mercoledì 28 giugno 2017

Leggere la Bibbia ascoltando Bob Dylan

Idee. Leggere la Bibbia ascoltando Bob Dylan


Andrea Monda (Avvenire,  mercoledì 28 giugno 2017)
Due studi mostrano che le Sacre Scritture sono la struttura su cui il cantautore premio Nobel per la Letteratura ha costruito le sue canzoni.
Bob Dylan
Bob Dylan
Un libro per dylaniani e non, ma comunque tutto da leggere è dunque La Bibbia di Bob Dylan di Renato Giovannoli (Ancora. Pagine 378. Euro 26,00). Il volume è il primo di una trilogia che suddivide in tre parti la lunga e non ancora terminata parabola artistica del cantautore del Minnesota. Ai dylaniani di provata fedeltà, a cominciare dal suo mentore italiano Francesco De Gregori, invece è assolutamente consigliato il bel libro antologico Bob Dylan (Hoepli - nella collana “La storia del rock. I protagonisti. Pagine 204. Euro 17,00). Curato da Salvatore Esposito, si tratta di un vero e proprio scrigno editoriale, - impreziosito dalla prefazione di Alessandro Portelli e la postfazione di Alberto Fortis - corredato da una marea di curiosità, aneddoti e un meraviglioso apparato fotografico che ripercorre tutte le tappe di colui che come pochi altri artisti americani ha saputo raccontare il Paese a strelle e strisce. Un poeta ammirato anche dai grandi epigoni della beat generation, come Allen Ginsberg il quale ascoltando le prime prove musicali di Dylan disse: «Ha portato la poesia nei jukebox».
Il 27 dicembre 1967 Bob Dylan pubblica l’album John Wesley Harding, il «primo disco di rock biblico» secondo la definizione che lo stesso cantautore darà successivamente a questo album di musica country. Era la prima volta che veniva usata una tale definizione. Eppure di “rock biblico” Dylan ne aveva già prodotto parecchio a partire dai primi anni Sessanta, da quando aveva cominciato a incantare il mondo con la sua musica e la sua inconfondibile voce. Questo «rock biblico», la sua natura, la sua estensione, i suoi confini, è il tema del saggio di Renato Giovannoli La Bibbia di Bob Dylan (Ancora, pagine 378, euro 26,00).
Questo primo volume tocca la produzione dal 1961 al 1978 (e porta come sottotitolo Dalle canzoni di protesta alla vigilia della conversione), il secondo, che uscirà il prossimo autunno, comprende il decennio 1978-1988 ( Il periodo “cristiano” e la crisi spirituale) mentre il terzo volume, previsto per la primavera del 2018, arriva fino al 2012, cioè fino a Tempest, per ora l’ultimo album con testi originali di Dylan, con il titolo Un nuovo inizio e la maturità. Fino al 2012 arriva anche il terzo volume delle Lyrics tradotte da Alessandro Carrera (Feltrinelli. Pagine 454. Euro 20,00) come continuazione della precedente monumentale opera in unico volume che però si era fermata al 2002. La concomitanza temporale dell’uscita di questi due volumi è favorevole anche perché incrocia un altro evento, il conseguimento del premio Nobel da parte di Dylan che i primi di giugno ha consegnato anche il discorso ufficiale richiesto dal regolamento del premio e che la segretaria dell’accademia, Sara Danius, ha definito «discorso straordinario » ed «eloquente».
Insomma giunto a 76 anni Bob Dylan non smette di stupire e di far parlare di sé, magari continuando a spaccare il mondo in fan incalliti e detrattori scatenati. I due studiosi italiani, Renato Giovannoli e Alessandro Carrera, sono dei fan ma non solo, come spiega Carrera nel saggio introduttivo al primo volume dell’opera di Giovannoli, opera «la cui crescita ho seguito nel corso degli anni grazie all’amicizia che mi lega al suo autore e che è nata proprio dal comune interesse per Dylan. Nessuno di noi è solamente un fan, anche se un po’ lo siamo. Siamo venuti per studiare Dylan, non per celebrarlo ed è passato così tanto tempo da quando abbiamo iniziato a occuparci di lui che non sappiamo più se possiamo ancora mantenere una certa distanza critica». La passione per Dylan si avverte in queste due trilogie che però restano due grandi opere di studio, serio e approfondito e quanto mai documentato. L’opera di traduzione da parte di Carrera è a dir poco preziosa per il grande pubblico italiano, anche se oggi, dopo la vittoria del Nobel, il rischio di “ridurre” Dylan a poeta è più alto di ieri, per fortuna lo stesso cantautore nel succitato discorso ha precisato l’ovvia verità che i suoi sono testi di canzoni, creati per essere quindi suonati e cantati. D’altra parte La Bibbia di Bob Dylan di Giovannoli, l’intuizione è sempre di Carrera, è un testo che vale in entrambi i sensi: «Non è solo la guida più completa alla Bibbia secondo Bob Dylan, o a Bob Dylan secondo la Bibbia. […] Tante introduzioni sono possibili a Dylan: musicali, poetiche, sociologiche, politiche. Ma la Bibbia è l’accesso privilegiato».
L’iperbole per cui non c’è testo di Dylan che non abbia almeno un riferimento biblico, più o meno esplicito, non è poi così iperbolica come è dimostrato da questo primo meticoloso e ponderoso volume di Giovannoli che rappresenta un unicum non solo in Italia ma anche all’estero. L’ennesima prova del nesso vitale tra le canzoni di Dylan e il testo biblico sta proprio nell’omissione che Dylan ha compiuto nel citare le sue fonti principali all’interno del discorso ufficiale per il Nobel: ha infatti menzionato la musica di Buddy Holly e poi tanta poesia, in particolare John Donne, soffermandosi su tre libri per lui fondamentali, Moby Dick, Niente di nuovo sul fronte occidentale e l’Odissea. La Bibbia non l’ha citata, proprio perché non è un “altro” libro a fianco di questi, ma molto di più, parafrasando Shakespeare (usando così un’immagine cara allo stesso Dylan): la Bibbia è «la stoffa con la quale sono fatti i suoi testi». E non solo e non tanto la Bibbia ebraica, come si potrebbe pensare data l’origine semita di Robert Allen Zimmerman, nato da Abraham e Betty a Duluth il 24 maggio 1941, ma soprattutto la Bibbia cristiana, più precisamente la King James Version, la Bibbia di Re Giacomo che, come ricorda Northrop Frye, è il Grande Codice della letteratura occidentale. Antico e Nuovo Testamento queste sono le due parti del grande codice dylaniano, un codice oggi più accessibile grazie all’opera di due seri e competenti studiosi italiani.

