sabato 16 giugno 2018


Poesie, testi e film per l’orientamento
Testi di Eliot, Gibran, Neruda, Saba. Il film ‘Vado a scuola’ di Pascal Plisson
Attività realizzata nella classe 3 A (ottobre 2017)

Parte prima: poesie sul lavoro

Thomas Sterns Eliot, Il LAVORO
In luoghi abbandonati
Noi costruiremo con mattoni nuovi
Vi sono mani e macchine
E argilla per nuovi mattoni
E calce per nuova calcina
Dove i mattoni son caduti
Costruiremo con pietra nuova
Dove le travi son marcite
Costruiremo con nuovo legname
Dove parole non son pronunciate
Costruiremo con nuovo linguaggio
C’è un lavoro comune
Una Chiesa per tutti
E un impiego per ciascuno
Ognuno al suo lavoro.

T. S. Eliot, I DISOCCUPATI

Nessuno ci ha offerto un lavoro
Con le mani in tasca
e il viso basso
stiamo in piedi all'aperto
e tremiamo nelle stanze senza fuoco.
Solo il vento si muove
sui campi vuoti, incolti,
dove l'aratro è inerte, messo di traverso
al solco. In queste terra
ci sarà una sigaretta per due uomini,
per due donne soltanto mezza pinta
di birra amara.
In questa terra
nessuno ci ha offerto un lavoro.
La nostra vita non è bene accetta,
la nostra morte
non è citata dal "Times".









Kalhil Gibran, IL LAVORO

Allora un contadino disse:
Parlaci del Lavoro.

E lui rispose dicendo:
Voi lavorate per assecondare il ritmo della terra e l’anima della terra.
Poiché oziare è estraniarsi dalle stagioni e uscire dal corso della vita,
che avanza in solenne e fiera sottomissione verso l’infinito.

Quando lavorate siete un flauto
attraverso il quale il sussurro del tempo si trasforma in musica.
Chi di voi vorrebbe essere una canna silenziosa e muta
quando tutte le altre cantano all’unisono?

Sempre vi è stato detto che il lavoro è una maledizione e la fatica una sventura.
Ma io vi dico che quando lavorate esaudite una parte del sogno più remoto della terra,
che vi fu dato in sorte quando il sogno stesso ebbe origine.
Vivendo delle vostre fatiche,
voi amate in verità la vita.
E amare la vita attraverso la fatica è comprenderne il segreto più profondo.

Ma se nella vostra pena voi dite
che nascere è dolore e il peso della carne una maledizione scritta sulla fronte,
allora vi rispondo:
tranne il sudore della fronte niente laverà ciò che vi è stato scritto.

Vi è stato detto che la vita è tenebre
e nella vostra stanchezza voi fate eco a ciò che è stato detto dagli esausti.
E io vi dico che in verità la vita è tenebre fuorché quando è slancio,
E ogni slancio è cieco fuorché quando è sapere,
E ogni sapere è vano fuorché quando è lavoro,
E ogni lavoro è vuoto fuorché quando è amore;
E quando lavorate con amore voi stabilite un vincolo con voi stessi,
con gli altri e con Dio.

E cos’è lavorare con amore?
È tessere un abito con i fili del cuore,
come se dovesse indossarlo il vostro amato.
È costruire una casa con dedizione come se dovesse abitarla il vostro amato.
È spargere teneramente i semi e mietere il raccolto con gioia,
come se dovesse goderne il frutto il vostro amato.
È diffondere in tutto ciò che fate il soffio del vostro spirito,
E sapere che tutti i venerati morti stanno vigili intorno a voi.

Spesso vi ho udito dire, come se parlaste nel sonno:
“Chi lavora il marmo e scopre la propria anima configurata nella pietra,
è più nobile di chi ara la terra.
E chi afferra l’arcobaleno e lo stende sulla tela in immagine umana,
è più di chi fabbrica sandali per i nostri piedi”.
Ma io vi dico,
non nel sonno ma nel vigile e pieno mezzogiorno,
il vento parla dolcemente alla quercia gigante come al più piccolo filo d’erba;
E che è grande soltanto chi trasforma la voce del vento in un canto reso più dolce dal proprio amore.

