sabato 20 ottobre 2018

Limena, note storiche essenziali


Limena, note storiche essenziali


(Estratto dalla ‘Relazione specialistica. Sistema dei beni storico-culturali’ del Pat di Limena, a cura di Bruno Trevellin)

Il territorio di Limena si trova a nord ovest della città di Padova. L’etimologia del nome si fa derivare dal latino limes-liminis, limite (= confine, soglia). Esso fu per secoli sconvolto dalle piene del fiume Brenta che ripetutamente allagava vasti terreni, mutando spesso il suo corso; tali divagazioni hanno quasi completamente cancellato tracce di insediamenti e manufatti, modificando in alcuni punti la conformazione stessa del terreno.
Un primo insediamento cominciò a formarsi fin dall’epoca romana. Il nostro territorio era lambito dalla strada romana di Val Medoaci, importante strada per i traffici con il nord e per la transumanza delle pecore (la lana era indispensabile materia prima per le fiorenti industrie padovane), che collegava Padova e la Valsugana. Era già pieve all’inizio del decimo secolo.
La costruzione di una primitiva cappella deve essere avvenuta in epoca longobarda con la dedicazione ai Santi Felice e Fortunato. La consacrazione avvenne nel 1027 ad opera del vescovo Orso. L’epoca comunale è contrassegnata da lotte e rivalità tra i comuni confinanti: Vicenza, Verona e Venezia. Limena assunse una notevole importanza strategica specialmente dopo lo scavo del canale Brentella. La costruzione fu realizzata nel 1314 per portare acqua al Bacchiglione, e quindi a Padova, prelevandola dal Brenta. Essa fu dettata dall’esigenza di collegare il Brenta con il Bacchiglione per evitare che la città di Padova rimanesse senza acqua quando i Vicentini, deviando le acque del Bacchiglione a Longare, ne impedivano l’approvvigionamento alla città. Forse fu usato qualche tratto di un antico alveo, ma non si hanno notizie precise sull’esecuzione dell’opera. La costruzione del nuovo canale sconvolse l’assetto urbanistico di Limena con l’abbandono del vecchio nucleo attorno alla Chiesa e lo sviluppo di un nuovo nucleo legato all’attività di commercio e trasporto fluviale. Il nuovo canale poneva però il problema del controllo delle acque in caso di piena del Brenta; per regolare quindi l’afflusso della corrente nel nuovo canale Francesco il Vecchio da Carrara fece costruire nel 1370 all’inizio del Brentella i Colmelloni (da colmèlo= pilastro) su progetto di Nicolò della Belanda, ovvero uno sbarramento mobile antesignano dei moderni sostegni. La vita del paese si svolse all’epoca nei pressi dei Colmelloni formando così un nuovo centro. A protezione di tale manufatto fu costruito un castello che venne poi distrutto assieme ai Colmelloni dall’esercito dell’imperatore Massimiliano nel 1509 durante la guerra di Cambrai.
Da parte sua la Repubblica Serenissima si occupava in particolar modo del controllo del Brenta che, sfociando in laguna, ne alterava l’equilibrio; la regolazione delle acque del Brentella, quindi, fu una questione che costituì continua preoccupazione per Venezia fino alla ricostruzione dei colmelloni avvenuta nel 1775. Il nuovo manufatto idraulico, tuttora esistente, è costituito da due fabbricati posti a ponte sopra il canale, provvisti di panconi mobili che, all’occorrenza, possono scendere scorrendo nei gargami per bloccare, parzialmente o totalmente, il flusso d’acqua regolando di conseguenza la portata nel Brentella.
Unitamente ai colmelloni si realizzò una briglia fissa (opera di ingegneria idraulica posta trasversalmente all’alveo per ridurre il trasporto di materiale solido di fondo), anch’essa tuttora presente, lungo il corso del Brenta, qualche centinaio di metri a valle dell’incile (punto da cui si diparte il corso d’acqua secondario) del Brentella. Questa briglia fu dotata anche di una conca per la navigazione, abbandonata nel XIX secolo e demolita all’incirca nel 1880.
La Repubblica di San Marco portò un periodo di relativa tranquillità con una ripresa dell’attività agricola, favorita anche da un discreto incremento demografico, fatta eccezione per gli anni in cui infierì la peste. La proprietà terriera era divisa fra i ricchi patrizi veneziani e gli ordini religiosi o i patrimoni ecclesiastici. Dalle notizie storiche acquisite si rileva che la famiglia veneziana Fini possedeva molti beni in Limena: 1890 campi, un bosco, numerose case, l’osteria, la beccaria, il forno, il molino e la fornace. Assai vicino ad un’ansa del Fiume Brenta, all’interno di un probabile “castellaro romano” fu costruita la Villa Pagan poi Pacchierotti-Trieste con pregevole Oratorio; il nobile Benedetto Pagan possedeva in località Tavello, attorno al 1740, circa trecento campi padovani.
Dall’inizio dell’ottocento anche Limena vide lo spezzettamento delle due grandi proprietà: quella della famiglia veneziana dei Fini e quella dei monaci lateranensi di S.Giovanni di Verdara, a favore soprattutto della borghesia padovana. Per la manutenzione delle barche, in prevalenza burci, nel 1836 sorse a Limena uno squèro retto dalla famiglia Nicoletti, trasferitasi lì dopo la chiusura dello squèro che gestiva in città alla Specola. Il cantiere rimase in attività per quasi un secolo cessando nel 1914. Veniva costruita la padovana, tipica imbarcazione per il trasporto fluviale. Fino agli inizi del XX secolo Brenta e Brentella furono usati per trasportare il legname. I tronchi tagliati nei boschi dell’Altopiano di Asiago e del Cadore venivano legati tra loro e fatti trasportare dall’acqua. Attraverso il Brentella e poi per il Bacchiglione il legname giungeva fino al Bassanello, dove poteva essere tirato a terra oppure continuare la sua corsa per il canale Battaglia. Tale attività cessò nel 1916.
Altre merci che veniva trasportate attraverso il Brentella erano la sabbia e la ghiaia del Brenta che venivano caricate a Campo San Martino e che da Limena scendevano fino a Padova. Da qui eventualmente i burci potevano continuare per Monselice lungo i canali Battaglia e Bisatto, o per Bovolenta via canale Battaglia e canale Vigenzone, oppure per Venezia lungo i canali padovani, il Piovego e quindi il Naviglio del Brenta.
Il tracollo della navigazione avvenne negli anni ’50 del XX secolo con la diffusione del trasporto merci su strada.
Agli esordi del XX secolo, nell’ambito di un piano lungimirante di forte industrializzazione della zona da parte del Duca Paolo Camerini, venne inaugurata la Ferrovia Padova – Piazzola. Nel 1885 la proprietà del possedimento di Piazzola sul Brenta era passata a Paolo Camerini (1868 – 1937), nominato nel 1925 Duca per meriti agricolo – industriali. Iniziò una fortissima fase di sviluppo industriale, Piazzola sul Brenta divenne una “città feudo” in cui le attività economiche, agricole ed industriali si integravano tra loro. La vita stessa degli abitanti era assorbita da un sistema economico – sociale facente capo al suo unico proprietario. Le industrie principali erano tre, la filanda per la seta, la fabbrica dei concimi chimici e lo iutificio, a cui se ne affiancavano altre di minori: le fornaci, la segheria, il maglio, la ferriera, i mulini e la fabbrica per le conserve (più tardi trasformata in essiccatoio per il tabacco); completavano l’assetto industriale dell’area l’attività per l’estrazione di inerti dal Brenta e sei centrali per la produzione di energia elettrica.
Questo è il contesto nel quale si inserì la realizzazione della Ferrovia privata Padova – Piazzola sul Brenta, poi prolungata sino a Carmignano di Brenta nell’anno 1923, chiamata appunto “Ferrovia Camerini”, vero elemento infrastrutturale di tutto l’apparato produttivo collegante gli opifici dell’Alta Padovana al mercato cittadino e nazionale. Il traffico era prevalentemente merci e forniva il collegamento con le fabbriche, il porto fluviale di Limena e le cave di ghiaia del Brenta. I lavori per la realizzazione della ferrovia iniziarono nel gennaio 1910; la linea fu dotata di tre stazioni: Piazzola sul Brenta, Limena e Padova e di due fermate fisse: Villafranca – Vaccarino e Croce di Altichiero e di una fermata facoltativa: Tremignon. Furono edificati sei caselli di guardia per cantonieri opportunamente disposti lungo il tracciato. L’inaugurazione ebbe luogo domenica 02 aprile 1911.
Il Gazzettino di lunedì 3 aprile 1911 riporta il resoconto della giornata di inaugurazione della ferrovia: nel quale descrive il treno inaugurale che si compone di un bagagliaio e di quattro carrozze, le stazioni sono imbandierate e infiorate. Alla stazione di Limena vi fu una piccola sosta e salì sul treno il Sindaco Cav. Garolla. Il treno partì alle ore 10:00 da Padova e arrivò a Piazzola alle 10:35, a ricevere gli ospiti si trovavano l’onorevole Paolo Camerini con la moglie Francesca ed il Sindaco di Piazzola Cav. Zannini. Pronunciò il discorso il Cav. Vittorio Fiorazzo, presidente della Società della Ferrovia Padova Piazzola: nel quale ribadì che la ferrovia serviva al trasporto delle materie prime e dei prodotti della juta, dei laterizi, dei lavori in cemento, dei concimi chimici, della trattura dei bozzoli e altre minori, e che i benefici si sarebbero risentiti da tutto il territorio percorso dalla ferrovia stessa, importante e notevole quello per il comune di Limena, oltreché per la sua forte produzione di vino, per l’industria degli strumenti che servono alla viticultura ed alla vinificazione, molto conosciuti ed apprezzati anche all’estero.
L’edificio della stazione della Ferrovia Padova – Piazzola era in via Tiziano Aspetti prospiciente la strada comunale denominata Borgo Magno; il binario correva a fianco della linea Padova - Bassano / Padova - Montebelluna per quasi un chilometro, poi si staccava verso destra e iniziava la salita sulla rampa del Cavalcavia Camerini per sovrapassare la linea F.S.. Il cavalcavia era promiscuo con la Statale n. 47, ma la massicciata ferroviaria si trovava ad una quota più alta e separata da essa tramite una cunetta di scolo. Subito dopo la fine della discesa sorgeva il primo casello ferroviario. Il tracciato proseguiva per tre chilometri con andamento rettilineo in sede propria, ma dopo la fermata di Croce di Altichiero ritrovava la Statale 47, alla quale si affiancava promiscuamente (tratto denominato le longhe di Limena), giungeva quindi in prossimità della piazza di Limena con curva e controcurva per passare in mezzo agli edifici riducendo la velocità; attraversava il ponte sul canale Brentella ed iniziava il doppio binario davanti alla stazione. Poco lontano sorgevano le officine meccaniche Garolla che producevano macchine agricole e macchinari enologici.
Pietro Giuseppe Garolla (1849 – 1934), inventore autodidatta, che potremmo definire un Leonardo dell’agricoltura e dell’enologia, fu un inventore la cui fama non conobbe e ancora oggi non conosce confini. Già a fine Ottocento mise a punto la pompa irroratrice a zaino, si occupò del perfezionamento dei cannoni antigrandine, filtri, misuratori di vini e molto altro. La sue vere perle furono, e rimangono, l’invenzione del raccordo “universale” e della pigiadiraspatrice centrifuga datata 1887.
La promiscuità della ferrovia con la strada statale cessava in corrispondenza del bivio della provinciale per Piazzola; il tracciato, parallelo alla strada, era separato da un’ampia fascia di terreno verde sulla quale sorgevano i pali della linea telegrafica. L’attività continuò fino al 1957 quando l’affermarsi del trasporto su gomma determinò la dismissione della tratta. Limena era famosa per la produzione di vini caratteristici: il corbinello ed il friularo, che venivano immessi nel mercato specialmente a Venezia utilizzando per il trasporto anche appositi vagoni cisterna.

