto, quasi riverso fuori dal letto, il suo sguardo non esprimeva nulla. Sulla sua scheda fu scritto: ‘Caso dubbio’. La sua sembra quasi una morte in parallelo con quella del ragazzo, morto  anch’egli all’ospedale in isolamento e “nella buca delle coperte in disordine, rimpicciolito di colpo”.

Poteva finire anche a questo punto il romanzo di Camus, e l’autore stesso ce lo lascia quasi intendere. Lo fa scrivere quale cronaca  dei fatti al dottor Rieux, “testimone fedele” e consapevole “che non c’era una sola sofferenza sua che non fosse anche quella degli altri” e che “decisamente, egli doveva parlare per tutti”. Solo di uno però non poteva parlare, di Paneloux, riconoscendo che è giusto “che la cronaca termini su di lui, che aveva un cuore ignaro, ossia solitario”.

Rieux scrive

“per non essere di quelli che tacciono, per testimoniare a favore degli appestati, per lasciare almeno un ricordo dell’ingiustizia e della violenza che gli erano state fatte, e per dire semplicemente quello che si impara in mezzo ai flagelli, e che ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare”.

Ma sa anche che la sua non sarà mai la cronaca di una vittoria definitiva, ma solo la testimonianza di quanto avrebbero dovuto ancora fare “tutti gli uomini che non potendo essere santi e rifiutandosi di ammettere i flagelli, si sforzano di essere dei medici”. Chiamato a testimoniare una sorta di delitto, il medico si è messo cioè dalla parte della vittima, unendosi ai suoi concittadini nelle tre sole certezze comuni: l’amore, la sofferenza, l’esilio.
Certo, arriva anche la fine della pestilenza e nella città di Orano si levano gridi di allegria, ma Rieux è consapevole che si tratta di un’allegria che è sempre minacciata. Lui medico sa, diversamente dalla folla, “che il bacillo della peste non muore né scompare mai”, sa che può restarsene come addormentato per decine di anni ad aspettare paziente in camere, cantine, valige, e proprio per questo sa che potrà sempre arrivare un giorno in cui,

“sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi sorci per mandarli a morire in una città felice”.

Certezza, e profezia, quella finale del dottor Rieux che non lascia spazio a illusioni. La peste, cioè il Male, sta sempre in agguato, pronta a seminare terrore e morte. Del resto cosa “vuol dire la peste? È la vita, ecco tutto”. [1]

NOTA FINALE
Camus conosce per esperienza l’assurdità del Male. Giovanissimo viene colpito dalla tubercolosi, all’epoca inguaribile, malattia che lo costringerà a lasciare le sue due vere passioni, il calcio (era un promettente portiere, al punto che ne La peste non può fare a meno di creare un personaggio, minore, Gonzales, esperto centro-mediano, di quelli cioè che hanno come compito “distribuire il gioco”) e il teatro (Camus giovane era anche attore). E altrettanto assurda dobbiamo considerare la sua stessa fine, avvenuta per incidente stradale con l’editore Michel Gallimard, che stava alla guida, morte che lui aveva considerato tra le più assurde che potessero capitargli, anche se per quella morte fu avanzata l’ipotesi che dietro ci fosse la mano del KGB per le sue ripetute denunce dell’invasione sovietica dell’Ungheria. Tra l’altro Camus per quel viaggio si era procurato il biglietto per farlo in treno anziché in auto.




[1] Saggio elaborato sulla IV edizione Bombiani del 1957

domenica 29 marzo 2020

L’uomo che piantava gli alberi, di Jean Giono (attività di scrittura)


L’uomo che piantava gli alberi, di Jean Giono

“Troverai più nei boschi che nei libri,
gli alberi e le rocce ti insegnano cose
che nessun maestro ti dirà”
(san Bernardo di Chiaravalle, sec. XI)



Attività di scrittura per la classe

A-Questionario per comprendere meglio la vicenda narrata e per riflettere sul testo



