domenica 24 settembre 2017

Settembre nella poesia e nella canzone



Settembre nella poesia e nella canzone
Attività realizzata nella classe 3 A, (settembre 2017)
Parte prima: tre poesie su settembre
Gabriele D’Annunzio, I PASTORI
Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natìa
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquìo, calpestìo, dolci romori.

Ah, perché non son io co’ miei pastori?




Un esempio di lettura de ‘I pastori’ da youtube




Hermann Hesse, SETTEMBRE
Triste il giardino: fresca
scende ai fiori la pioggia.
Silenziosa trema
l’estate, declinando alla sua fine.


Gocciano foglie d’oro
giù dalla grande acacia.
Ride attonita e smorta
l’estate dentro il suo morente sogno.


S’attarda tra le rose,
pensando alla sua pace;
lentamente socchiude
i grandi occhi pesanti di stanchezza.


September
Der Garten trauert,
Kühl sinkt in die Blumen der Regen.
Der Sommer schauert
Still seinem Ende entgegen.
Golden tropft Blatt um Blatt
Nieder vom hohen Akazienbaum.
Sommer lächelt erstaunt und matt
in den sterbenden Gartentraum.
Lange noch bei den Rosen
Bleibt er stehen, sehnt sich nach Ruh.
Langsam tut er die grossen
Müdgewordenen Augen zu.


(H. Hesse, Albero, case, 1922, acquarello e grafite)


Bruno Trevellin, PIOGGIA DI SETTEMBRE

Fresca cade con rintocchi
Su grondaie e coppi, con risuoni
Sui campi che gialli sono di soia
Rigonfi di uve nere e d’oro
Sotto un basso cielo mattutino
Che ha rincorse di fumi cinerini 

È una pioggia nuova di settembre
Senza lampi di spavento e tuoni
Che tutto ci porta di questo tempo
Un invito mite e cortese, un richiamo
A togliere, mietere e sarchiare
Con lavori lieti –gli stessi
Che hanno umide fatiche
Di ripassi e di ritocchi







Parte seconda: due canzoni su settembre
Il bene che ci siamo voluti noi due
è un taxi e si ferma qui
io stavo bene nelle tue mani
non avrei chiesto mai niente di più
ma in questo giorno che comincia a Settembre
ti abbraccio e mi manchi.

Arrivederci allora ragazza più forte di me
tenera è la notte ma la vita è anche meglio
di questo momento che te ne vai
tu non parlare che si calma il dolore
dopo è solo tempo.

Questa è la pioggia che deve cadere
sulle piccole scene di addio
siamo solo noi fra milioni e milioni
benvenuto anche il tuo nome
fra le future nostalgie.

Se questo può farti felice
più confuso di così non sarò
tutto andrà bene ci possiamo fidare
chiamami ogni tanto se vuoi.
Da questo giorno che comincia a Settembre
chiamami quando vuoi.





Premiata Forneria Marconi (PFM), IMPRESSIONI DI SETTEMBRE 
https://www.youtube.com/watch?v=OzbDUbu1lMM 
(di Mauro Pagani, Franco Mussida, Giulio Rapetti Mogol)

Quante gocce di rugiada intorno a me
Cerco il sole ma non c'è
Dorme ancora la campagna, forse no
è sveglia, mi guarda, non so

Già l'odore della terra odor di grano
Sale adagio verso me
E la vita nel mio petto batte piano
Respiro la nebbia, penso a te

Quanto verde tutto intorno e ancor piú in là
Sembra quasi un mare l'erba
E leggero il mio pensiero vola e va
Ho quasi paura che si perda

Un cavallo tende il collo verso il prato
Resta fermo come me
Faccio un passo, lui mi vede, è già fuggito
Respiro la nebbia, penso a te

No, cosa sono adesso non lo so
Sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso
No, cosa sono adesso non lo so
Sono solo, solo il suono del mio passo

Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già
Il giorno come sempre sarà


Parte terza: un esempio di commento
(da: doc.studenti.it/appunti/italiano/pastori-annunzio.html)
I PASTORI, DI G. D’ANNUNZIO
I pastori è stata scritta da D’Annunzio ed appartiene al genere lirico, attraverso il quale il poeta esprime la nostalgia che prova nei confronti della sua terra natale. Nel complesso la lirica è composta da 4 strofe e un verso sciolto dai 5 versi endecasillabi.
Nella prima strofa il poeta si immedesima in uno dei tanti pastori che con l’arrivo di settembre scendono dai monti per trovare pascoli sulla costa adriatica: il fenomeno della transumanza.