martedì 27 giugno 2017

Storia. Vicino Oriente, Lawrence eroe ambiguo

Storia. Vicino Oriente, Lawrence eroe ambiguo


Franco Cardini martedì 31 maggio 2016
​Un secolo fa il colonnello inglese guidava la rivolta araba contro gli ottomani. Ma fu un campione dell'indipendenza locale o un doppiogiochista?
Vicino Oriente, Lawrence eroe ambiguo
I recenti e recentissimi avvenimenti in quell’area dell’Asia sudoccidentale che anche noi chiamiamo ormai, sul modello britannico, 'Vicino Oriente' ( Near East), termine che ha inglobato il nostro vecchio caro 'Levante', sono o dovrebbero essere ben noti: ma è un fatto obiettivo ch’essi sono poco capiti in quanto sconosciute o quasi sono purtroppo dagli europei – anche da quelli che, come gli italiani, vi abitano vicino – le vicende storiche di quelle terre comprese tra Caucaso e penisola arabica e tra Mar di Levante e fiume Tigri, per circa mezzo millennio dominate dai turchi ottomani e, dopo la fine della prima guerra mondiale, senza completa pace. Anzi, negli ultimi decenni la loro condizione sembra essersi addirittura aggravata a causa di varie irrisolte questioni, tra le quali primeggiano il problema dell’estrazione e dello sfruttamento dei giacimenti petroliferi e gassosi, l’eterna crisi israelo-palestinese e, negli ultimi tempi, il fenomeno del jihadismo islamista accompagnato dalla fitna ('discordia', 'guerra civile') tra musulmani sunniti e i loro correligionari sciiti. 
Ma come nacque, come fu – possiamo dire – 'inventato' quel 'Vicino Oriente' che qualcuno si ostina a definire ancora 'Medio', creando un’inopportuna confusione con la vasta area compresa invece tra corso del Tigri e Himalaya? Nel 1962 un fortunato kolossal di David Lean, magistralmente interpretato da Peter O’ Toole, Alec Guinness, Omar Sharif e Anthony Quinn,  Lawrence d’Arabia, suscitò con il suo grande successo una nuova attenzione attorno alla «rivolta araba del deserto» che, nel biennio 1916-18, determinò la vittoria anglofrancese contro l’impero ottomano alleato dei tedesco-austrungarici nel delicato e importantissimo 'fronte meridionale'. Gli arabi, sotto la guida dello sceicco dei Luoghi Santi della Mecca e di Medina Hussein e dei suoi due figli Feisal e Abdullah, si sollevarono contro il loro sovrano, il sultano d’Istanbul (ch’era anche califfo), in seguito all’assicurazione – loro fornita dai servizi di Sua Maestà britannica – che in premio per il loro sforzo sarebbero state accordate a tutte le genti arabe unità e indipendenza. Lo sceicco Hussein si vide promettere la corona di un regno d’Arabia libero e unito ch’egli sognava di organizzare all’inglese, con un sistema bicamerale simile a quello vigente nell’impero britannico dell’India, e di farlo entrare nel Commonwealth. 
Cronista della 'rivolta del deserto' fu un giovane archeologo divenuto agente del Foreign Office, il colonnello Thomas E. Lawrence, che ci ha narrato quell’epopea nel suo libro I sette pilastri della saggezza. Gli arabi combatterono valorosamente e ferocemente contro i turchi, consentendo agli anglofrancesi la conquista di Damasco e di Baghdad. Ma intanto, in forza degli accordi segreti che presero il nome dai loro due negoziatori  George-François Picot e Mark Sykes, francesi e inglesi si erano già spartiti il mondo arabo. Le vicende collegate con il petrolio fecero il resto: Hussein non divenne mai re se non del piccolo Hijaz, ma fu ben presto battuto – col beneplacito britannico – dall’avversario Ibn Saud, capo della setta wahhabita. Intanto un numero crescente di coloni ebrei sionisti si riversava in Palestina, provocando le reazioni arabe. Si posero così le basi per un’inquietudine cronica, oggi sfociata in guerre e tensioni continue.
Il colonnello Lawrence, secondo una versione dei fatti ch’egli stesso accreditò nei suoi scritti e che divenne 'classica' anche grazie ai molti biografi che contribuirono a creare la sua figura eroica e romantica, pur restando fedele al suo paese disapprovò l’inganno perpetrato ai danni del mondo arabo e si ritirò in un’inquieta vita privata dalla quale dette peraltro più volte segno di voler uscire provocando molte inquietudini: e la sua morte in un 'incidente' che lascia posto a molti dubbi infittì il mistero sui suoi ultimi anni. Eppure, nel mondo arabo, la fama di 'El Aurens' fu sempre ambigua: non si credette mai alla sua solitaria buonafede: si arrivò a considerarlo – e questa è ancor oggi l’opinione prevalente – un doppiogiochista se non un traditore. Questa tesi viene oggi in qualche modo e con molti distinguo sostanzialmente confermata da due studi recenti. Fabio Amodeo e Mario José Cereghino, in Lawrence d’Arabia e l’invenzione del Medio Oriente (Feltrinelli), inserendo la figura dell’archeologoagente-. avventuriero nell’ampio contesto della realtà politica, diplomatica e militare del tempo, rilevano il ruolo non sempre lineare da lui giocato. D’altronde Phillip Knightley e Colin Simpson, in Le vite segrete di Lawrence d’Arabia (Odoya), allineano ricche prove documentarie secondo le quali il colonnello non avrebbe mai entusiasticamente condiviso la causa dell’unità e dell’indipendenza arabe e avrebbe sempre coerentemente agito sulla base del principio che l’interesse di Sua Maestà britannica fosse invece quello di mantener diviso il Vicino Oriente per meglio dominarlo. Quel che contava era il petrolio e la sicurezza delle rotte navali, soprattutto attraverso il Canale di Suez e il Golfo Persico. Fra 1918 e 1920, quasi esattamente un secolo fa, le potenze vincitrici della Grande Guerra avrebbero potuto avviare il mondo arabo sulla strada dell’unità, dell’occidentalizzazione e della democrazia parlamentare. Preferirono seguire la strada ormai già antiquata della dominazione coloniale e del divide et impera. Avrebbero potuto gettare le basi per una lunga pace futura: preferirono egoisticamente aprire il cammino a nuove guerre. Da cento anni subiamo le conseguenze di questa scelta: e tutto dà a pensare che ne avremo ancora per lunghissimo tempo.