Limena, Il canale Brentella e il trasporto fluviale Limena-mare


Il canale Brentella e il trasporto fluviale Limena-mare

Nell’800 vi transitavano 1500 imbarcazioni per il trasporto di legname, sabbia e ghiaia

(Limena, cartolina d’epoca)

Il canale Brentella è un canale artificiale della provincia di Padova che collega il fiume Brenta con il fiume Bacchiglione.
Nel corso del XII secolo Vicenza chiese alla città di Padova un permesso per transitare lungo il Bacchiglione per poter stabilire una rotta commerciale con il mare, essenziale per il rifornimento di generi di prima necessità. Il permesso venne elargito intorno all'anno 1115 per essere successivamente revocato al pari del permesso di transito per via terrestre. Per ritorsione, i Vicentini nel 1145 deviarono le acque del Bacchiglione nel canale Bisatto con uno sbarramento lungo il corso del fiume presso Longare lasciando quindi Padova all'asciutto. Tale privazione era assolutamente deleteria per la città, essendo l'acqua essenziale per l'azionamento dei mulini, per il rifornimento dell'acqua potabile e per la difesa. Per ritornare in possesso di questo prezioso bene, Padova dovette
giocoforza occupare a forza Longare e ripristinare la situazione idrografica naturale, primo passo di una guerra con Vicenza che durò due anni con obiettivo la conquista di Bassano, Marostica e Montegalda.
Nel 1147 i vescovi veneti e il patriarca di Venezia intervennero nel conflitto portando le due città rivali alla pace (pace di Fontaniva). Nonostante ciò, per scongiurare altre ritorsioni dei Vicentini e assicurarsi in maniera definitiva la presenza dell'acqua in città, i cittadini padovani intrapresero la costruzione del canale Piovesella da Noventa Padovana al capoluogo, primo tronco del futuro canale Piovego, portando le acque della Brenta fin sotto le mura.
Nel 1188 Padova tornò a scontrarsi con Vicenza per tentare nuovamente di conquistare Montegalda con conseguente reazione dei Vicentini che deviarono per la seconda volta le acque del Bacchiglione nel Bisatto. Molto probabilmente l'apporto idrico del Piovesella non era sufficiente ai fabbisogni della città, pertanto i Padovani dovettero per la seconda volta fare una sortita su Longare per eliminare la deviazione. Tali scaramucce si susseguirono più volte finché nel 1314 non si decise per la costruzione del Brentella con il quale la questione fu risolta definitivamente.