  1. Dove è ambientato il racconto di Jean Giono? In che periodo si svolge la vicenda narrata?
  2. Chi è il narratore? Che tipo di persona è?
  3. Come viene presentato dal narratore il pastore Elzeard Bouffier?
  4. Come viene descritta la sua casa?
  5. Come vengono descritti gli abitanti di quei villaggi?
  6. Cosa fa il pastore con le ghiande raccolte?
  7. Perché Elzeard Bouffier era andato a vivere in montagna?
  8. In cosa il narratore si sente simile al pastore?
  9. A quale guerra partecipa il narratore? Cosa dice di quella guerra?
  10. Perché il pastore si trasforma in apicoltore?
  11. Perché il narratore dice che “gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione”? (p. 31)
  12. “Il processo aveva l’aria, d’altra parte, di funzionare a catena”. Cosa intende con questa frase il narratore? (p. 31-32)
  13. In cosa poteva consistere “lo sconforto” di Elzeard? (p. 33)
  14. Perché il pastore a un certo punto si costruisce una casupola?
  15. Perché la foresta viene messa “sotto la tutela dello Stato”?
  16. Perché il vecchio Elzeard viene definito “un atleta di Dio”? (p. 36)
  17. Perché l’opera di Ezeard corre un grave pericolo durante la guerra del ’39?
  18. Come il narratore ritrova il villaggio di Vergons e tutta la zona vicina nel 1945? (p. 37-40)
  19. Perché verso la fine il narratore dice che, malgrado tutto, la condizione umana è “ammirevole”?
  20. “Ha trovato un bel modo di essere felice”. Cosa intende dire con queste parole il capitano forestale? (p. 36)
  21. “Elzeard Bouffier è morto serenamente nel 1947, all’ospizio di Banon”. Cosa vuole dirci con questa frase finale il narratore?
  22. Secondo te, si tratta di un racconto tratto da una storia vera?
  23. Ti sono parse interessanti e utili le illustrazioni di Simona Mulazzani che accompagnano le pagine del testo?



B-Rielaborazione del racconto, scrivendolo dal punto di vista di Elzeard Bouffier (immaginare che sia lui a incontrare il giovane escursionista e che sia lui a spiegargli come vive e cosa fa su in montagna).
Dividi il racconto nei seguente capitoli:
I-L’escursione (fino a pag. 17)
II-L’incontro con Elzeard (pag. 17-21)
III-Le ghiande (pag. 21-28)
IV-Il secondo incontro con Elzeard (pag. 29-33)
V-La guardia forestale (pag. 33-36)
VI-L’ultimo incontro con Elzeard (pag. 37-41)

C-Rielaborazione del racconto sotto forma di diario
Immagina di essere tu l’escursionista e di tenere un diario personale in cui scrivi dei tuoi incontri con Elzeard e di ciò che vedi in quei villaggi di montagna all’inizio e dopo il lavoro dell’uomo che piantava gli alberi

D-Rielaborazione del racconto di Jean Giono sotto forma di graphic novel (puoi mantenere la suddivisione in capitoli indicata al punto B)

(questionario e proposte di attività elaborati dal docente, prof. Bruno Trevellin, marzo 2020)



domenica 24 novembre 2019

TESTORI E LA LINGUA DEGLI ANGELI

TESTORI E LA LINGUA DEGLI ANGELI

Ai supremi momenti di conciliazione tra agape ed eros, che Giovanni Testori ha sempre sognato come il vertice stesso della poesia, la civiltà europea deve i suoi libri e le sue figure più intense

(M. Chagall, Abramo e i tre angeli)

Malgrado la sua inesausta passione letteraria, Giovanni Testori non ama i poeti, come Virgilio e Petrarca, che danno ai loro versi quella perfezione formale, quel palpito chiuso e levigato, quel tocco fuso e musicale, che anticipano per i nostri libri l' eternità della perfezione. La poesia che egli predilige è indifesa, lacerata, sconvolta da grandi squarci: si sacrifica, e con sé stessa sacrifica la letteratura, per lasciar irrompere da quegli squarci la voce dell' altro mondo. Pieno di reverenza e di timore, Testori ha atteso molto prima di confrontarsi con san Paolo, con la Prima lettera ai Corinzi (Longanesi, pagg. 128), che venera ancor più della Lettera ai Romani. In quel testo trova tutto ciò che chiede alle pagine di un libro: le verità della fede, colte nel momento incontaminato della loro scoperta; una grande cultura letteraria, come quella greca, che viene assalita da un' altra lingua e da un' altra religione, e ci appare ancora sconvolta, ma capace delle illuminazioni più dense e radiose.

Siccome è un poeta, Testori traduce la Lettera ai Corinzi in poesia, scoprendo il fuoco e il ritmo nascosti nelle righe prosastiche di san Paolo. Non ha simpatia per la tradizione della poesia italiana, da Petrarca a Montale. Così, in questi versi, ci accompagna tutto ciò che sta ai margini della tradizione letteraria italiana: il Dante più raziocinante: il balbettio mistico di Iacopone: le torsioni e gli inceppi michelangioleschi: il profumo dei grandi oratorii barocchi: qualche intonazione da canzonetta pastorale; e l' ultimo Leopardi. Mai come questa volta, sebbene in apparenza tenti una semplice traduzione, Testori ha scoperto la lingua nativa della propria poesia. Se le lingue degli uomini conosco e pur quelle degli angeli e non ho carità, cembalo sono che appena tinnisce, bronzo che suono non dà. Se profetare so, se i misteri tutti e intera la scienza a mio agio conosco, se così grande ho fede, da smuovere le montagne e non ho carità, sono nullità. Testori ha tradotto la Prima lettera ai Corinzi soprattutto perché conteneva il passo più famoso, e misterioso, di san Paolo: quello sull' amore (preferisco tradurre così agape, invece di carità), che comincia con questi suoni di bronzi e di cembali, forse troppo flebili forse troppo fragorosi.