La similitudine ai versi 4-5 paragona il colore verde dei pascoli della montagna al colore che assume il mare nella stagione autunnale. L’autore utilizza l’espressione “i miei pastori” o “andiamo” per evidenziare la consapevolezza di far parte di tale categoria, lasciando trapelare anche un senso di nostalgia provocato dall’abbandono di tali abitudini, e un gran coinvolgimento. Nella seconda strofa c’è continuità tra acqua e terra: i pastori trovano coraggio dall’acqua che sgorga direttamente dai monti e che si trasforma in sangue.
Nell’ultima strofa il poeta riesce a descrivere nei particolari la natura che circonda questi uomini; tutto è in continuo mutamento nonostante le azioni e i gesti dei pastori siano ormai quasi abitudinari, solo l’aria cambia. Al verso 18 è un’altra
metafora che paragona il sole che si accende di un giallo, simile a quello della lana delle pecore che quasi non si distinguono dalla sabbia delle coste adriatiche.

In questo silenzio naturale si percepiscono solo i passi sulla terra e nel mare “i sciacquio e calpestio”, suoni onomatopeici che vogliono permettere al lettore di ascoltarli e renderlo partecipe facendolo immedesimare nella scena.
Con l’espressione “dolci romori” e “ah, perché non son io co’ miei pastori” vengono esaltati ancora una volta la
nostalgia e il rimpianto del poeta per le abitudini degli abruzzesi, uniti ad un desiderio di mutar vita.
Il ritmo è aulico e lento, dovuto ai versi composti di 11 sillabe, ai frequenti segni d’interpunzione e all’uso di innumerevoli enjambement (ai versi 2,4,6,7,14,16,18) che esprimono a livello metrico le inquietudini del poeta.


Parte quarta: espansione del lessico (vocabolario ed espressioni ricercate)

attònito agg. [dal lat. attonĭtus, der. di tonare «tuonare», propr. «stordito dal fragore del tuono»]. – Sbalordito, senza parole, per qualche forte impressione che colpisca l’animo: essere a. per lo stupore, per lo spavento; con occhi a., col volto a.; percossa, attonita La terra al nunzio sta (Manzoni); rimase a. per qualche secondo, poi si scosse come un cane uscito dall’acqua (Primo Levi). Nella critica delle arti figurative, anche di cosa: paesaggio a., atmosfera a., immobile come per stupore.
(da: http://www.treccani.it/vocabolario)

malinconìa (o melanconìa; ant. maninconìa, melancolìa) s. f. [lat. tardo melancholĭa, gr. μελαγχολία, comp. di μέλας «nero» e χολ «bile», propr. «bile nera»; cfr. atrabile]. – 1. a. ant. Nella medicina ippocratica, uno dei quattro umori (umor nero) che costituiscono la natura del corpo umano e ne determinano l’equilibrio organico (dottrina accolta da tutta la medicina antica e trasmessa fino al Rinascimento): quando quello omore che si chiama melanconia sovrastà agli altri, il quale è freddo e secco come la terra, allora si sognano cose paurose e triste (Passavanti). b. Stato d’animo tetro, depresso e accidioso e insieme meditativo e contemplativo, occasionale o abituale, che era attribuito al prevalere di quell’umore rispetto agli altri nella struttura organica dell’individuo (anche dopo abbandonata la teoria fisiologica dei quattro umori il termine ha conservato il suo sign. originario): lasciarsi prendere dalla m.; cupa, nera m.; anche, intimo e profondo dispiacere per desiderio inappagato: o per m. che il falcone aver non potea o per la ’nfermità ... di questa vita passò (Boccaccio). c. In epoca più recente, spec. per influsso romantico, mestizia vaga e rassegnata, dolore raccolto e intimo: dolce, soave m.; M., ninfa gentile (Pindemonte); La mia Vita si gonfia di m. (Penna); la contenuta m. della poesia leopardiana. d. Noia, fastidio, uggia: che m. questa pioggia!; era proprio una m. starlo a sentire. 2. Pensiero, avvenimento, ricordo che rende tristi, depressi e sim.: via queste malinconie!; talvolta mi passano per il capo certe malinconie ... 3. Nel linguaggio medico, è forma meno com. di melancolia o melanconia, come malattia psichica.
(da: http://www.treccani.it/vocabolario)