Il lavoro è amore rivelato.
E se non riuscite a lavorare con amore,
ma solo con disgusto, è meglio per voi lasciarlo e,
seduti alla porta del tempio,
accettare l’elemosina di chi lavora con gioia.
Poiché se cuocete il pane con indifferenza,
voi cuocete un pane amaro,
che non potrà sfamare l’uomo del tutto.
E se spremete l’uva controvoglia,
la vostra riluttanza distillerà veleno nel vino.
E anche se cantate come angeli,
ma non amate il canto,
renderete l’uomo sordo alle voci del giorno e della notte.



Khalil Gibran (جبران خليل جبران o Jibrān Khalīl Jibrān) (Bsharri, 6 gennaio 1883 – New York, 10 aprile 1931) è stato un poeta, pittore e filosofo libanese.
Libanese di religione cristiano-maronita emigrò negli Stati Uniti; le sue opere si diffusero ben oltre il suo paese d’origine: fu tra i fondatori, insieme a Mikha’il Nu’ayma, dell’Associazione degli scrittori, punto d’incontro dei letterati arabi emigrati in America. La sua poesia venne tradotta in oltre 20 lingue, e divenne un mito per i giovani che considerarono le sue opere come breviari mistici. Gibran ha cercato di unire nelle sue opere la civiltà occidentale e quella orientale. Fra le opere più note: “Il Profeta” e “Massime spirituali”.










Pablo Neruda, ODE AL MURATORE TRANQUILLO


Il muratore
dispose
i mattoni.
Mescolò la calce, lavorò
con sabbia.

Senza fretta, senza parole,
fece i suoi movimenti
alzando la scala,
livellando
il cemento.

Omeri rotondi, sopracciglia
sopra degli occhi
seri.

Lento andava e veniva
nel suo lavoro
e dalla sua mano
la materia
cresceva.
La calce coprì i muri,
una colonna
alzò il suo lignaggio,
i soffitti
impedirono la furia
del sole esasperato.

Da una angolo all’altro andava
con
tranquille mani
il muratore
spostando
materiali.
E alla fine
della
settimana,
le colonne,
l’arco,
figli di
calce, sabbia,
sapienza e mani,
inaugurarono
la semplice fermezza
e la freschezza.

Ahi, che lezione
mi dette col suo lavoro
il muratore tranquillo!

(Amedeo Trevellin intento alla pavimentazione di fronte a palazzo Moroni, Padova-foto da rivista anni ’80)

Pablo Neruda, ODE AL RICERCATORE
C'è un uomo
nascosto,
guarda
con un solo occhio
di ciclope efficiente,
sono cose minuscole,
sangue,
gocce d'acqua,
e scrive o conta,
la nella goccia
circola l'universo
la Via Lattea trema
come un piccolo fiume,
l'uomo
guarda
e annota,
nel sangue
punti rossi,
vaganti
pianeti
o invasioni
di favolosi reggimenti bianchi,
l'uomo
col suo occhio
annota,
descrive...
scopre
un centro
una minaccia,
un punto
spezzato,
un alone nero,
lo identifica, trova
il suo prontuario ,
ormai non può sfuggire,
e presto
nel tuo corpo infurierà la caccia,
la guerra
iniziata nell'occhio
del ricercatore:
sarà di notte, accanto
alla madre la morte,
accanto al bimbo le ali
dell'invisibile terrore,
la battaglia nella piaga,
tutto
è cominciato
con l'uomo
e col suo occhio
che cercava
nel cielo
nel sangue
una stella maligna.
E là col camice bianco
continua
a cercare
il segno,
il numero,
il colore
della morte
o della vita,
decifrando
il tessuto
l'insegna della febbre
o il primo sintomo
dell'umano sviluppo,
E poi
lo scopritore
sconosciuto,
l'uomo
che ha viaggiato nelle tue vene
o ha denunciato
un viaggiatore di frodo
a sud o a nord
delle tue viscere,
il temibile
uomo con occhio
prende il cappello dall'attaccapanni,
se lo mette,
accende una sigaretta,
ed entra nella via,
si muove, s'allontana,
si sparge nelle strade,
si mescola al folto della gente,
e infine scompare
come il drago,
il minuscolo e circolante mostro
ch'è rimasto là dimenticato
in una goccia nel laboratorio.
da Poesie (Traduzione D. Puccini)
In "Ode al ricercatore" Pablo Neruda esalta il lavoro dello scienziato che esplorando i vari segreti della natura offre un grande contributo al progresso dell'umanità.