La costruzione del canale fu un'opera molto imponente; molto probabilmente però non si trattò di una realizzazione interamente ex novo, è facile invece che in alcuni punti si sia riutilizzato, ampliando, un alveo già esistente. Ad opera completata però ci si rese conto che, in caso di piene del Brenta, questo fiume scaricava troppa acqua nel Brentella con conseguenti allagamenti nella zona del Bassanello. Per regolare l'afflusso della corrente nel nuovo canale, Francesco il Vecchio da Carrara ordinò nel 1370 la costruzione a Limena dei Colmelloni, ovvero uno sbarramento mobile antesignano dei moderni sostegni. A protezione di tale manufatto fu eretto sulla riva destra un castello; castello e Colmelloni vennero però distrutti dall'imperatore Massimiliano nel 1509 durante la guerra della Lega di Cambrai.
Nei secoli successivi l'assenza di qualsiasi regolazione comportava numerosi disagi nella parte bassa di Padova con frequenti straripamenti; si dovette aspettare fino al 1775 quando la Repubblica di Venezia pose mano alla ricostruzione dei Colmelloni. Il nuovo sostegno, tuttora esistente, è costituito da due fabbricati posti a ponte sopra al canale; sono provvisti di panconi mobili che, nel caso, possono scendere scorrendo nei gargami per bloccare, parzialmente o totalmente, il flusso d'acqua regolando di conseguenza la portata nel Brentella. Infine si realizzò una briglia fissa, anch'essa tutt'oggi presente, lungo il corso del Brenta qualche centinaio di metri a valle dell'incile del Brentella. Questa briglia fu dotata anche di una conca per la navigazione, abbandonata nel XIX secolo e demolita all'incirca nel 1880.

Navigazione
Nonostante il Brentella fosse stato creato con lo scopo principale di regolare il corso delle acque a Padova e immediati dintorni, il canale si prestò bene alla navigazione. Verso la metà del XIX secolo, il periodo d'oro per questa modalità di trasporto in Italia, vi transitavano circa 780 imbarcazioni in senso discendente ed altrettante in direzione opposta trasportando circa 47 000 tonnellate di merce. Per la manutenzione delle barche, in prevalenza burci, nel 1836 sorse a Limena uno squero retto dalla famiglia Nicoletti, trasferitasi lì dopo la chiusura del loro squero alla Specola. Il cantiere rimase in attività per quasi un secolo, chiudendo nel 1914; l'edificio è stato però fortunatamente preservato ed è ancora esistente.
Fino agli inizi del XX secolo Brenta e Brentella erano interessati da un intenso traffico di legname. I tronchi tagliati nei boschi dell'Altopiano di Asiago e del Cadore venivano gettati nel Brenta, legati tra loro a formare grandi zattere e lasciati quindi fluitare guidati da un timoniere. Giunto a Limena, il legname proseguiva per il Brentella e quindi per il Bacchiglione fino al Bassanello dove veniva scaricato a terra oppure continuare per il canale Battaglia fino all'omonima località. La cessazione di tale attività avvenne nel 1916.
Oltre al legname un'altra merce trasportata quotidianamente sul Brentella era la sabbia e la ghiaia del Brenta che, caricata a Campo San Martino, da Limena discendeva per il Brentella e quindi proseguiva per Padova, principale destinazione. Da qui eventualmente i burci continuavano per Monselice lungo i canali Battaglia e il Bisatto, per Bovolenta via canale Battaglia e canale Vigenzone, oppure per Venezia lungo i navigli padovani, il Piovego e quindi il Naviglio del Brenta.
Altro traffico, stavolta in senso contrario, era costituito dal legname già tagliato per costruzioni che risaliva il Brentella dal Bacchiglione per essere scaricato nei pressi del ponte di Brentelle di Sotto dove si erigeva una falegnameria.
Dalla seconda metà del XIX secolo la navigazione lungo i canali italiani cominciò pian piano ad accusare i colpi della concorrenza delle ferrovie; neanche il Brentella fu esente da tale fenomeno. A Limena venne però sperimentato un curioso connubio di trasporto ferroviario e fluviale: dal 1911 il
paese era attraversato dalla ferrovia Padova - Piazzola (FPP). Nel 1919 la stazione e la banchina furono raccordati da una breve ferrovia Decauville. I treni FPP, caricati di ghiaia raccolta nella cava di Carturo e diretti a Padova, giunti a Limena lasciavano alcuni carri in stazione; qui il materiale veniva trasbordato sui carrellini della decauville che erano quindi spinti a mano fino alla banchina da dove la ghiaia veniva trasbordata sulle imbarcazioni dirette a Monselice . Questo traffico continuò fino al 1934.

Il tracollo definitivo della navigazione avvenne negli anni cinquanta del XX secolo con la diffusione incontrollabile del trasporto merci su strada. Attualmente il canale è tuttora navigabile da Limena in giù ed è di tanto in tanto solcato da imbarcazioni turistiche.

Percorso
(Idrografia del territorio padovano)