Ma cos'è l'amore, per san Paolo? Come se volesse nasconderlo, o velarlo, o volesse giungere al suo obbiettivo partendo dal punto opposto, egli ricorre specialmente a definizioni negative. La prima non ci stupisce. L' amore è il contrario dell' "amore di sé", che La Rochefoucauld pose a fondamento del suo amaro ed elegante edificio; e dunque "non si infervora di passione, non si vanta con parole, non si gonfia di superbia, non cerca il proprio vantaggio, non si lascia eccitare dall' ira, non computa il male [ricevuto dagli altri]". Tutto è consueto, ci sembra: anche se doveva sembrare meno consueto ai cristiani provenienti dall' ebraismo, i quali sapevano come l' amore giudaico fosse geloso, appassionato, possessivo, esclusivo. "Forte come la morte è l' amore, / tenace come l' inferno il desiderio", aveva detto il Cantico dei Cantici. Ci stupisce molto di più la seconda definizione negativa. Con la sua rapidità violenta e paradossale, che distrugge con un gesto morali e tradizioni secolari, san Paolo ci ricorda che l' amore non è affatto quella carità attiva, che i comandamenti e i Vangeli raccomandano. Non è fare il bene a questo o quello: non è una virtù pratica e sociale, non è un' azione misurabile - e nemmeno compiere le opere più sublimi, come dare ai poveri tutto quello che possediamo o salire sul rogo in nome di Cristo. E, dunque, non è neanche, benché il suo nome sembri voler dire proprio questo, avere affetto, tenerezza, compassione per gli altri: non è "ama il tuo prossimo come te stesso". San Paolo non potrebbe essere più perentorio. Sebbene tanti lo abbiano confuso con un' etica, il cristianesimo (almeno quello della Lettera ai Corinzi) non è un' etica; e su di esso non è possibile costruire nessuna civiltà stabilita, nessuna società con doveri, obblighi, opere, ricompense. San Paolo continua il suo elogio, proclamando che l' amore è superiore a tutte le altre virtù umane, e ne costituisce il cuore e la musica segreta. Non c' è nulla sopra di esso: né la profezia della tradizione ebraica; né l' ineffabile lingua degli angeli, che i Corinzi credevano di intonare nell' estasi: né la speranza; né la conoscenza - che in questo mondo è così mediocre, perché conosciamo Dio e i misteri solo confusamente, come in uno specchio, "dentro enigmi".

L'amore è superiore persino alla fede. Nel Vangelo di Matteo, Cristo aveva detto: "Se avrete fede quanto un granello di senape, potrete dire a questo monte: ' spostati da qui a lì' - ed esso si sposterà. Niente vi sarà impossibile"; e san Paolo - proprio lui che aveva costruito tutta la sua grandiosa teologia sulla fede e la nostra giustificazione per fede - con uno dei suoi meravigliosi capovolgimenti, risponde: "Se avessi tutta la fede, tanto da poter trasportare i monti, ma non avessi l' amore, non sarei nulla". Tutte queste virtù - la profezia, il dono delle lingue, la speranza, la conoscenza e la fede - avevano, secondo san Paolo, una deficienza comune. Erano virtù di questo mondo intermediario, nel quale viviamo "gemendo" e "aspettando ansiosamente la redenzione", senza vedere Dio fuori dallo specchio adombrato. Imperfetta è la nostra profezia: imperfetto il nostro dono delle lingue: imperfetta la nostra enigmatica e frammentaria conoscenza; imperfette la speranza e la fede, che non scorgono mai Dio, oggetto del loro desiderio. Alla fine dei tempi, quando con un tocco leggerissimo della mano Dio aprirà le porte del suo regno invisibile, tutti questi doni verranno meno, come neve sotto la luce del sole. Così, dopo un lungo circuito, grazie alla sua acutissima arte dialettica, san Paolo ci ha portato accanto all' essenza dell' amore. In questo mondo attuale e intermediario, dove tutte le virtù sono monche, l' amore è l' unica virtù perfetta, piena e assoluta, come sarà perfetta, alla fine dei tempi, la visione diretta (non "nello specchio", non "dentro enigmi"), che avremo della luce di Dio. Non dobbiamo attendere e rinviare indefinitamente l' attesa, come la speranza e la fede ci consigliano.