lunedì 26 giugno 2017

Harry Potter compie 20 anni: la magia nata in una lavanderia da una ragazza madre povera e sconosciuta



Harry Potter compie 20 anni: la magia nata in una lavanderia


Tre bambini della scuola di Bolton, Inghilterra, che hanno partecipato al tentativo di battere il Guinness dei primati sul numero di persone che indossano il costume di Harry Potter (lapresse)
Il primo libro della saga, "La pietra filosofale", arrivò in libreria il 26 giugno 1997. Da lì è nato un successo travolgente: 7 volumi, la serie cinematografica, piece teatrali, un merchandising sterminato. E pensare che JK Rowling, oggi più ricca della regina Elisabetta, partì proprio dal nulla
dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
26 giugno 2017 


LONDRA - Compie 20 anni oggi. Non il ragazzino con gli occhiali, che era già un adolescente quando la prima copia arrivò in libreria, il 26 giugno 1997, bensì il fenomeno, la rivoluzione letteraria, in una parola "la magia" che da quel giorno ha travolto il mondo di libri e lettori. "Harry Potter e la pietra filosofale", primo dei setti volumi della saga di J.K. Rowling, fu stampato in una tiratura iniziale di 500 esemplari. Se ne avete uno di quelli in casa vale una piccola fortuna: 30 mila sterline, circa 36 mila euro. E' uno dei tanti modi per misurare il successo senza precedenti di un'opera, poi diventata una serie di film e infine un brand, che ha fruttato alla sua autrice un patrimonio stimato in 700 milioni di sterline: il doppio della ricchezza attribuita alla regina Elisabetta, tanto per avere un termine di paragone.

 
Il primo romanzo della saga, Harry Potter e la pietra filosofale, e a fianco JK Rowling con l'ultimo libro, Harry Potter e i doni della morte, del 2007
E' cominciato tutto in una lavanderia a gettone, dove Joanna - allora veniva chiamata così, poi il nome è stato rimpiazzato dalle due iniziali, "Gei Kei" secondo la pronuncia inglese - scriveva la storia che aveva in mente facendo il bucato (l'ha completato al Nicholson's Cafe di Edimburgo, dove la scrittrice inglese viveva e vive tuttora): una ragazza madre povera e sconosciuta, destinata a conquistare una fama planetaria. L'intera serie, tradotta in 77 lingue, incluso il latino e il greco antico, ha venduto 450 milioni di copie. Gli otto film che ne sono stati tratti sono la saga più remunerativa nella storia di Hollywood. E poi ci sono i videogiochi, il parco giochi alle porte di Londra e a Disneyland, le magliette e ogni altro genere di souvenir, il dramma teatrale in due parti che va in scena attualmente, tutto esaurito, in un teatro del West End londinese, il sito, i racconti collaterali. E' stato calcolato che soltanto un altro titolo ha raggiunto una popolarità simile da quando Gutenberg ha inventato i caratteri a stampa ai giorni nostri: la Bibbia. E Harry Potter promette di essere un "long seller" altrettanto duraturo. Una storia che potrebbe non finire mai.
 

I festeggiamenti del ventesimo anniversario sono in realtà già cominciati da settimane e dureranno sino a fine anno: edizioni speciali, convegni, mostre - come quella che apre a settembre alla British Library. Stamane ci sarà una coda più lunga del solito per farsi fotografare davanti al "binario 9 e ¾" della stazione di King's Cross, da cui nel romanzo parte il treno per Hogwarts, la scuola di magia a cui va Harry cambiando vita. La foto è gratis. Ma di fianco c'è un negozio che vende tutto quello che ha a che fare con Harry e anche lì la coda è sempre lunga. In fila ci sono bambini che hanno appena cominciato a leggerlo e i loro genitori che avevano quindici anni vent'anni fa, quando uscì il primo volume: grandi e piccini, lettori di ogni età, di ogni etnia, classe, continente. Un successo senza confini.
 