Il canale Brentella ha percorso quasi rettilineo con andamento nord-sud. Sono presenti in più punti alcune anse; notevoli quelle tra il ponte della ferrovia Milano – Venezia e Brentelle di Sopra. Tali anse sembrano confermare la parziale origine naturale di questo corso d'acqua. Lungo tutto il percorso sono presenti sul fianco destro numerose chiaviche che permettono l'immissione nel canale delle acque accumulate nei vari scoli. Alcune di queste chiaviche sono però state chiuse in seguito alla modifica della rete idrografica minore.
L'incile del canale è situato a Limena e, come già ampiamente spiegato, è contraddistinto per la presenza dei due Colmelloni, il secondo dei quali sorregge anche il ponte in muratura della Strada statale 47 della Valsugana. Tale ponte fu utilizzato in maniera promiscua anche dalla Ferrovia Padova - Piazzola dal 1911 al 1958; è stato poi allargato con la posa di una campata in cemento armato adiacente al manufatto originario. Appena fuori Limena il Brentella riceve sulla sua destra le acque del rio Porra. Sottopassa quindi la tangenziale di Limena e giunge a Ponterotto, località posta a cavallo tra i comuni di Padova, sulla sinistra, e Villafranca Padovana, sulla destra. In questo punto il canale viene sovrappassato da quattro ponti in rapida successione, il primo dell'autostrada A4, due stradali ed infine da una passerella ciclopedonale.
Subito prima di quest'ultimo, da destra confluisce la roggia Munegale Grande.
Il canale entra quindi totalmente in comune di Padova, sottopassa la condotta forzata dell'acquedotto Vicenza - Padova e quindi la ferrovia Milano - Venezia. Dopo questo ponte per un brevissimo tratto il Brentella scorre sul confine tra Padova e Rubano, dopodiché rimane costantemente all'interno del territorio del capoluogo. In località Brentelle di Sopra il canale passa ai piedi del Centro Idrico di Brentelle dell'Acegas-Aps, punto di arrivo della condotta a pelo libero
dell'acquedotto Vicenza - Padova, e sottopassa il ponte della Strada statale 11 Padana Superiore. Dopo circa un kilometro il Brentella interseca l'antica strada Pelosa di origine romana che collegava Padova con Vicenza, strada rimasta tagliata in due dall'epoca della costruzione del canale. Per ripristinare la continuità della via è stata costruita una utilissima passerella ciclopedonale. Giunti in località Brentelle di Sotto, il canale accoglie da destra le acque dell'idrovora Brentelle gestita dal Consorzio di Bonifica Pedemontano Brenta; si passa quindi sotto al ponte di Brentelle di Sotto e quindi, attraverso una chiavica, si riceve da destra il canaletto Reale che si dirama dal Bacchiglione subito dopo il ponte di Selvazzano Dentro. Infine il Brentella piega decisamente a sud-est e giunge alla sua meta finale confluendo nel Bacchiglione.

Note 
^ L'acqua nel Piovesella scorreva da est ad ovest, ovvero all'opposto di come accade oggi nel Piovego. 
1. ^ Dopo la chiusura dello squero alla Specola e prima di stabilirsi definitivamente a Limena, i Nicoletti si insediarono per un breve periodo al Bassanello. 
2. ^ Campo San Martino era nel XIX secolo il limite settentrionale della navigazione regolare sul Brenta. 
3. ^ Il progetto originario prevedeva, al posto della decauville, un binario a scartamento normale per l'inoltro dei carri FPP direttamente sulla banchina. 
4. ^ Il rio Porra nasce a Taggì di Sopra dalla confluenza del rio Fosco con lo scolo Limenella. 
5. ^ Società di fornitura di acqua, gas ed elettricità presente a Trieste e a Padova nata dalla fusione delle rispettive aziende locali ACEGAS ed APS. 
(testi in: www.legambientepadova.it/files/Righetto_Paesaggemi_assi_paesaggistici_0.pdf e https://it.wikipedia.org/wiki/Canale_Brentella)

Limena, Elementi significativi del paesaggio storico


Limena, Elementi significativi del paesaggio storico 

Le ville venete, gli insediamenti rurali, i corsi d’acqua, i centri storici, le zone archeologiche

(Estratto dalla ‘Relazione specialistica. Sistema dei beni storico-culturali’ del Pat di Limena, a cura di Bruno Trevellin)

Il PAT (Piano di Assetto del Territorio) di Limena recepisce ed integra i sistemi e gli immobili da tutelare per i quali specifica la relativa disciplina.
Tali elementi sono così individuati:
- gli edifici di valore storico-architettonico, culturale e testimoniale ed i relativi spazi inedificati di carattere pertinenziale e i contesti figurativi;
- il sistema insediativo rurale e le relative pertinenze piantumate;
- la viabilità storica extraurbana e gli itinerari di interesse storico ambientale;
- le zone di interesse archeologico;

L’analisi di settore del territorio comunale ha evidenziato alcune specifiche presenze di seguito descritte.

Il territorio di Limena comprende due Ville Venete catalogate dall’Istituto Regionale Ville Venete. Esse sono: le Barchesse di Villa Fini, che facevano parte di un grande complesso monumentale costruito nella seconda metà del ‘600 dalla nobile famiglia veneziana Fini, originaria dell’isola di Cipro, come simbolo della grandezza della famiglia. La Villa si trovava al centro di due barchesse ad L da cui si dipartivano due emicicli ad esedra che terminavano lungo la strada ove si trovava una recinzione con cancellata su pilastri. I Fini erano proprietari in territorio di Limena di una grande quantità di terreni. Nella raccolta di iscrizioni del Salomonio (Agri Patavini Inscriptiones sacrae et prophanae) pubblicata nel 1696 la villa viene descritta come un “suntuoso palazzo costruito per incarico di Vincenzo Fini, procuratore di San Marco, che si erge per ampiezza di saloni, per numero di stanze, per terrazze e passaggi coperti e per la varietà degli ornamenti quasi un palazzo reale”. Non si conoscono le modalità della demolizione della Villa avvenuta verso la fine del ‘700. Del complesso rimangono, come detto, le due grandi barchesse e l’Oratorio edificato nella metà del Settecento. Nel 1813 la vedova di Gerolamo Fini vendette parte delle sue proprietà a Francesco Morsari, il quale dopo la sua morte, avvenuta nel 1850, lasciò i suoi beni in eredità alla Casa di Riposo di Padova. Nel 1982 la barchessa di sinistra fu acquistata dal comune e restaurata. L’Oratorio, dedicato alla Vergine del Rosario, è attribuito all’architetto Alessandro Tremignon. La sua opera più nota è la facciata della Chiesa di San Moisè in Venezia (1688 circa).
Villa Marioni, Pagan, Pacchierotti, Trieste, De Benedetti, sorge in un ansa del fiume Brenta ad est dell’attuale centro abitato nella località Tavello. Costruita probabilmente nella prima metà del Seicento, fu in seguito rimaneggiata e nelle dichiarazioni d’estimo del 1740 compare anche l’oratorio. E’ costituita da un volume compatto che si estende su tre piani caratterizzato da un triplo pronao tetrastilo, appena aggettante, coronato da timpano superiore. L’oratorio, annesso alla Villa, ha l’altare decorato da tre statue in pietra attribuite ad Orazio Mannali. La Villa è inserita in un parco cui si accede attraverso una cancellata con pilastri sormontati da statue.
Gli immobili sottoposti a tutela mediante Decreto ai sensi del D.Lgs 42/2004 nel territorio di Limena sono i due immobili sopra citati, Ex Barchessa Fini con Oratorio, spazio scoperto e pilastri d’ingresso e di recinzione, Villa Pacchierotti con le adiacenze ed inoltre la Chiesa arcipretale con affresco del sec. XV. Per le Ville Venete catalogate dall’IRVV e per la Chiesa sono state individuate le Pertinenze scoperte da tutelare. Per la Villa Marioni, Pagan, Pacchierotti, Triese, De Benedetti anche il Contesto figurativo.
Vengono individuati inoltre i seguenti provvedimenti di tutela ai sensi del D.Lgs 42/2004 art. 136 – Immobili ed aree di notevole interesse pubblico: Decreto Ministeriale 16 febbraio 1970 – Gazzetta Ufficiale n. 66 del 13.03.1970
- Alberature ai margini della strada statale 47 “Valsugana” nel territorio dei Comuni di Limena, Curtarolo, Campo San Martino, San Giorgio in Bosco e Cittadella.