nostalgìa s. f. [comp. del gr. νόστος «ritorno» e -algia (v. algia)]. – Desiderio acuto di tornare a vivere in un luogo che è stato di soggiorno abituale e che ora è lontano: soffrire di n.; in quei ballabili remoti, scritti su vecchi rigidi dischi, s’annida il grumo indistinto della n. e della gelosia: di quanto si vorrebbe richiamare in vita e non si può, e di quanto invano si vorrebbe non fosse stato (Salvatore Mannuzzu); avere, sentire, provare la n. (una grande, profonda, intensa, acuta, struggente n.) del proprio paese, della patria, della casa, della famiglia. Quando assume forma patologica si chiama nostomania (v.). Per estens., stato d’animo melanconico, causato dal desiderio di persona lontana (o non più in vita) o di cosa non più posseduta, dal rimpianto di condizioni ormai passate, dall’aspirazione a uno stato diverso dall’attuale che si configura comunque lontano: n. degli amici, dell’affetto materno; n. della giovinezza lontana; n. dei tempi passati.

sarchiatura s. f. [der. di sarchiare]. – In agraria, l’operazione del sarchiare, consistente nel lavorare superficialmente la terra per 3-4 cm di profondità, con il sarchio, le zappe o le sarchiatrici, in modo da sminuzzare il terreno e attivare così la respirazione delle radici, attenuare l’evaporazione per capillarità e distruggere le malerbe; è utile soprattutto nei climi aridi e nei terreni più o meno sabbiosi, sia nelle colture erbacee sia in quelle legnose come vite, olivo, alberi da frutto.

smòrto agg. [part. pass. di smorire]. – 1. Che ha perduto il normale colorito del viso, acquistando per malattia, malessere, meraviglia o paura un pallore di morte: farsi, diventare smorto; avere il viso s. o essere s. in viso; Tutto di pièta e di paura smorto (Petrarca); per estens., riferito agli occhi, privo di vitalità o di vita, spento: avere l’occhio smorto. 2. a. estens. Di colori e di cose, che non hanno o non hanno più luminosità, vivacità e definitezza di tono: una tinta troppo s.; un rosso s.; questa stoffa, per un vestito primaverile, è un po’ troppo s.; un gran silenzio per la pianura s. e sassosa (Verga); la luna s. cala sul cielo velato (Deledda); un sole s., debole, che illumina e riscalda poco; ant., di metalli, non lucido, lavorato a superficie opaca: oro, argento smorto. b. fig. Privo di espressività, di vivacità; scolorito, scialbo: figure s., in un quadro o in un’opera letteraria; i paesaggi di quel pittore sono sempre un po’ s.; uno stile smorto. Dim. smortìccio, sempre con valore spreg. o riferito a cose sgradevoli: colore smorticcio.
(da: http://www.treccani.it/vocabolario)

stazzo s. m. [lat. statio «lo stare, dimora»]. – 1. Nella consuetudine della transumanza, lo spazio all’aperto dove si riunisce il bestiame durante la notte, costituito, per i bovini, da un recinto ovoidale o quadrangolare delimitato da un muricciolo di pietre a secco, per gli ovini da un recinto formato da reti di corde, diviso a volte in diversi scompartimenti secondo le categorie di animali: Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori Lascian gli s. e vanno verso il mare (D’Annunzio). 2. ant. Luogo di sosta o di dimora, in genere.
(da: http://www.treccani.it/vocabolario)

transumanza s. f. [dal fr. transhumance, der. di transhumer «transumare»]. – Complesso delle migrazioni stagionali su largo raggio territoriale, e con accentuato dislivello verticale, con cui animali di grossa o media taglia si spostano dalle regioni di pianura alle regioni di montagna e viceversa, spontaneamente o condottivi dall’uomo, percorrendo particolari vie naturali (tratturi) nelle regioni a economia poco sviluppata, trasportate su strade ordinarie con appositi autocarri nelle regioni più sviluppate.
(da: http://www.treccani.it/vocabolario)