Pablo Neruda nelle sue poesie canta le cose più semplici e umili della realtà; osserva e descrive gli aspetti modesti e quotidiani della vita. Lo scienziato paziente e silenzioso cerca di combattere ciò che tormenta l'umanità e cerca di capire cosa provoca tanto male negli uomini. L'autore ci presenta il ricercatore nei vari momenti del suo lavoro per farci capire l'importanza e la difficoltà del suo operato; egli è chiuso nel suo laboratorio e come un ciclope osserva al microscopio con un solo occhio trovando nella goccia di sangue le stesse caratteristiche di armonia possedute dall'universo. Osserva e prende appunti: le molecole somigliano a costellazioni e pianeti, mentre i movimenti dei corpuscoli sembrano percorsi di stelle e minacce di invasione. Lo scienziato vede i globuli rossi e i globuli bianchi che vengono paragonati dall'autore a degli eserciti minacciosi per il fatto che il loro proliferare genera svariate malattie; l'occhio del ricercatore è molto attento e se trova qualcosa di strano porta subito l'uomo alla lotta contro l'elemento che potrebbe portare la malattia.

In questi primi versi il poeta sottolinea l'attenzione e la velocità dello scienziato intento a trovare piccoli segni negativi nel minor tempo negativo per porvi subito rimedio; si nota inoltre l'amore che mette il ricercatore, con la sua estrema pazienza, nel suo lavoro per aiutare in un futuro i suoi simili, come un soldato che vigila con attenzione per respingere l'attacco del nemico.

Con le parole "invasioni e reggimenti" Neruda evidenzia il fatto che il lavoro dello scienziato è una lotta contro le malattie e la morte. Dopo che lo scienziato ha trovato le cause della malattia, comincia la cura del paziente che se ha un buon esito porta il paziente alla salute e tutto ciò è merito del ricercatore che con la sua bravura e pazienza ha allontanato la malattia e la morte.
(da: http://doc.studenti.it/download_2/d32bed6b_1.html)


Umberto Saba, DISOCCUPATO

Dove sen va cosí di buon mattino 
quell’uomo al quale m’assomiglio un poco?
Ha gli occhi volti all’interno, la faccia 
sí dura e stanca. 


Forse cantò coi soldati di un’altra 

guerra, che fu la guerra nostra. Zitto 
egli sen va, poggiato al suo bastone 
e al suo destino,


tra gente che si pigia 

in lunghe file alle botteghe vuote. 
E suona la cornetta all’aria grigia 
dello spazzino.