Elenco degli edifici di proprietà comunale ed ecclesiastica edificati presumibilmente da più di settanta anni esistenti nel territorio di Limena
Proprietà comunale
Caserma Carabinieri Ex Sede Municipale,
Edificio “delle Associazioni” Ex Distretto Sanitario;
Proprietà ecclesiastica
Chiesa Parrocchiale Santi Felice e Fortunato,
Casa del Villaggio via SS. Felice e Fortunato,
Centro Parrocchiale.
Tali immobili dovranno essere sottoposti a V.I.C. (Valutazione di Incidenza) ai sensi degli artt. 10 e 12 del D.L.gvo 42/2004 (Codice dei Beni Culturali).
Si segnalano nel capoluogo la Chiesa Parrocchiale dei SS. Felice e Fortunato e l’Oratorio della Beata Vergine del Rosario. La Chiesa attuale è stata costruita nei primi anni del Novecento (inizio dei lavori il 26.12.1914) su progetto dell’Ing. Tomasetti. Della vecchia Chiesa è rimasto solo il pavimento del coro e parte di un affresco della seconda metà del ‘400. La Chiesa sorge in posizione discosta rispetto alla piazza formatasi in periodo medioevale; precedentemente, prima dell’escavo del canale Brentella, il centro del paese era costituito dalla vecchia chiesa con il borgo circostante.

Vi sono altri edifici di valore monumentale testimoniale, aventi elevato grado di conservazione dell’architettura e della tipologia insediativa e costituenti complessi di notevole valore storico-ambientale ovvero:
- Edificio denominato Corte Ferro, sito all’interno dell’attuale centro edificato che, nel Catasto Austriaco (anno 1830-1845), risulta di proprietà di Ferro Bernardo q.m Marco; in questa planimetria l’edificio risulta di ingombro minore dell’attuale, nella mappa del Catasto Austro-Italiano (anno 1845-1885) assume la forma attuale, dunque l’attuale complesso edilizio può essere datato attorno alla metà del XIX secolo.
- Edificio rurale denominato Ca’ Rossa, sito a sud ovest del territorio in prossimità del corso della Brentella, esistente nel Catasto Austriaco quale casa colonica di proprietà di Donà Nobile Vincenzo q.m Pietro e figli Nobili Pietro e Catterina amministrati dal proprio padre, possesso controverso da Foscarini Giacomo; l’edificio appare sostanzialmente invariato nel Catasto Austriaco e, dunque, le sue sembianze settecentesche appaiono verosimili.
- Edificio rurale denominato Corte Colpi, sito a sud est del territorio in prossimità del corso del Brenta, esistente nel Catasto Austriaco quale casa colonica di proprietà di Muja Levi Cervo q.m Leone usufruttuario e Seriman Fortunato, Taddeo e Rosa fratelli e sorella q.m Nazzaro proprietari; visti i Catasti storici la Corte Colpi può farsi risalire al XVIII secolo.

I corsi d’acqua sottoposti a vincolo paesaggistico sono il Brenta, che segna il confine est del territorio comunale, il Naviglio Brentella, che si dirama dal corso del fiume Brenta a nord del centro abitato e percorre il territorio verso sud, e lo Scolo Porra, che nasce a Taggì di Sopra dalla confluenza del rio Fosco con lo scolo Limenella e dopo aver attraversato il territorio di Limena in direzione ovest-est confluisce nel Brentella.

Le zone gravate da “usi civici” sono terreni per i quali a seguito di una verifica catastale congiunta Comune e Regione ai sensi della L.R. 22.07.1994 n. 31 é stato riconosciuto originariamente un uso collettivo. Tali aree sono sottoposte a tutela paesaggistica ai sensi dell’art. 142 lettera h) del D.Leg.vo 42/2004.
L'uso civico è un diritto che spetta ai componenti di una collettività delimitata territorialmente di godere di terreni o beni immobili appartenenti alla collettività medesima (in modo indiviso) ovvero a terzi (privati). Il diritto si esplica tramite l’esercizio di usi finalizzati a soddisfare i bisogni essenziali della collettività. I diritti di godimento più diffusi riguardano l’esercizio del pascolo e del legnatico. Altri diritti storicamente esercitati erano ad esempio la semina, il vagantivo (consistente nel diritto di vagare per terreni paludosi al fine di raccogliere canne, erbe e paglie, nonchè di cacciare e pescare), lo stramatico (consistente nel diritto di raccogliere erba secca e foglie per la lettiera degli animali). I beni di uso civico sono inalienabili, inusucapibili e soggetti al vincolo di destinazione agro-silvo-pastorale; il diritto di esercizio degli usi civici è imprescrittibile.
Il Comune di Limena ha verificato la documentazione storica presente presso l’Archivio del Commissario per la liquidazione degli usi civici di Venezia, eseguendo l’indagine catastale dei terreni comunali in particolare a destinazione attuale agro-silvo-pastorale ed ha avviato in data 27.06.2013 le procedure di accertamento e riordino previste dall’art. 4 della Legge sopra citata.

Per le zone di interesse archeologico, pur non segnate in cartografia, si segnala quanto riportato nella Carta Archeologica del Veneto – Vol. III°:
- notizia del rinvenimento di iscrizioni funerarie romane nel centro abitato, lungo la via principale, sulla riva sinistra del canale Brentella;
- notizia del rinvenimento di tombe non meglio determinate di età romana, di cui si conservano 12 tegole bollate presso il Museo Civico Archeologico di Padova.

Centri storici
Dall’esame dei Catasti Storici si evince che la Chiesa ed il Cimitero erano posti, come oggi, verso sud, in posizione mediana vi era il grande complesso Fini mentre il centro edificato vero e proprio era conurbato attorno al ponte sulla Brentella, presso cui si svolgevano tutte le attività commerciali del tempo. Tale impostazione non fu alterata neppure nella seconda metà del secolo ove si eccettui la costruzione dell’attuale viale che collega la Strada Valsugana con la Chiesa. Gli ambiti edificati perimetrati quali centri storici sono dunque di impianto settecentesco ma di costruzione riferibile al XX secolo.

Manufatti dell’archeologia industriale
Si prevede il riuso dei principali e più significativi manufatti che documentano la storia della civiltà industriale. Sono quindi individuati e valorizzati i manufatti dell’archeologia industriale (fabbriche, mulini, etc.) con lo scopo di un loro possibile recupero e riutilizzo per usi culturali, didattici, espositivi. Come edifici di Archeologia industriale vengono individuati i Colmelloni sul canale Brentella, e la Stazione ferroviaria della dismessa ferrovia Padova – Piazzola sul Brenta – Carmignano di Brenta.