Tremolar della marina

Il verso ‘conosce il tremolar della marina’ di D’Annunzio è già in Dante, Purgatorio, I, 117:

L’alba vinceva l’ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina

Parte quinta: attività assegnate

-         ascoltare testi poetici e canzoni per coglierne il significato, i temi, l’intenzione comunicativa
-         leggere testi poetici
-         riconoscere figure poetiche
-         imparare a memoria poesie
-         saper parafrasare testi poetici e canzoni
-         saper commentare oralmente
-         scrivere una parafrasi, un commento
-         confrontare testi diversi
-         produrre testi poetici simili
-         cercare informazioni biografiche sugli autori
-         stendere una relazione sul lavoro svolto


(foto: Pecore in transumanza a Limena, Limena, da via Ceresara, dicembre 2016)

(foto: Pecore in transumanza a Limena, Limena, da via Sabbadin, dicembre 2016)

lunedì 11 settembre 2017

Il romanzo di Caporetto e il giallo della morte del generale fucilatore

Il romanzo di Caporetto
e il giallo della morte
del generale fucilatore

 

Attorno alla disfatta italiana di cento anni fa si snoda il racconto di Paolo Malaguti in «Prima dell’alba»: romanzo corale sulla Grande Guerra, ma anche giallo che ricostruisce la morte di Andrea Graziani, l’alto ufficiale che mise al muro decine di soldati italiani per futili motivi. Tra fiction e realtà, la grande tragedia di una nazione
di Dino Messina
Il dramma di Caporetto spiegato in un romanzo. Ci ha provato con successo Paolo Malaguti in Prima dell’alba, un’opera narrativa appena edita da Neri Pozza (pagine 304, euro 17) che è dedicata alla memoria dell’artigliere Alessandro Ruffini, fucilato a Noventa il 3 novembre 1917, perché al passaggio di un generale non si era tolto il sigaro di bocca. Quel generale era il più severo di tutti, Andrea Graziani (foto sotto), al quale il comandante supremo Luigi Cadorna, con uno degli ultimi atti ufficiali prima di passare le consegne ad Armando Diaz, aveva dato l’incarico di coordinare e sovrintendere il movimento di sgombero. Un eufemismo con cui in linguaggio burocratico si chiamava la ritirata, o anche la fuga, di Caporetto.

La grande fuga

L’esercito italiano allo sbando incalzato da austriaci e tedeschi, forti di un nuovo tipo di mitragliatrice, di truppe liberate dal fronte orientale grazie all’armistizio con la Russia socialista, e, soprattutto, di un nuovo tipo di organizzazione. Alla superiorità tecnica e logistica dei crucchi si era aggiunta l’impreparazione dell’esercito italiano, colto dal nemico in posizione d’attacco quando un’attenta valutazione del momento avrebbe voluto le truppe in posizione difensiva. Attorno al 24 ottobre di cento anni fa, alcuni mesi prima e alcuni mesi dopo, quando austriaci e tedeschi dilagarono sino al Piave minacciando tutta la pianura padana, è costruito il romanzo di Malaguti, narratore non ancora quarantenne che nel 2016 è stato finalista al Premio Strega con La reliquia di Costantinopoli.

Il generale temuto

Prima dell’alba è un libro con una natura duplice. In parte è un romanzo corale che racconta la Grande Guerra dal basso (ciascuno dei 18 capitoli è dedicato a una vittima della repressione poliziesca, una delle facce del primo conflitto mondiale). In parte è un giallo, costruito attorno alla morte di Andrea Graziani, il severo generale temuto dalla truppa che dopo essere stato messo a riposo, era stato riabilitato dal fascismo e nominato luogotenente della Milizia volontaria. La stessa sorte toccata a Luigi Cadorna, che per volontà di Mussolini divenne Maresciallo d’Italia (toccando l’icona blu, l’«Extra degli Extra» con tutti gli Scaffali di storia di Dino Messina).