Parte seconda: testi sul lavoro
Cos’è il lavoro
Dalla lettera enciclica Laborem exercens del sommo pontefice
Giovanni Paolo II (1981)
L'uomo, mediante il lavoro, deve procurarsi il pane quotidiano e contribuire al continuo progresso delle scienze e della tecnica, e soprattutto all'incessante elevazione culturale e morale della società, in cui vive in comunità con i propri fratelli. E con la parola «lavoro» viene indicata ogni opera compiuta dall'uomo, indipendentemente dalle sue caratteristiche e dalle circostanze, cioè ogni attività umana che si può e si deve riconoscere come lavoro in mezzo a tutta la ricchezza delle azioni, delle quali l'uomo è capace ed alle quali è predisposto dalla stessa sua natura, in forza della sua umanità. Fatto a immagine e somiglianza di Dio stesso nell'universo visibile, e in esso costituito perché dominasse la terra, l'uomo è perciò sin dall'inizio chiamato al lavoro. Il lavoro è una delle caratteristiche che distinguono l'uomo dal resto delle creature, la cui attività, connessa col mantenimento della vita, non si può chiamare lavoro; solo l'uomo ne è capace e solo l'uomo lo compie, riempiendo al tempo stesso con il lavoro la sua esistenza sulla terra. Così il lavoro porta su di sé un particolare segno dell'uomo e dell'umanità, il segno di una persona operante in una comunità di persone; e questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce, in un certo senso, la stessa sua natura.
Il lavoro nella costituzione italiana
Alla persona che presta il lavoro la Repubblica italiana riconosce e garantisce diritti inviolabili, anche e soprattutto nella dimensione lavorativa (art. 2 Cost.). Il lavoro è considerato valore fondativo della Repubblica (art. 1 Cost.), nonché status attraverso il quale si realizza la partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art. 3, co. 2 Cost.). La carta costituzionale riconosce inoltre nel lavoro un «diritto», da un lato, e un «dovere», dall’altro; la Repubblica si impegna, infatti, a promuovere le condizioni di effettività del «diritto al lavoro», che riconosce a tutti i cittadini (art. 4, co. 1, Cost.), ma al contempo, cristallizza il lavoro come un «dovere», di scegliere e svolgere un’attività o una funzione, concorrendo così al progresso materiale e spirituale della società secondo le proprie possibilità (art. 4, 2° co., Cost.). La Costituzione contiene altresì un gruppo di norme dei rapporti economici, collocate nel titolo III, concernenti la disciplina di interessi ed esigenze dei lavoratori ritenuti di particolare rilevanza. L’art. 35 attribuisce alla Repubblica il compito di tutelare il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni, di curare la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori, di promuovere gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro. L’art. 36 stabilisce una norma di importanza fondamentale nella disciplina lavoristica in genere, fissando i principi di sufficienza e proporzionalità della retribuzione, e riconosce altresì al lavoratore il diritto irrinunciabile al riposo settimanale e alle ferie annuali retribuite. L’art. 37 accorda alle lavoratrici gli stessi diritti dei lavoratori dell’altro sesso – sottolineando anche l’esigenza di far sì che possano attendere alle funzioni famigliari, di mogli e di madri – e rinvia alla legge la fissazione dell’età minima per il lavoro salariato, nonché il compito di tutelare «il lavoro dei minori con speciali norme e garantire ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione». L’art. 38 concerne gli istituti e i diritti all’assistenza e alla previdenza dei cittadini inabili al lavoro e sprovvisti di mezzi e in particolare dei lavoratori colpiti da eventi che fanno cessare la possibilità di svolgere attività retribuita. Di importanza particolare in materia lavoristica e ancor più sindacale, sono gli art. 39 e 40, che fissano i principi della libertà sindacale e del diritto allo sciopero. La disposizione sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende (art. 46) è di fatto rimasta sulla carta, non essendo state mai emanate le leggi che avrebbero dovuto stabilire «i modi» e «i limiti» di tale partecipazione, fatta eccezione per alcuni diritti sindacali in materia di informazione e consultazione (per es., per il trasferimento di azienda e per il licenziamento collettivo), riconosciuti però ai sindacati e non ai lavoratori (come prescrive la norma costituzionale).
(da; http://www.treccani.it/enciclopedia/lavoro-diritto-costituzionale/)





Parte terza: il film ‘Vado a scuola’
“Vado a scuola”: un film da vedere, soprattutto per le scuole
di Cristina Lacava