 Come non si stanca mai di ripetere, Nigel Newton, presidente di Bloomsbury, l'allora piccola casa editrice indipendente che decise di pubblicarlo, dopo che il libro era stato respinto da una dozzina di editori, diede il manoscritto da leggere alla figlia Alice di 8 anni per avere un parere: "Scomparve in camera da letto e quando tornò mi disse entusiasta di non avere mai letto niente del genere", ricorda lui. Anche quella, in fondo, una specie di magia, che mise in moto qualcosa di inarrestabile. "C'è dentro il fascino dell'infanzia, la possibilità di crescere insieme ai personaggi, un elemento tenebroso, spaventoso, come nelle fiabe, ma anche molto umorismo e una grande talento narrativo": così Newton riassume le ragioni che hanno fatto del maghetto un'icona del nostro tempo. Non resta che dire "happy birthday, Harry Potter", a lui e alla sua autrice, con la consapevolezza che fra dieci anni verrà celebrato con nuovi record il suo trentesimo anniversario, e così via. Sempre in attesa di un possibilee ottavo capitolo, di un "sequel", se JK Rowling un giorno deciderà di darcelo. Su Twitter, dove ha oltre 10 milioni di follower, oggi non ha ancora scritto niente. Il suo ultimo cinguettio risale a sabato. Ha scritto, citando Mark Twain: "L'irriverenza è il campione della libertà e la sua sola difesa". Buon compleanno anche a lei.

martedì 30 maggio 2017

Genetica. La razza è un mito, ma la realtà è meticcia

Genetica. La razza è un mito, ma la realtà è meticcia


Luigi Bignami martedì 30 maggio 2017
Gli abitanti del Vecchio Continente discendono da tre grandi migrazioni da Oriente, avvenute fra 19mila e 5mila anni fa. Lo studio dell'Università di Uppsala
Ricostruzione di un villaggio preistorico al Museo delle Gole del Verdon
Ricostruzione di un villaggio preistorico al Museo delle Gole del Verdon
Circa 2 anni fa quando autobus carichi di migranti provenienti dalla Siria e dall’Iraq si fermarono in Germania, alcune piccole località si trovarono sovraffollate. Il villaggio di Sumte, ad esempio, che aveva una popolazione di 102 abitanti si ritrovò con 750 richiedenti asilo. Un gruppo neonazista del distretto si rivolse al 'New York Times' affinché il mondo sapesse che un flusso così ingente di persone avrebbe portato «alla distruzione del loro patrimonio genetico». Ma quanto sosteneva quel gruppo era profondamente errato, in quanto il popolo tedesco non ha alcuna eredità genetica da proteggere. Sia loro, che tutti gli europei, sono già il risultato di una profonda mescolanza, in quanto figli di ripetute migrazioni antiche delle quali oggi si hanno prove scientifiche indiscutibili. Dimostrano che tutti gli europei che si ritengono 'indigeni' in realtà discendono da un mescolamento di popolazioni di tre grandi migrazioni avvenute negli ultimi 15.000 anni, tra cui due proprio dal Medio Oriente. Quei migranti attraversarono l’intera Europa, si fusero con i precedenti immigrati e ancora si rimescolarono tra loro a creare i popoli di oggi.
Utilizzando nuovi e sofisticati metodi per analizzare e studiare il Dna e particolari atomi presenti nelle ossa e nei denti di numerosi scheletri (che indicano la provenienza dei cibi e dell’acqua bevuta) vari ricercatori stanno districando le aggrovigliate radici dei popoli di tutto il mondo, come quelle estremamente variegate dei tedeschi o degli antichi filistei o degli abitanti del Kashmir. Risulta che pochissime popolazioni al mondo hanno una reale diretta discendenza da antichi gruppi rimasti 'incontaminati' nel tempo: un esempio quasi unico sono gli aborigeni australiani.
«Questi risultati si possono falsificare se si vuole sostenere che esistono delle popolazioni 'incontaminate', ma quasi tutti gli uomini di oggi hanno alle loro spalle una storia incredibilmente complessa di mescolamento legata a importanti e ripetute migrazioni», spiega Lynn Jorde dell’Università dell’Utah a Salt Lake City. Tacito, lo storico romano, riferisce che nel 9 dopo Cristo un membro della tribù germana Cherusci chiamato Arminio, guidò una ribellione contro i Romani in prossimità del villaggio di Kalkriese nel nord della Germania e la vinse. Quindi nel XV secolo i nazionalisti tedeschi e ancor dopo nel XX secolo i nazisti fecero diventare Arminio il padre di un antico popolo con un pedigree di una 'razza pura' proveniente dalla Germania e dal Nord Europa.
Oggi tutti gli storici sono d’accordo che quanto si è raccontato di Arminio è mito e nulla più: i Romani erano presenti in Germania fin dal III secolo a.C., come dimostra anche la recente scoperta di un campo di battaglia romano ad Harzhorn risalente proprio al III secolo a.C.. Tra l’altro lo stesso Arminio non era un puro 'ariano', se a quel termine si dà il significato di una persona i cui antenati vissero esclusivamente in quella che oggi è la Germania o la Scandinavia. La tribù Cherusci, come tutti gli Europei del loro tempo e anche più tardi, era composita.
Fino a pochi anni or sono era difficile dimostrare ciò. Spiega Doug Price dell’Università del Wisconsin a Madison, esperto di grandi migrazioni: «La maggior parte delle prove archeologiche sulle migrazioni era basata sui manufatti, ma questi potevano essere rubati o copiati, quindi non sono una reale prova dei movimenti umani». Da una ventina di anni a questa parte i metodi di studio delle migrazioni hanno rivoluzionato numerosi concetti. Dopo che il primo Homo sapiens uscì dall’Africa, circa 150.000 anni fa, numerosi gruppi lo hanno seguito a partire da 60.000 an- ni or sono e uno dopo l’altro si gettarono nelle braccia dei precedenti gruppi, e anche in quelle dei neandertaliani.
Oggi quasi tutti gli uomini che si trovano al di fuori dell’Africa portano tracce di Dna dell’incrocio avvenuto a quel tempo. Lo studio del Dna poi, di 51 europei ed asiatici vissuti tra 45.000 e 7.000 anni fa ha permesso di ricostruire con precisione la storia delle ultime tre migrazioni. La prima avvenne tra 19.000 e 14.000 anni fa. Fu di cacciatori-raccoglitori, provenienti dal Medio Oriente. La seconda fu di agricoltori dell’Anatolia nord-occidentale che migrarono circa 9.000 anni or sono in Grecia e in Turchia. Quest’ultima ha attraversato l’intero continente. Il Dna registra che arrivarono in Germania, dove si unirono alla cultura definita della 'ceramica lineare', che si sviluppò tra 6.900 e 7.500 anni fa. Ai nostri giorni i sardi conservano la maggiore impronta di Dna di quei primi agricoltori, i cui genitori avevano occhi marroni e capelli scuri. Circa 5.000 anni fa poi, pastori yamnaya arrivarono dalle steppe pontiche (regione a nord del Mar Nero) in Europa e in Asia. Essi hanno portato la capacità di digerire il lattosio, una caratteristica rimasta impressa nel Dna. Si capisce dunque, come gli antichi germani fossero il risultato della fusione di cacciatori-raccoglitori dell’età post ultima-glaciazione, con contadini anatolici e pastori Yamnaya.
E questo vale anche per la maggior parte degli altri europei: i baschi, che si considerano un popolo a parte, possiedono un Dna simile a quello degli antichi agricoltori che hanno popolato la Spagna settentrionale prima della migrazione yamnaya. Lo ha scoperto lo scorso anno Matthias Jacobsson, esperto di genetica della popolazione dell’Università di Uppsala. E studio dopo studio sono crollati i miti degli irlandesi, dei celti e ora anche di popolazioni al di fuori dell’Europa, come i Filistei, un popolo biblico considerato unico e apparentemente volatilizzato con l’Antico testamento. Spiega Aren Maeir della Bar-Ilan University di Ramat Gan, Israele, che ha diretto gli scavi presso la città filistea di Gath per due decenni: «I filistei possedevano una cultura intrisa di elementi provenienti dall’Anatolia occidentale, Cipro, Grecia e Balcani. Si fusero con le persone che vivevano in Canaan e non si dissolsero nel nulla». Se così è significa che i filistei sono parte ancestrale sia dei palestinesi musulmani che degli israeliani ebrei. Tornando a Sumte, dall’autunno delle 2015 i rifugiati provenienti dalla Siria hanno iniziato a imparare il tedesco. I loro figli a Natale hanno cantato "O Tannenbaum" in una chiesa della cittadina, mentre nei mesi successivi quasi tutti i rifugiati si sono dispersi in città più grandi di tutta la Germania. Col tempo alcuni giovani immigrati contribuiranno con il loro Dna alla prossima generazione di tedeschi.