Quel tuffo dal treno

Graziani, nato a Bardolino nel 1864, durante uno dei periodici viaggi da Roma a Verona, la sera del 27 febbraio 1931, all’altezza di Calenzano, vicino a Firenze, cadde dalla carrozza di prima classe e fu ritrovato morto la mattina seguente a una certa distanza dai binari. Suicidio o omicidio? Il giudice Cosentino, incaricato delle indagini, aprì l’inchiesta al mattino e la chiusa la sera stessa, nonostante ci fossero molti dubbi che un vecchio carico di onori spiccasse un atletico salto da un treno in corsa per farla finita. Mussolini non voleva scandali attorno alla morte di quell’«eroe» della Prima Guerra Mondiale e fece intervenire l’Ovra per mettere tutto a tacere. Ma molti dubbi furono avanzati da subito e se ne trova una eco nella voce dedicata al generale pubblicata pochi mesi dopo l’accaduto dal Dizionario biografico degli italiani.

Italiani messi al muro

Prima di ricevere l’incarico di ispettore della ritirata, Andrea Graziani aveva avuto una carriera notevole. Si era distinto negli aiuti alle popolazioni durante i terremoti di Messina (1908) e della Marsica (1915) e da colonnello si era guadagnato i gradi di generale nella battaglia del Pasubio. Aveva una fama di militare capace e intransigente e per questo Cadorna gli aveva affidato quel delicato compito dopo la disfatta di Caporetto. Secondo i documenti aveva personalmente ordinato la fucilazione alle spalle di almeno trenta italiani. Non tutti disertori. Nella grande guerra, come hanno raccontato Enzo Forcella e Alberto Monticone in Plotone di esecuzione (Laterza), si poteva finire al muro solo per avere la divisa in disordine. Furono un migliaio i condannati a morte nella Grande Guerra. Ma a questa cifra bisogna aggiungere le vittime non registrate. Era consuetudine che per non dispiacere alle famiglie (e per mettersi al riparo da eventuali ricorsi) gli ufficiali attribuissero la causa di morte a una pallottola nemica o a una malattia. La madre di Alessandro Ruffini, il ragazzo di 24 anni che era già un veterano, fucilato perché si era messo sull’attenti con il sigaro in bocca, nell’immediato dopoguerra ebbe il coraggio di denunciare Andrea Graziani. Se ne trova traccia sugli articoli dell’Avanti!, ma risulta anche che il generale ammise le sue responsabilità e non venne in alcun modo perseguito (sotto, soldati tedeschi durante l’avanzata seguita allo sfondamento di Caporetto; nella foto sopra il titolo, la ritirata italiana).

Tra fiction e realtà

Paolo Malaguti ipotizza nel suo romanzo che la morte di Graziani abbia a che fare il suo comportamento al fronte. Vendetta dei famigliari, di un testimone delle esecuzioni? O di chi altro? Naturalmente non lo sveleremo per non togliere suspense alla lettura. Ma qui siamo nel campo della fiction. Nella realtà storica resta la figura controversa di Andrea Graziani, che tornò a dividere anche in anni recenti, quando gli amministratori del Comune di Valgatara, nel Veronese, tirarono fuori dalla cantine un busto del generale e lo posero accanto al monumento ai caduti. La statua venne buttata da ignoti dissidenti in fondo a un laghetto e recuperata mesi dopo.