Percorsi ciclabili
Per il settore turistico – ricettivo sono rintracciati nel territorio di Limena i seguenti percorsi ciclabili:
- la ciclopista del Brenta, prevista nella programmazione regionale e provinciale;
- Itinerario F – Anello fluviale Padova – Brentella – Piovego dal Piano Provinciale Piste Ciclabili;
- le piste ciclabili comunali esistenti e di progetto.
NB: il testo non è altro che un ampio estratto dalla ‘Relazione specialistica. Sistema dei beni storico-culturali, Elaborato C0305 del Pat di Limena, pubblicato nel sito del Comune


domenica 14 ottobre 2018

Attila fermato dalla malaria


La tomba del bambino 'vampiro': ecco la prova che a fermare l'avanzata di Attila fu la malaria

La tomba del bambino vampiro che svela i riti romani contro la malaria
Il teschio del "bambino vampiro" con la pietra in bocca 
In Umbria, a Lugnano in Teverina, una villa del V secolo restituisce reperti straordinari: un ragazzino sepolto con una pietra in bocca per non farlo risorgere. Gli archeologi: "È la conferma della diffusione della malattia che fermò anche l'avanzata degli Unni di Attila"
di CRISTINA NADOTTI
13 ottobre 2018
Il "Cimitero dei bambini" di Lugnano in Teverina, in Umbria, continua a stupire gli archeologi. Nella villa romana abitata fino al V secolo, dove gli archeologi dell'Università di Stanford scavano ormai dal 1987, è stato rinvenuto lo scheletro di un bambino o bambina (ancora non è stato accertato il sesso) sepolto con una pietra in bocca. Il sasso serviva sia a non far diffondere la malattia, sia a zavorrare il corpo e non farlo risorgere come vampiro. È la prova ulteriore che nella villa erano stati sepolti in tutta fretta molti bambini ed eseguiti riti magici, per scongiurare il propagarsi di un'epidemia.
In realtà non di epidemia si trattava, ma di diffusione della malaria, capace di fermare anche l'avanzata degli Unni di Attila. Quando infatti nel 452 papa Leone I incontrò l'unno vicino a Verona, secondo quanto riporta lo scrittore latino Sidonio Apollinare Gaio Sollio, gli suggerì di non sottovalutare la forza dell'esercito romano, ma anche la pericolosità della zona che avrebbe dovuto attraversare, la valle del Tevere, dove imperversava una "pestilenza". La malaria, appunto.

Da anni l'archeologo David Soren, responsabile dello scavo, pubblica resoconti sulla straordinarietà della villa di Poggio Gramignano, costruita alla fine del I secolo avanti Cristo e abbandonata in tutta fretta nel V, in un primo tempo studiata per i suoi mosaici e poi diventata presto la villa del "cimitero dei bambini", quando si scoprì una stanza in cui erano stati radunati decine di bambini e feti. Come sostiene Soren anche a proposito del "Bambino vampiro", "Non si è mai vista una cosa simile, il ritrovamento è inquietante e strano e capisco che lo si stia già chiamando 'il vampiro di Lugnano'".

In pubblicazioni precedenti Soren ha anche descritto il ritrovamento di scheletri di cuccioli di cani, alcuni decapitati. Secondo l'archeologo i sacrifici dei cani servivano a placare le divinità degli inferi e inoltre negli scritti di Plinio i "succhi dei corpi dei cuccioli" erano applicati per curare varie malattie, tra le quali l'ingrossamento della milza, tipico di chi è affetto da malaria. 

Anche lo scheletro del "bambino vampiro", per quanto non sia ancora stato eseguito l'esame del Dna che potrà rpovarlo senza dubbi, presenta segni di malaria. Nel cranio ci sono infatti segni di ascessi ai denti, considerati, anche questi, tipici della parassitosi malarica.
 Il direttore dello scavo, David Pickel, dell'università di Stanford, ha aggiunto che "il ritrovamento del 'bambino vampiro' potrà dire molto sulla devastante epidemia di malaria che colpì l'Umbria circa 1.500 anni fa e soprattutto sugli effetti che ebbe sulla comunità e sul modo con cui si cercò di combatterla".

"L'età di questo bambino e la sua particolare sepoltura con la pietra posta nella bocca, rappresentano, al momento, un'anomalia all'interno di un cimitero già anormale", ha detto Pickel. "Questo sottolinea ulteriormente quanto sia unico il sito in cui stiamo scavando - Fino a oggi, infatti, erano stati trovati scheletri di bambini più piccoli, al massimo di 3 anni. Una bambina aveva delle pietre tra le mani, anche in questo caso probabilmente per tenerla ancorata alla sepoltura".

Lo scheletro ritrovato con la pietra in bocca è per ora unico a Lugnano, ma sepolture simili sono state documentate in altri luoghi, tra cui Venezia, dove nel 2009 fu ritrovato il corpo di una donna del XVI secolo, soprannominata "Vampiro di Venezia" perché aveva un mattone in bocca. Nel Northamptonshire, in Inghilterra, nel 2017, si trovò lo scheletro di un uomo, risalente al III o IV secolo, sepolto a faccia in giù con la lingua rimossa e sostituita con una pietra.

"Queste operazioni fatte sui morti si vedono in diverse culture - osserva un altro dei ricercatori americani, il bioarcheologo Jordan Wilson -  specialmente nel mondo romano indicavano che c'era il timore che questa persona potesse tornare dai morti e cercare di diffondere la malattia ai vivi".

Gli scavi sul sito di Lugnano sono per ora sospesi e riprenderanno la prossima estate. Intanto il sito della villa è in corso di musealizzazione grazie a finanziamenti ottenuti per la copertura dell'area, mentre i reperti provenienti dalla villa e la storia della città sono visibili
nell'antiquarium nello splendido centro storico di Lugnano in Teverina, in provincia di Terni e a circa un'ora di auto da Roma.



martedì 9 ottobre 2018

Vajont: Natura crudele, di Dino Buzzati


Natura crudele, di Dino Buzzati
Vajont, 9 ottobre 1963: "Ancora una volta la fantasia della natura è stata più grande ed asciutta che la fantasia della scienza. Sconfitta in aperta battaglia, la natura si è vendicata attaccando il vincitore alla spalle. Si direbbe quasi che in tutte le grandi conquiste tecniche stia nascosta una lama segreta e invisibile che a un momento dato scatterà"

Così titolò il giornale milanese un articolo di Dino Buzzatti. Il grande scrittore era di origine bellunese e scriveva della tragedia del Vajont proponendo l'immagine di una rivincita della terra sulla scienza e sulla tecnica.

L'articolo di Dino Buzzatti pubblicato dal Corriere della Sera l'11 ottobre 1963

"Stavolta per il giornalista che commenta non c'è compito da risolvere, se si può, con il mestiere, con la fantasia e con il cuore. Stavolta per me, è una faccenda personale. Perché quella è la mia terra, quelli i miei paesi, quelle le mie montagne, quella la mia gente. E scriverne è difficile. Un po’ come se a uno muore un fratello e gli dicono che a farne il necrologio deve essere proprio lui. 