sabato 27 maggio 2017

Esodo. Testimonianza. Lorenzin, orgoglio di istriana

Testimonianza. Lorenzin, orgoglio di istriana


Lucia Bellaspiga sabato 27 maggio 2017
Il ministro della Salute discende da esuli polesani: «È tempo di dialogo, di verità e di giustizia»
Lorenzin, orgoglio di istriana
«La Jugoslavia non esiste più, oggi esistono Slovenia e Croazia, due Paesi che fanno parte dell'Europa: è ora che si aprano gli archivi e si sappia dove giacciono i nostri cari, morti nelle Foibe e negli eccidi di Tito. È ora di poter dare loro una degna sepoltura, le regole del vivere civile oggi lo consentono». Per la prima volta il ministro Beatrice Lorenzin ha parlato ufficialmente nel suo ruolo più intimo di «istriana di seconda generazione», figlia di un padre esule da Pola, partito come altri 300 mila giuliano dalmati per sfuggire alla crudezza della dittatura comunista di Tito. Lo ha fatto a "èStoria", il Festival internazionale che da 13 edizioni si tiene a Gorizia, in un incontro intitolato "Noi, italiani due volte": la prima per nascita, la seconda per scelta, «perché i nostri genitori e nonni hanno perso tutto, la casa, i terreni, il tessuto sociale, pur di restare italiani».

Qual è il suo legame con Pola? Quali ricordi le ha trasmesso suo padre?
«Esistono tre Pola in me: quella di mia nonna, di mio padre e la mia. Il racconto di mio padre è sempre stato scarno, un po' per un pudore tipico di molti istriani, e un po' per non far pesare su noi figli il suo senso di privazione, che si è portato dentro tutta la vita. Mia nonna invece trasmetteva il dolore di chi non si è mai fatto una ragione: la famiglia era stata sradicata per sempre e sparsa fino negli Stati Uniti e in Australia. E c'è la Pola che ha inciso molto su di me per tanti aspetti. Papà partì con sua mamma vedova nel 1950, tre anni dopo gli altri polesani, perché nonna non riusciva a staccarsi dalla sua terra. Ma dopo i primi sei mesi era già chiaro che tirava una brutta aria per gli italiani: il nome di mia nonna era finito in una lista di proscrizione. Un parente riuscì a salvarli, ma bisognava fuggire. Lo fecero in treno, poi in Italia provarono il campo profughi. E qui comincia il silenzio di mio padre, che si interrompe solo con la storia dell'arrivo a Firenze: lì mia nonna, che a Pola aveva condotto una vita agiata, con umiltà andò a servizio come domestica per dare a mio padre la dignità degli studi. Il mio essere ministro è il risultato del coraggio di mia nonna, che mi ha donato un futuro e un forte senso dello Stato. Oltre al significato di libertà e verità, due valori che apprezzi solo se hai rischiato di perderli».