Non pensate alla solita storia caramellosa e strappalacrime, studiata a tavolino per colpire al cuore gli occidentali ricchi (forse). “Vado a scuola” è un film bello, dove i bambini sono i protagonisti assoluti, con le loro voci e le loro storie, senza inutili commenti fuori campo. Commuove, certo, come è giusto che sia, ma senza facili scorciatoie. Al festival di Locarno, dov’è stato presentato l’ultima sera, ha avuto gran successo. Da noi arriva nei cinema il 26, chissà. Io spero che lo vedano in tanti, adulti e bambini, con e senza gli insegnanti.
“Vado a scuola” racconta come 4 ragazzi, tra gli 11 e i 13 anni, in 4 angoli sperduti della terra affrontino ogni giorno ore di cammino, a rischio della loro stessa vita, pur di arrivare a scuola. E come lo facciano sempre con il sorriso sulle labbra, consapevoli di quanto l’istruzione sia la loro grande, irripetibile possibilità. Le storie si intrecciano, i bambini non sono mai in posa, ma ripresi “al naturale” nei loro dialoghi con i familiari. Nessuno di loro aveva mai visto una troupe, naturalmente, e per essere ripresi hanno chiesto solo di non essere disturbati e non perdere neanche un’ora di lezione.
Si parte con Jackson, Kenya: è il bambino più a rischio perché ogni mattina fa 15 chilometri di corsa, in mezzo alla savana, trascinandosi dietro la sorellina. Per arrivare a scuola deve superare una zona piena di animali selvaggi, soprattutto i temibili elefanti. Il pericolo è noto; ogni anno 4-5 bambini della sua scuola vengono uccisi lungo il percorso mattutino, e appena si entra in classe il maestro fa l’appello per essere sicuro che tutti gli alunni siano arrivati sani e salvi. Nella scuola non c’è l’acqua potabile, e tutti devono portarsi dietro una tanichetta. Ma le difficoltà non scoraggiano Jackson che corre per arrivare puntuale: nel giorno in cui lo segue il documentario, spetta a lui l’alzabandiera del mattino. E ci tiene tantissimo a fare bella figura. Così come ci tiene a presentarsi in ordine; nella prima scena del documentario, si vede proprio Jackson che lava la sua divisa in una buca nel terreno.
Poi c’è Carlito, in Patagonia, che ogni mattina si fa 25 km a cavallo con la sorellina e supera le montagne (i paesaggi sono straordinari). Nella prima parte è solo; poi si incontra con altri ragazzi, anche loro a cavallo. Quando arrivano a scuola, ciascuno parcheggia il suo, come se fosse un motorino. Da grande, dice Carlito, vorrà restare nella sua terra e fare il veterinario, mentre la sorella sogna di diventare maestra.
La storia forse più commuovente è quella di Samuel, 11 anni, che vive con i fratelli più piccoli in un villaggio sul golfo del Bengala. Samuel è disabile e per portarlo a scuola i fratellini devono spingerlo per un’ora e mezza su una carrozzina sgangherata che rischia di perdere i pezzi (e infatti una ruota si sgonfia). Ma il momento più bello è quando i due più piccoli lasciano Samuel davanti alla scuola media, dove lo pettinano e lo accarezzano con un affetto che fa stringere il cuore. E dopo un ultimo bacio lo lasciano ad altri ragazzini, che lo accolgono con un entusiasmo che dovrebbe essere di lezione a tanti. Proprio Samuel, il diverso, è il compagno più amato e la sua presenza in classe arricchisce gli altri
Ma a me ha colpito di più una ragazzina, Zahira, che vive in una comunità berbera tra le montagne dell’Atlante, in Marocco. Zahira è in gamba; mentre le sue sorelle a 13 anni sono già sposate e i fratelli si occupano del bestiame, lei è l’unica che ha il grande privilegio di poter studiare. Glielo spiega la nonna, analfabeta, e la ragazzina annuisce, orgogliosa e consapevole. Ogni lunedì Zahira con due amiche si fa 4 ore a piedi, lungo sentieri impervi, per arrivare nella città dove c’è il collegio che le ospita fino al venerdì. Lungo la strada qualche volta riescono ad avere un passaggio, altre no: un anziano per esempio si rifiuta di dare uno strappo alle bambine che vanno a scuola. Loro però non si scoraggiano, anche quando una si fa male alla caviglia e non può proseguire. Sono forti, entusiaste, allegre e se ne infischiano dei pregiudizi, grazie anche alle famiglie che le appoggiano.
E questo vale anche per gli altri: i quattro ragazzi non affronterebbero quei sacrifici, quei pericoli, se i genitori, pur poverissimi e ignoranti, non li aiutassero. Sono sorridenti e fiduciosi perché pensano – e a ragione – di avere in mano le redini del proprio futuro.
Il regista, il francese Pascal Plisson, esperto in documentati sull’Africa, ha avuto l’idea mentre lavorava a un progetto sui Masai. Ha visto dei bambini che affrontavano i pericoli della savana per andare a scuola, e da lì è partito. Grazie all’Unesco e all’organizzazione internazionale Aide et Action ha avuto i contatti con le scuole, che gli hanno segnalato gli studenti. Ora promette di continuare a seguire i “suoi” magnifici quattro, e di aiutarli. Speriamo.