"Conosco quei posti così bene, ci sono passato tante centinaia e migliaia di volte che da lontano posso immaginare tutto quanto come se fossi stato presente.

"Per gli uomini che non sanno, per i paesi antichi e nuovi sulla riva del Piave, là dove il Cadore dopo tante convulsioni di valloni e di picchi apre finalmente la bocca sulla pianura e le montagne per l'ultima volta si rinserrano le une alle altre, è soltanto una bellissima sera d'ottobre. In questa stagione l'aria è lassù limpida e pura e i tramonti hanno delle luci meravigliose. Ecco, il sole è scomparso dietro le scoscese propaggini dello Schiara, rapidamente calano le ombre, giù dalle invisibili Dolomiti comincia a soffiare un vento freddo, qua e là si accendono e si spengono i lumi, i buoi si assopiscono nelle stalle, gruppetti operai dalla fabbrica di faesite pedalano canterellando verso casa, un'eco di juke box con la rabbiosa vocetta di Rita Pavone esce dal bar trattoria con annessa colonnetta di benzina, rare macchine di turisti passano sulla strada di Alemagna, la stagione delle vacanze è finita. Proprio di fronte a Longarone la valle del Vajont è già buia, più che una valle è un profondo e sconnesso taglio nelle rupi, un selvaggio burrone, mi ricordo la straordinaria impressione che mi fece quando lo vidi per la prima volta da bambino. A un certo punto la strada attraversava l'abisso, da una parte e dall'altra spaventose pareti a picco. Qualcuno mi disse che era il più alto ponte d'Italia, con un vuoto, sotto, di oltre cento metri. Ci fermammo e guardai in giù con il batticuore.

"Bene, proprio a ridosso del vecchio e romantico ponticello era venuta su la diga e lo aveva umiliato. Quei cento metri di abisso erano stati sbarrati da un muro di cemento, non solo; il fantastico muraglione aveva continuato ad innalzarsi per altri centocinquanta metri sopra il ponticello e adesso giganteggiava più vertiginoso delle rupi intorno, con sinuose e potenti curve, immobile eppure carico di una vita misteriosa.
"Notte. Due finestre accese nella cabina comandi centralizzati, nell’acqua del lago artificiale si specchia una gelida fascetta di luna, ronzii nei fili, giù nel tenebroso botro lo scrosciare dello scarico di fondo, a Longarone, Faè, Rivalta, Villanova dormono, ma c'è ancora qualcuno che contempla il video, qualcuno nell'osteria intento all'ultimo scopone. In quanto alle montagne esse se ne stanno immobili, nere e silenziose come il solito.

"No, a questo punto l'immaginazione non è più capace di proseguire, la valle, i monti, i paesi, le case, gli uomini, tutto riesco ad immaginare nella notte tranquilla  poiché li conosco così bene, ma adesso non bastano le consuetudini e i ricordi. Come ricostruire con la mente ciò che è accaduto, la frana, lo schiantamento delle rupi, il crollo, la cateratta di macigni e di terra nel lago? E l'onda spaventosa, da cataclisma biblico, che è lievitata gonfiandosi come un immenso dorso di balena, ha scavalcato il bordo della diga, è precipitata a picco giù nel burrone, avventurandosi, terrificante bolide di schiuma, verso i paesi addormentati. E il tonfo nel lago, il tremito della guerra, lo scroscio dell'abisso, il ruggito folle dell'acqua impazzita, il frastuono della rovina totale, coro di boati, stridori, rimbombi, cigolii, scrosci, urla, gemiti, rantoli, invocazioni, pianti? E il silenzio alla fine, quel funesto silenzio di quando l'irreparabile è compiuto, il silenzio stesso che c'è nelle tombe?

"Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d'acqua e l'acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. Non è che si sia rotto il bicchiere, quindi non si può, come nel caso del Gleno, dare della bestia a chi l'ha costruito. Il bicchiere era fatto a regola d'arte, testimonianza della tenacia, del talento, e dei coraggi umani. La diga del Vajont era ed è un capolavoro, perfino dal lato estetico. Mi ricordo che mentre la facevano l’ingegnere Gildo Sperti della Sade mi portò alla vicina centrale di Soverzene dove c'era un grande modello in ottone dello sbarramento in costruzione. Ed era una scultura stupenda, Arp e Brancusi ne sarebbero stati orgogliosi.

"Intatto, di fronte ai morti del Bellunese, sta ancora il prestigio della scienza, dell'ingegneria, della tecnica, del lavoro. Ma esso non è bastato. Tutto era stato calcolato alla perfezione, e quindi realizzato da maestri, la montagna, sotto e ai lati, era stata traforata come un colabrodo per una profondità di decine e decine di metri e quindi imbottita di cemento perché non potesse poi in nessun caso fare dei brutti scherzi, apparecchiature sensibilissime registravano le più lievi regolarità o minimi sintomi di pericolo. Ma non è bastato. Ancora una volta la fantasia della natura è stata più grande ed asciutta che la fantasia della scienza. Sconfitta in aperta battaglia, la natura si è vendicata attaccando il vincitore alla spalle. Si direbbe quasi che in tutte le grandi conquiste tecniche stia nascosta una lama segreta e invisibile che a un momento dato scatterà. 

"Intatto, e giustamente, è il prestigio dell'ingegnere, del progettista, del costruttore, del tecnico, dell'operaio, giù fino all'ultimo manovale che ha sgobbato per la diga del Vajont. Ma la diga, non per colpa sua è costata diecimila morti. I quali morti non sono della Cina o delle Molucche, ma erano gente della mia terra che parlavano come me, avevano facce di famiglia e chissà quante volte ci siamo incontrati e ci siamo dati la mano e abbiamo chiacchierato insieme. E il monte che si è rotto e ha fatto lo sterminio è uno dei monti della mia vita il cui profilo è impresso nel mio animo e mi rimarrà per sempre. Ragione per cui chi scrive si trova ad avere la gola secca e le parole di circostanza non gli vengono. Le parole incredulità, orrore, pietà, costernazione, rabbia, pianto, lutto, gli restano dentro col loro peso crudele".


lunedì 8 ottobre 2018

Letteratura. Pablo d'Ors


Letteratura. Pablo d'Ors: «La soluzione alla crisi della parola è educarsi al silenzio»