Quando ha percepito consapevolmente la sua istrianità?
«Le radici crescono sottopelle senza che ce ne accorgiamo, ma poi arriva il momento in cui ci urlano dentro e noi diventiamo fieri della nostra identità. Ammetto che da piccola, quando mi chiedevano del mio strano cognome, prima cercavo di spiegare dove fosse l'Istria e che storia avessi alle spalle... Poi, stanca di dovermi difendere - erano anni in cui gli insegnanti non sapevano nulla di Foibe ed esodo -, iniziai a nascondermi dietro una bugia, dicendomi veneta. È una cosa che accomuna molti di noi. Da grande mi sono sentita in colpa di aver rinnegato ciò che ero e i miei viaggi in Istria sono diventati una ricerca della Memoria. Ho visitato con mio padre la nostra casa a Medolino, le tombe dei nostri cari: se non sai chi sei, non sai dove vai».

Quali le emozioni in quella casa perduta?
«Ho colto tutta la sofferenza dell'esilio, cosa significhi un giorno uscire e sapere che è per sempre, che domani nelle tue stanze, tra le tue cose più care entreranno persone sconosciute e ne prenderanno possesso. Mia nonna chiuse quella porta e le chiavi le consegnò ad altri italiani "rimasti". Era una donna che parlava cinque lingue e mai il dialetto... ebbene, negli ultimi anni della sua vita per nostalgia parlò esclusivamente in dialetto».

I giuliano dalmati sono stati colpiti due volte: fuggiti nelle altre regioni d'Italia per salvarsi da quella che Napolitano nel 2007 chiamò "pulizia etnica", qui non furono creduti e furono "dimenticati".
«E ingiustamente tacciati di fascismo. Eppure con i loro beni pagarono il debito di guerra dell'intera Italia sconfitta, senza ricevere un gesto di gratitudine. Fortunatamente in questi anni stiamo assistendo a un'opera di verità: la storia non ti dà ragione nel breve termine, ma nel medio-lungo termine arriva sempre. Oggi la riconciliazione tra esuli e rimasti è una realtà, e in Istria e Dalmazia possiamo andare "a casa" senza le paure di quegli anni, ricostruire lì le nostre comunità. L'Italia in passato è stata cieca, ma oggi dipende anche da me far sì che i miei bambini conoscano a loro volta la storia di famiglia. A Rovigno ho incontrato un mio cugino Lorencin, anche lui ministro croato del Turismo, anche lui di Medolino, della mia stessa età: insieme eravamo la testimonianza incredibile di un'Europa che ha abbattuto odi e ha costruito altro. Dopo due guerre spaventose, che hanno fatto milioni di morti e hanno dato libero sfogo all'orrore, l'Europa è stata la risposta: non è nata per il grano o il carbone, ma perché eravamo tutti rinsaviti e dicevamo basta! Mia nonna negli anni '70 partiva da Firenze e portava a Pola cibo e medicine per i nostri parenti rimasti nella povertà¿ Ma un popolo dilaniato si può ricostruire e il coraggio degli istriani è tuttora un esempio grandissimo. Ricordare non vuol dire piangerci addosso, ma riprenderci la nostra identità. Un incontro come questo di oggi solo 20 anni fa sarebbe stato impensabile e censurato».

Lei un mese fa è andata sul cippo di Vergarolla, a Pola, dove in tempo di pace nel 1946 furono uccisi oltre 100 italiani nel primo attentato terroristico dell'Italia repubblicana. Lei è il primo ministro italiano in 70 anni...
«Mio padre non è riuscito a venire con me, il ricordo era troppo forte. Nessuno in Italia conosce questa strage e i libri di testo ancora non ne parlano. Al dottor Micheletti, che perse i suoi due bambini, ma operò tutta la notte i feriti, conferirò la medaglia d'oro alla Sanità. Importante è che con me c'era il mio omologo ministro croato. Nella stessa occasione ho visitato i ragazzi delle scuole italiane in Croazia: sono molto consapevoli della loro italianità, ma si sentono anche cittadini d'Europa. Questo va coltivato anche qua in Italia, incentivando film, libri, tutto ciò che possa far conoscere la verità sull'esodo, ma anche preservando oltre confine la nostra lingua e cultura».

A quando la verità sulle migliaia di salme ancora cercate dai loro figli? E sui beni espropriati a istriani, fiumani e dalmati?
«È tempo che si aprano gli archivi e si faccia giustizia, almeno per chi resta... Molto tempo è passato, sono temi difficili, ma ormai siamo consapevoli che c'è un diritto negato e le nuove norme dell'Europa costringono a nuove risoluzioni».

sabato 13 maggio 2017

Storie di cuoio. Strel'cov, il Pelè bianco. Il pallone al tempo del gulag

Storie di cuoio. Strel'cov, il Pelè bianco. Il pallone al tempo del gulag


Antonio Giuliano (Avvenire, venerdì 12 maggio 2017)
Dallo Spartak Mosca al “Pelè bianco” Strel’cov: così l’Urss usava il calcio per dominare il mondo
Il murales dedicato a Eduard Strel’cov davanti allo stadio di Mosca
Il murales dedicato a Eduard Strel’cov davanti allo stadio di Mosca
Pedine di un "gioco" più grande. Soldatini in maglietta e pantaloncini di una partita che non finiva su un campo da calcio, ma continuava sullo scacchiere di un mondo diviso in due dalla Guerra Fredda. Sono i campioni del calcio sovietico, giocatori con una divisa pesante, quella dei "compagni del pallone" dell'Urss e dei suoi fratelli, gli Stati satelliti dell'Europa orientale. Figurine sbiadite dal tempo che riaffiorano ora in un libretto dal titolo intrigante Calcio e martello. Storie e uomini del calcio socialista (Rogas. Pagine 108. Euro 10,90).
Si può infatti scorgere un Manifesto del calcio rosso che parte da Karl Marx e arriva al colonnello Lobanovs'kyj, non a caso figura ibrida, ufficiale dell'esercito russo e stratega della panchina. Lo sport doveva infatti esaltare la rivoluzione anticapitalistica dell'Urss (in cirillico Cccp). Le società sportive private non erano ammesse: tutte dovevano essere espressione di ministeri o organi statali, come il Cska (dell'Armata Rossa) o la Dinamo (del commissariato degli Interni/Kgb). Non poteva quindi passare inosservata la nascita nel 1935 dello Spartak Mosca, (dall'epico Spartaco che guidò gli schiavi contro Roma) l'unica squadra sovietica fondata da un gruppo di amici e non da una polisportiva del governo. Il club lanciato dai quattro fratelli Starostin si guadagnò a tal punto il favore popolare da ottenere nel 1936 addirittura la Piazza Rossa per una partita dimostrativa tra la prima e la seconda squadra sotto gli occhi di Stalin in persona. Ma, spiega il libro, «Lavrentij Berija, capo dei servizi di sicurezza dal 1938, responsabile delle repressioni staliniane, appassionato di calcio e presidente della Dinamo, fece arrestare e condannare a dieci anni di lavori forzati i fratelli Starostin, colpevoli del proprio successo e rei di aver sconfitto già troppe volte la sua squadra».