Parte quarta: attività assegnate

-         ascoltare testi poetici per coglierne il significato, i temi, l’intenzione comunicativa
-         leggere testi poetici
-         saper parafrasare testi poetici
-         saper commentare oralmente
-         scrivere una parafrasi, un commento
-         confrontare testi diversi
-         cercare informazioni biografiche sugli autori
-         conoscere e utilizzare termini nuovi
-         stendere una relazione sul lavoro svolto
-         scrivere una recensione su un film




Settembre nella poesia e nella canzone
Attività realizzata nella classe 3 A, (settembre 2017, prof. Bruno Trevellin)
Parte prima: tre poesie su settembre
Gabriele D’Annunzio, I PASTORI
Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natìa
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquìo, calpestìo, dolci romori.

Ah, perché non son io co’ miei pastori?





Un esempio di lettura de ‘I pastori’ da youtube
https://www.youtube.com/watch?v=PvMyyDgVEw0

Hermann Hesse, SETTEMBRE
Triste il giardino: fresca
scende ai fiori la pioggia.
Silenziosa trema
l’estate, declinando alla sua fine.

Gocciano foglie d’oro
giù dalla grande acacia.
Ride attonita e smorta
l’estate dentro il suo morente sogno.

S’attarda tra le rose,
pensando alla sua pace;
lentamente socchiude
i grandi occhi pesanti di stanchezza.


September
Der Garten trauert,
Kühl sinkt in die Blumen der Regen.
Der Sommer schauert
Still seinem Ende entgegen.
Golden tropft Blatt um Blatt
Nieder vom hohen Akazienbaum.
Sommer lächelt erstaunt und matt
in den sterbenden Gartentraum.
Lange noch bei den Rosen
Bleibt er stehen, sehnt sich nach Ruh.
Langsam tut er die grossen
Müdgewordenen Augen zu.


(H. Hesse, Albero, case, 1922, acquarello e grafite)


Bruno Trevellin, PIOGGIA DI SETTEMBRE

Fresca cade con rintocchi
Su grondaie e coppi, con risuoni
Sui campi che gialli sono di soia
Rigonfi di uve nere e d’oro
Sotto un basso cielo mattutino
Che ha rincorse di fumi cinerini 

È una pioggia nuova di settembre
Senza lampi di spavento e tuoni
Che tutto ci porta di questo tempo
Un invito mite e cortese, un richiamo
A togliere, mietere e sarchiare
Con lavori lieti –gli stessi
Che hanno umide fatiche
Di ripassi e di ritocchi





Parte seconda: due canzoni su settembre
Ivano Fossati, SETTEMBRE

Il bene che ci siamo voluti noi due
è un taxi e si ferma qui
io stavo bene nelle tue mani
non avrei chiesto mai niente di più
ma in questo giorno che comincia a Settembre
ti abbraccio e mi manchi.

Arrivederci allora ragazza più forte di me
tenera è la notte ma la vita è anche meglio
di questo momento che te ne vai
tu non parlare che si calma il dolore
dopo è solo tempo.

Questa è la pioggia che deve cadere
sulle piccole scene di addio
siamo solo noi fra milioni e milioni
benvenuto anche il tuo nome
fra le future nostalgie.

Se questo può farti felice
più confuso di così non sarò
tutto andrà bene ci possiamo fidare
chiamami ogni tanto se vuoi.
Da questo giorno che comincia a Settembre
chiamami quando vuoi.