Nell' amore, tutto è già qui: Dio è già dentro di noi. Oggi non sappiamo altro di lui: non portiamo in noi una scintilla luminosa del suo essere, né lo conosciamo, né lo contempliamo nell' estasi, né lo realizziamo con le nostre azioni: lo incontriamo soltanto nell' amore, che ci colma in questo stesso momento, ed esce da noi come una sovrabbondante acqua soave. Ma se l' amore è il presente assoluto, è anche l' assoluto futuro. Alla fine dei tempi, quando si spalancheranno le porte del Regno, le profezie e la speranza e la fede si compiranno, e dunque verranno meno. Non ci sarà più nessuna virtù umana. Nel vuoto della fine, ci sarà soltanto l' amore, che in quel momento non sarà altro che la Visione piena, meticolosa e radiosa del volto di Dio. Appena giunge a questa rivelazione, san Paolo ci abbandona. Vorremmo sapere di più: vorremmo che egli ci descrivesse con minuziosa attenzione, come Platone e i greci avevano rappresentato Eros, la figura, la qualità e gli effetti di Amore. Ma san Paolo non può dirci altro: come potrebbe indicarci l' essenza nascosta di amore, se questa essenza è quella di Dio? Egli si limita a rivelarci qualche segno. Se vogliamo riconoscere l' apparizione di Amore nel mondo, e non disconoscerlo e confonderlo con altre figure, dobbiamo ricordarci che è "benigno" e pieno di "decoro". Quando egli passa, ogni fervore (ogni zelo) di passione si placa; e questa mitezza e quiete ci lasciano presentire che il ritmo armonioso, il quale conosce soltanto la giustezza del tono, è la chiave dell' universo. Un altro segno è che l' amore "tutto sopporta". Non accusa i mali compiuti dagli altri o da noi: "copre" o scusa o vela tutte le azioni e i pensieri malvagi che riempiono il mondo: li supera col pensiero; li annulla; e così riesce a sopportare il terribile peso della realtà, fino a quando, con un gesto lieve, essa si scioglierà in quella futura.

Nel Nuovo Testamento e nelle lettere di san Paolo, c'è un' immensa omissione: una omissione che testimonia un capovolgimento di civiltà, del quale san Paolo era certo consapevole. Tra i tre verbi greci che indicano l' amore - eran, filein, agapan - manca completamente il primo: eran e il sostantivo Eros. Ora, nella civiltà greca classica ed ellenistica, eran esprimeva il desiderio, la tenerezza, l' affetto: un desiderio oscuro, che ispirava tormentose passioni, tormentando instancabilmente le cose animate "con voluttà e dolorosa delizia": un desiderio inesorabile del corpo e del cuore; e finiva per trasformarsi nel delirio filosofico, col quale contempliamo le forme dell' Essere, nel delirio religioso che ci innalza verso la bellezza degli dei. Nel Nuovo Testamento, che adotta un verbo inizialmente scolorito come agapan, non c' è traccia di Eros. Dal nuovo mondo san Paolo estromette sia l'Eros terreno sia l'Eros celeste: soprattutto la loro fusione e contaminazione, nella cultura platonica, doveva offenderlo. Non c'era nessuna via per trasformare la nostra morbida tenerezza sensuale, i nostri affetti impuri e melodici, nella dedizione verso chi abita nell'alto dei cieli. Se volessimo, potremmo raccontare venti secoli di civiltà cristiana come la storia della lunga battaglia di Agàpe contro Eros ed Eros contro Agàpe: il puro ardore divino, che ignora le passioni umane e anticipa il futuro, e la tenerezza terrena, che si slancia verso gli dei e si identifica con loro nell' estasi. Forse questa battaglia non si estinguerà mai. Ma dovremmo raccontare anche i momenti di conciliazione e di fusione, tra i neoplatonici del Medioevo e nel Rinascimento italiano e spagnolo, quando Eros diventò Agàpe (o Agàpe diventò Eros). In apparenza era una fusione impossibile: eppure avvenne; e la musica dei versi di Giovanni della Croce sembra la celebrazione del loro incontro. A questi supremi momenti di conciliazione, che Giovanni Testori ha sempre sognato come il vertice stesso della poesia, la civiltà europea deve i suoi libri e le sue figure più intense.

(PIETRO CITATI, La Repubblica, 14 luglio 1991)