Non andò meglio a uno dei più grandi talenti del calcio mondiale, il Pelè bianco, Eduard Strel'cov (1937-1990). Il cannoniere della Torpedo Mosca aveva suscitato le mire del Cremlino che lo vedeva come arma migliore per conquistare il Mondiale del 1958. Ma il bomber moscovita commise due errori imperdonabili. Rifiutò il trasferimento alla squadra dell'esercito, il Cska, e si oppose a una relazione sentimentale con la figlia di Ekaterina Furceva, unica dirigente di sesso femminile del Partito comunista dell'epoca. Mentre Pelè incantava ai Mondiali svedesi, Strel'cov, genio e sregolatezza, unita alla passione per l'alcol, si ritrovò nella sinistra prigione di Butirka. Denunciato da Furceva per una non accertata violenza carnale, si lasciò estorcere ingenuamente a una confessione con la falsa promessa di raggiungere la squadra in Svezia e l'archiviazione del caso. Raggirato senza scampo, fu spedito in Siberia. Sette anni di lavori forzati nel gulag lo provarono duramente. E anche se, una volta uscito, riuscì comunque a portare la sua Torpedo al titolo, l'internamento siberiano lo aveva ormai minato nel fisico: morì per un tumore a soli 53 anni.

L'ossessione per l'"uomo nuovo", comune a tutti i totalitarismi del Novecento, doveva fare dell'atleta una macchina perfetta e invincibile, il migliore spot per reclamizzare la superiorità della società socialista nel mondo, il paradiso in Terra. Una religione atea che finì invece per costruire un inferno in cui chi non si allineava veniva eliminato. Vincere a ogni costo e con qualunque mezzo, era vangelo di Stato in tutti i Paesi del blocco orientale, come nella Germania dell'Est. Non riusciremmo altrimenti a comprendere il peso politico del gol vittoria di Sparwasser con la maglia della Ddr contro i "cugini capitalisti" della Germania ovest nel Mondiale del 1974.

In campo bisognava dare l'anima. E lo sport consentiva almeno di sfogare libertà, fantasia e imprevedibilità negate nella vita di tutti i giorni. Nazionali d'oro come l'Ungheria del colonnello Ferenc Puskás e stelle di leggendaria grandezza hanno brillato nella storia del pallone sovietico. A cominciare dal "Ragno Nero", Lev Jascin, le cui prime incerte apparizioni lo stavano convincendo di avere un futuro nell'hockey su ghiaccio. Prima di diventare un'icona tra i pali del calcio negli anni Cinquanta e Sessanta. Ma in anni più recenti, non sono stati pochi i campioni forgiati da Valerij Lobanovs'kyj. Monumento dell'Urss in panchina e timoniere di ferro (pare che in Nazionale convocasse solo i giocatori che al culmine dello sforzo erano gli ultimi a vomitare), ai suoi ordini vennero fuori tanti fuoriclasse: da Oleh Blochin (Pallone d'oro 1975) a Oleh Protasov, da Hennadij Lytovcenko e Oleksandr Zavarov all'ultimo fenomeno all'inizio degli anni Novanta l'ucraino Andrij Shevchenko. Ma questa è tutta un'altra storia.

C'era già stata la perestrojka con cui Gorbacëv aprì le porte all'Occidente e la caduta del Muro di Berlino aveva scoperchiato non solo il doping di Stato (soprattutto nella Ddr). Ma anche il gigantesco condizionamento del potere sullo sport, con dirigenti usati come spie e laboratori segreti. Sul campo rimasero migliaia di atleti distrutti nel corpo, ma anche nell'anima. Il comunismo aveva tentato di strappare il cuore dal petto dell'uomo, con il suo bisogno di libertà e di infinito. Ma si rivelò un tragico autogol.

Etiopia. Debre Libanos, gli 80 anni di un eccidio senza scuse. Le stragi dell'Italia coloniale