Premiata Forneria Marconi (PFM), IMPRESSIONI DI SETTEMBRE
(di Mauro Pagani, Franco Mussida, Giulio Rapetti Mogol)


Quante gocce di rugiada intorno a me
Cerco il sole ma non c'è
Dorme ancora la campagna, forse no
è sveglia, mi guarda, non so

Già l'odore della terra odor di grano
Sale adagio verso me
E la vita nel mio petto batte piano
Respiro la nebbia, penso a te

Quanto verde tutto intorno e ancor piú in là
Sembra quasi un mare l'erba
E leggero il mio pensiero vola e va
Ho quasi paura che si perda

Un cavallo tende il collo verso il prato
Resta fermo come me
Faccio un passo, lui mi vede, è già fuggito
Respiro la nebbia, penso a te

No, cosa sono adesso non lo so
Sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso
No, cosa sono adesso non lo so
Sono solo, solo il suono del mio passo

Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già
Il giorno come sempre sarà








Parte terza: un esempio di commento
(da: doc.studenti.it/appunti/italiano/pastori-annunzio.html)
I PASTORI, DI G. D’ANNUNZIO
I pastori è stata scritta da D’Annunzio ed appartiene al genere lirico, attraverso il quale il poeta esprime la nostalgia che prova nei confronti della sua terra natale. Nel complesso la lirica è composta da 4 strofe e un verso sciolto dai 5 versi endecasillabi.
Nella prima strofa il poeta si immedesima in uno dei tanti pastori che con l’arrivo di settembre scendono dai monti per trovare pascoli sulla costa adriatica: il fenomeno della transumanza.

La similitudine ai versi 4-5 paragona il colore verde dei pascoli della montagna al colore che assume il mare nella stagione autunnale. L’autore utilizza l’espressione “i miei pastori” o “andiamo” per evidenziare la consapevolezza di far parte di tale categoria, lasciando trapelare anche un senso di nostalgia provocato dall’abbandono di tali abitudini, e un gran coinvolgimento. Nella seconda strofa c’è continuità tra acqua e terra: i pastori trovano coraggio dall’acqua che sgorga direttamente dai monti e che si trasforma in sangue.
Nell’ultima strofa il poeta riesce a descrivere nei particolari la natura che circonda questi uomini; tutto è in continuo mutamento nonostante le azioni e i gesti dei pastori siano ormai quasi abitudinari, solo l’aria cambia. Al verso 18 è un’altra
metafora che paragona il sole che si accende di un giallo, simile a quello della lana delle pecore che quasi non si distinguono dalla sabbia delle coste adriatiche.

In questo silenzio naturale si percepiscono solo i passi sulla terra e nel mare “i sciacquio e calpestio”, suoni onomatopeici che vogliono permettere al lettore di ascoltarli e renderlo partecipe facendolo immedesimare nella scena.
Con l’espressione “dolci romori” e “ah, perché non son io co’ miei pastori” vengono esaltati ancora una volta la
nostalgia e il rimpianto del poeta per le abitudini degli abruzzesi, uniti ad un desiderio di mutar vita.
Il ritmo è aulico e lento, dovuto ai versi composti di 11 sillabe, ai frequenti segni d’interpunzione e all’uso di innumerevoli enjambement (ai versi 2,4,6,7,14,16,18) che esprimono a livello metrico le inquietudini del poeta.




Cara beltà
di Bruno Trevellin

Antologia online per la terza media
(testi narrativi, poesie, canzoni,  interviste, recensioni, film, attività)


INDICE GENERALE
1.     SETTEMBRE NELLA POESIA E NELLA CANZONE

Poesie di:
G. D’Annunzio, I pastori,
H. Hesse, Settembre,
B. Trevellin, Pioggia di Settembre

Canzoni di:
I. Fossati, Settembre
PFM, Impressioni di settembre

2.     POESIE, TESTI E FILM PER L’ORIENTAMENTO

Poesie di:
T. S. Eliot, Il lavoro e I disoccupati,
K. Gibran, Il lavoro,
P. Neruda, Ode al muratore tranquillo e Ode al ricercatore,
U. Saba, Disoccupato.