Alessandro Zaccuri domenica 7 ottobre 2018
Lo scrittore e sacerdote spagnolo parla del suo ultimo libro “Entusiasmo”, edito da Vita e Pensiero: «l titolo si riferisce anzitutto alla condizione di chi è abitato dallo Spirito»
Il sacerdote e scrittore Pablo d’Ors è nato a Madrid nel 1963
«No, non è soltanto crisi della lettura: la crisi vera, la più allarmante, riguarda la parola». Pablo d’Ors lo dice con convinzione, oltre che con competenza. Nato nel 1963 a Madrid in una famiglia di intellettuali (suo nonno era lo storico e critico d’arte Eugenio d’Ors), è diventato sacerdote nel 1991, seguendo una vocazione le cui tappe, tutt’altro che prevedibili, sono ora ripercorse in Entusiasmo, il suo romanzo autobiografico in uscita da Vita e Pensiero (traduzione di Simone Cattaneo, pagine 416, euro 19,00).
Del libro, e più in generale del rapporto con la lettura e la letteratura, D’Ors parlerà nei prossimi giorni a Milano, dove si trova per partecipare alle celebrazioni per il centenario della casa editrice dell’Università Cattolica. «Tutti i miei libri sono in qualche modo ispirati dall’opera di un altro scrittore – spiega D’Ors, che ricopre tra l’altro l’incarico di consultore per il Pontificio Consiglio della Cultura –. Lezioni d’illusione (ancora inedito in Italia, ndr) aveva come modello La montagna incantata di Thomas Mann, Avventure dello stampatore Zollinger si rifaceva a Siddharta di Hermann Hesse, i miei primi racconti erano fortemente influenzati dal Libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa. Per Entusiamo il mio riferimento è stato La montagna dalle sette balze di Thomas Merton. Si tratta, in entrambi i casi, della storia di una vocazione. Per me la scrittura è esattamente questo: mettersi in ascolto di una voce interiore che però non si esaurisce nella mente e si traduce subito in un’attività che definirei “manuale”. Quando comincio un nuovo libro, non parto mai dall’idea, ma la trovo strada facendo, attraverso la scrittura».
Da dove viene il titolo? Davvero l’entusiasmo è l’elemento dominante della sua vita?
«Questo non è esattamente un racconto autobiografico, ma autofittizio, come del resto tutti i miei libri. Posso dire di rispecchiarmi in ciascuno dei miei protagonisti, anche se è evidente che il Pedro Pablo di Entusiasmo mi somiglia più di ogni altro. Quella parola è stata, fin dall’inizio, il titolo del romanzo. La intendo in senso letterale, ossia all’essere posseduti dagli dèi. Ho provato a raccontare la storia di una persona che sente di essere abitata dallo Spirito e che, di conseguenza, vive e legge tutta la sua esperienza come risposta alla voce interiore da cui è chiamato. A differenza di altre realtà umane, l’entusiasmo non è una virtù e neppure un tratto del carattere: è il frutto del lavoro che ciascuno può compiere su sé stesso, scoprendo una forza che prima non si sospettava neppure di avere».
E questa forza ha un nome?
«Certo: è lo Spirito Santo».
La cui azione passa anche attraverso i libri?
«Per quanto mi riguarda sì, senz’altro. Non soltanto perché la mia scrittura, come ho già provato a spiegare, nasce sempre dalla lettura. I libri veramente grandi, secondo me, sono quelli che fanno nascere altri libri, trasformando un atto potenzialmente passivo in un’iniziativa attiva e liberante. In questo senso, nella mia formazione sono stati fondamentali i Racconti di un pellegrino russo, il testo del XIX secolo attraverso il quale è giunta in Occidente la tradizione, squisitamente orientale, della cosiddetta “preghiera del cuore”, che è invocazione continua del nome di Gesù, fino all’abbandono totale di sé. Sono le due invenzioni fondamentali della spiritualità cristiana: da una parte, in Occidente, c’è la Liturgia delle Ore, che si basa sulla ripartizione ordinata del tempo; d’altro canto, in Oriente, la preghiera del cuore presuppone la conquista della spazio, inteso anzitutto come spazio corporeo, all’interno del quale si situa il cuore, che è quanto di più profondo costituisce la nostra interiorità. Per dialogare con Dio bisogna prima imparare a dialogare con il nostro cuore».
In «Entusiasmo» si insiste molto sull’umanità del sacerdote, senza reticenze sulla fragilità, perfino sulle tentazioni...
«Ancora oggi, quando si parla di sacerdozio, l’archetipo continua a prevalere sulla realtà . Ci si concentra sul ruolo che il prete dovrebbe ricoprire e non ci si interessa alla sua persona. Essere veramente personali, e cioè consapevoli di sé, è il presupposto indispensabile per maturare un atteggiamento di compassione universale. Quanto alle debolezze, la mia convinzione è che parlare con schiettezza dell’umanità dei sacerdoti e, in genere, dei cristiani sia il miglior servizio che possiamo rendere al cristianesimo e alla Chiesa. Se davvero crediamo di essere figli dell’Incarnazione, non possiamo negare che la divinità si trova proprio in quanto esiste di più umano. Non sono i buoni a meritare la compagnia di Dio, perché Dio sta nelle ombre: nel buio della sofferenza, nel crepuscolo della contraddizione. Il cristianesimo, a sua volta, non è l’adesione a un modello predeterminato, ma lo sforzo di riconoscere e attuare un’armonia fra i diversi aspetti della vita. Non intendo affermare che il male ha diritto a esistere, ma che il cristiano ha il dovere di redimere il male».
Qual è il rapporto fra sacerdozio e poesia?
«Fra profezia e poesia, direi. Ed è un rapporto che vale per ogni cristiano. Il poeta infatti è colui che vede la realtà e la rappresenta. Allo stesso modo, il profeta rende testimonianza nella prossimità, nel prendersi cura del povero e nell’ammettere, in primo luogo, la sua stessa povertà, il suo stesso bisogno di salvezza. Ma senza poesia non può darsi profezia. Non si può cambiare la realtà se prima non la si osserva e noi, oggi, siamo poco propensi all’osservazione. Ci illudiamo di risolvere subito i problemi e così facendo impediamo alla realtà di esprimersi. Ripensando alla mia vita, questo è il rischio che io stesso ho corso durante la missione in Honduras. Ero partito con l’ingenua convinzione di andare ad aiutare gli altri, ma poi la realtà si è imposta con una tale intensità da commuovermi e sorprendermi. A quel punto non ho potuto fare a meno di capire come, più che dare e aiutare, occorra vivere e accogliere. La poesia, in fondo, non è altro che riconoscimento e condivisione di una realtà che ci chiama».
A patto che si voglia ascoltarla.
«Esattamente. Quando parliamo di crisi della lettura, stiamo indicando solo uno trai molti aspetti di una crisi più ampia, che investe la parola e, di conseguenza, l’ascolto. In questo momento più che mai le parole sono dappertutto, ma questa proliferazione sta generando una sfiducia senza precedenti. Non ci fidiamo delle parole perché pensiamo che siano costruzioni intellettualistiche, discorsi lontani dalla nostra quotidianità. Il nucleo più autentico delle parole, invece, è di natura spirituale: si rivolge all’anima, non alla mente. Il dramma è che non ce ne rendiamo più conto».
Come mai?
«Perché manca il silenzio. Se davvero vogliamo tornare a dare importanza alle parole, dobbiamo fondare una cultura che educhi al silenzio. Chi non sa tacere non può scrivere, né tanto meno leggere».