Etiopia 1937. Debre Libanos, gli 80 anni di un eccidio senza scuse


Alessandro Beltrami (Avvenire, venerdì 12 maggio 2017)
Nel maggio 1937 la strage di monaci e pellegrini copti perpetrata dal generale Maletti su ordine di Graziani. Ora è tempo di fare ammenda. Parlano Andrea Riccardi e Antonello Carvigiani
Una rarissima immagine che documenta l'eccidio di Debre Libanos (Tv2000)
Una rarissima immagine che documenta l'eccidio di Debre Libanos (Tv2000)
«Liquidazione completa». Così il generale Pietro Maletti comunicò via telegramma al viceré Rodolfo Graziani la conclusione di una delle pagine più buie della storia italiana, il massacro di un numero enorme - le stime oscillano tra 1.400 e 3.000 vittime - di monaci e pellegrini etiopi a Debre Libanos. Esattamente 80 anni fa, nei giorni tra il 19 e il 24 maggio 1937. Una pagina rimossa, di cui c’era traccia quasi esclusivamente in libri specialistici, riportata alla coscienza l’anno scorso da Tv2000 in un documentario di Antonello Carvigiani, che aveva anche firmato una pagina su "Avvenire".
«Serve ricordare il massacro dei monaci etiopi con gesti concreti», è stato l’appello lanciato da Andrea Riccardi il 7 marzo scorso dalle colonne del "Corriere della Sera". Un appello che lo storico e fondatore di Sant’Egidio rilancia ora a ridosso dell’anniversario: «Debre Libanos rappresenta una realtà dolorosissima, ma anche il simbolo di una violenza inaudita da parte dell’Italia fascista, di fronte a una Chiesa cattolica silenziosa nei confronti del messaggio di disprezzo che veniva lanciato verso il cristianesimo etiope. Naturalmente le responsabilità sono molto diverse. Io credo che ci sia una responsabilità delle forze armate italiane: l’ordine del viceré Graziani e l’esecuzione del generale Maletti e dei suoi sottoposti. Ho parlato di questo col ministro Pinotti, che è interessata ad approfondire il discorso e a non lasciar cadere la responsabilità italiana in proposito. Ma è significativo che nessuna personalità italiana abbia sentito la necessità di portare nemmeno una corona di fiori a Debre Libanos in tanti e tanti viaggi effettuati in Etiopia nella storia repubblicana. Questo è il momento in cui fare riemergere la memoria di questo fatto terribile».
Ma Riccardi amplia l’appello. Perché se il fatto si inserisce nel contesto delle rappresaglie seguite all’attentato a Graziani del febbraio 1937 (come quella gigantesca messa in atto ad Addis Abeba, per la quale le stime più basse parlano di 3.000 morti), il massacro di Debre Libanos per lo storico si differenzia dalle altre stragi nella storia dell’Italia coloniale: «Io credo che gli storici abbiano mostrato il grado di collaborazione nella mobilitazione della Chiesa cattolica con l’"impresa" di Etiopia. La Chiesa ha vissuto durante la guerra il massimo d’identificazione col regime, benedicendo la sua azione bellica. Il cattolicesimo italiano non si limitò a tacere. Ci fu un disprezzo aggressivo nei confronti della Chiesa etiope. Fu l’atteggiamento della maggioranza dei vescovi, dei responsabili della Chiesa italiana. Ci sono molte manifestazioni, prime fra tutte le parole del cardinale Schuster sul fatto che i soldati portavano la croce in Africa. Sono stato criticato per averlo ricordato, ma le parole sono sue. Tutto questo, secondo me, tolse l’ultima remora ai soldati italiani che davvero in questo caso non si rivelarono "brava gente". Non fu questo, invece, l’atteggiamento di Pio XI, il quale non condivideva l’euforia italocattofascista di quell’"impresa". Ai cristiani etiopi non è stata riconosciuta la qualità di cristiani, e nemmeno forse quella di uomini, ma di sottouomini».
«Ho pensato queste cose – prosegue Riccardi – anche sabato 22 aprile scorso, quando ho visto il papa raccolto in preghiera in San Bartolomeo, davanti all’icona dei nuovi martiri, in cui trovano posto anche i monaci di Debre Libanos. Penso che questo disprezzo per la Chiesa etiopica, considerata come un ammasso di superstizioni, questo silenzio nei confronti della violenza fascista e di Graziani contro figure religiose, siano molto significativi. Credo che da parte della Chiesa italiana ci debba essere la necessità di allontanare in modo chiaro quelle parole e quegli atteggiamenti. È importante dire oggi che viviamo un sentimento di amore e rispetto per il grande cristianesimo etiopico».
Debre Libanos, il documentario mandato in onda da Tv2000 il 21 maggio di un anno fa, aveva ricostruito integralmente la tragedia con testimonianze e documenti inediti. Oltre al merito di sollevare il dibattito a livello di opinione pubblica, ha ottenuto anche il risultato di convincere il comune di Castiglione delle Stiviere (Mantova) a cancellare l’intitolazione di una via al generale Maletti, che lì era nato. Ma ha anche riattivato processi di dialogo nella terra del massacro: «In Etiopia i fatti di Debre Libanos sono una ferita ancora aperta, non solo tra etiopi e italiani ma anche tra Chiese locali, quella ortodossa e quella cattolica», racconta Antonello Carvigiani. «Il docufilm ha riacceso e rilanciato il cammino ecumenico. Le riprese sono state organizzate grazie al cardinale di Addis Abeba Berhaneyesus Souraphiel. Il suo rappresentante padre Petros Berga, che è stato nostro supporto, ci ha messo in contatto con la Chiesa ortodossa etiope, riaprendo un canale di comunicazione tra le due Chiese. Un riavvicinamento sottolineato anche dagli ortodossi tramite la voce di padre Daniel Feleke, portavoce del Patriarca, in occasione di una proiezione del docufilm in Vaticano, il 2 dicembre scorso». Un fatto non scontato: «In entrambe le Chiese alcuni settori erano reticenti, altri ci spingevano ad andare avanti. Raccontare tocca equilibri molto delicati. In Etiopia si avverte sensibilmente la realtà che l’Italia non abbia mai chiesto scusa. Ma non c’è astio né risentimento, quanto piuttosto un dolore sopito. Alcuni sostengono la necessità di onorare i morti e allo stesso tempo di guardare avanti, anche nel silenzio, nella coscienza che oggi quello che conta è collaborare con gli italiani. Ma per altri, e il nostro lavoro sembra dare loro ragione, la pacificazione passa per il racconto e la memoria».