Il film Vado a scuola di Pascal Plisson

Testi sul lavoro:
Il lavoro nella costituzione italiana
Giovanni Paolo II, Il lavoro (dalla lettera enciclica Laborem exercens)

3.     SCRITTORI VENETI DEL ‘900

Romanzi, racconti, interviste, film, audio libri
G. A. Cibotto, Scano Boa
F. Camon, Un altare per la madre
G. Piovene, Viaggio in Italia
G. Parise, Il rimedio è la povertà e Il Veneto è la mia patria
M. Rigoni Stern, Uomini, boschi e api
L. Meneghello, Libera nos a malo
M. Paolini, Bestiario italiano
P. Scabia, Nane Oca
D. Buzzati, Il segreto del bosco vecchio
P. Galletto, Mio padre
Comisso, Gente di mare

Film: Il segreto del bosco vecchio, di E. Olmi

4.     ASCOLTA L’INFINITO
Attivita’ interdisciplinare realizzata in collaborazione con la docente di scienze (astronomia)

Poesie di G. Leopardi:
L’infinito,
Alla luna
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

Canzoni di:
I. Fossati, Lindbergh
F. Mannoia, Ascolta l’infinito
C. Porter, Night and day

5.     POETI FRANCESI MODERNI

Attività interdisciplinare realizzata in collaborazione con la docente di francese

Poesie di:
P. Eluard, Libertè
J. Prevert, I ragazzi che si amano
C. Baudelaire, L’albatros ed Elevation
C. Peguy, Il portico del mistero della seconda virtù
G. Apollinaire, Piove
S. Mallarmè, Brezza marina
P. Verlaine, Poiché l’alba si accende
M. Proust, L’amore

6.     GIUSEPPE UNGARETTI E LA NASCITA IN ITALIA DELLA POESIA MODERNA

Poesie da Il porto sepolto

Il porto sepolto
Silenzio
Dannazione
In memoria
Peso
C’era una volta
In dormiveglia
Sono una creatura
I fiumi
Commiato

7.     UMBERTO SABA E TRIESTE

Poesie da Il Canzoniere

Glauco
La capra
A mia figlia
Trieste
Città vecchia
Tre vie
Ed amai nuovamente
Ritratto della mia bambina
Tre poesie alla mia balia (Mia figlia mi tiene, Insonne mi levo, Un grido s’alza
Mio padre
A mia moglie
Donna
Ulisse
Goal
Squadra paesana


8.     DUE DONNE PER CAPIRE LA SHOAH: EDITH STEIN ED ETTY HILLESUM


Brani dal Diario di Etty Hillesum

Canzoni di:
F. Battiato, Il carmelo di Echt
G. Russo, Il carmelo di Echt
F. Guccini, Canzone del bambino nel vento (Auschwitz)
C. Chieffo, La nuova Auschwitz

Scene dal film su Edith Stein La settima stanza, di  Márta Mészáros

9.     LA POESIA DIALETTALE VENETA (E DEL NORD EST)
Poesie di:
B. Marin, Una canson de femena e Fa che la morte mia
G. Noventa, Un giorno o l’altro mi tornarò
A. Zanzotto, Femene che le lava e Vecio parlar
E. Calzavara, Can
P. P. Pasolini, Il nini muart e Ciant da li campani
Mate Balota, Mia mare e Saludi a quei de casa

10.                        IL CINEMA

Film per riflettere e per discutere in classe:
Vado a scuola, di Pascal Plisson,
Gran Torino, di Clint Eastwood,
Il segreto del bosco vecchio, di Ermanno Olmi,
Torneranno i prati, di Ermanno Olmi,
McFarland, di Niki Caro,
Amleto, di Franco Zeffirelli
Romeo e Giulietta, di Franco Zeffirelli

11.                        IL TEATRO

Letture di brani da Amleto e Romeo e Giulietta di W.Shakespeare
I film di F. Zeffirelli tratti dalle opere teatrali di W. Shakespeare

NOTA: la maggior parte dei testi sono stati pubblicati anche nel sito della scuola