I profughi veneti

Probabilmente non verrà mai risolto il mistero attorno alla morte di Andrea Graziani, da non confondere con il Rodolfo Graziani che fu ministro della guerra a Salò. Certo, bene ha fatto Paolo Malaguti a ricordarci questa pagina di storia e a raccontarci la ritirata di Caporetto dal basso, con una prosa avvincente che fa spesso ricorso al lessico di trincea. La lingua ci restituisce l’umore di un popolo, di un esercito composto al novanta per cento da contadini, che non fervevano certo d’ardore per la patria e impararono a caro prezzo l’italiano nel fango delle trincee. Per loro la «caramella» era l’ufficiale, il «corpo reali imboscati» era la croce rossa italiana, «passare al lampione» andare sotto processo, «re Pipetta» era il soprannome dato a Vittorio Emanuele III, chiamato anche «sciaboletta»; «reoplano abbattuto»”, il carabiniere ucciso per astio o vendetta, «trincea Cadorna», la trincea di prima linea particolarmente pericolosa. Malaguti in Prima dell’alba dedica molte pagine anche alle tante famiglie costrette a lasciare le loro case dall’avanzata nemica. Interi Paesi furono trasferiti lontano (Cismon del Grappa a Marsala, Enego dall’altopiano di Asiago in Calabria). Il sentimento nazionale si creò anche così: con la coabitazione forzata dopo la tragedia.
11 settembre 2017

giovedì 24 agosto 2017

Lingua. Punti, virgole e &... Errori (e scherzi) d'autore con la punteggiatura

Lingua. Punti, virgole e &... Errori (e scherzi) d'autore con la punteggiatura


Giacomo Gambassi mercoledì 23 agosto 2017
Dalla lineetta evidenziatrice di Foscolo ai sei puntini di sospensione di Manzoni. Oggi è boom sul web di punti esclamativi e interrogativi. L'analisi del linguista Massimo Arcangeli 
La lettera tratta dal film "Totò Peppino e la malafemmena"
(La lettera tratta dal film "Totò Peppino e la malafemmena")

«Punto, punto e virgola, un punto e un punto e virgola... Ma sì, fai vedere che abbondiamo. Abbondandis in abbondandum». Non si può che sorridere ogni volta che ci imbattiamo nella celebre sequenza della lettera tratta dal film Totò, Peppino e la... malafemmina in cui il principe della risata, per non apparire «provinciale», sparge a piene mani i segni che le grammatiche vogliono siano usati in ben altro modo. Però ha ragione Antonio De Curtis: la punteggiatura – come tutta la lingua – è anche gioco, invenzione, creatività. Non solo regole che comunque ci sono, vanno rispettate e soprattutto conosciute prima di poterle trasgredire.
Prendiamo Alessandro Manzoni che nei Promessi Sposi arriva a impiegare fino a sei puntini di sospensione (benché i manuali ne contemplino tre), mentre Carlo Emilio Gadda ne utilizza regolarmente quattro. O Ugo Foscolo che nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis inventa la lineetta evidenziatrice e quindi sovradimensionata rispetto all’originale. Ancora. Carlo Dossi ricorre a due virgole sovrapposte per trovare una via di mezzo fra la virgola e il punto e virgola, e come segno “emotivo” lancia la lineetta con il punto sottostante. E che cosa dire di Giuseppe Pontiggia che ama le parentesi vuote, cioè prive di contenuti, che si aprono e si chiudono in un rigo a loro dedicato? Oppure dei cinque nuovi punti introdotti da Hervé Bazin: d’amore (a forma di cuore), di persuasione e d’autorità (simili a una croce), d’acclamazione (che somiglia a un doppio punto esclamativo) e di dubbio (che pare una zeta mal riuscita)? Potere della fantasia che irrompe nella punteggiatura fino quasi a rasentare l’“errore d’autore”. Che però non è da segnare con la matita rossa.

«La lingua stimola la mente. E ciò vale anche per i segni di interpunzione che possono cambiare, essere reinventati o rivisti, assolvere a funzioni nuove, fino ad arrivare a creare “simboli visivi” come le emoticon e le emoji che nascono proprio da punti, virgole, parentesi assemblate assieme», spiega Massimo Arcangeli, docente di Linguistica italiana all’Università di Cagliari, che nel libro La solitudine del punto esclamativo (Il Saggiatore; pagine 336; euro 19) racconta passato, presente e futuro (prossimo) di tutti quei segni indispensabili nella scrittura. Guai però a ritenere che le fondamenta della punteggiatura possano essere scardinate su due piedi. «Una cosa è la novità frutto di un ragionamento originale e dell’uso consapevole e corretto della lingua, come ci insegnano scrittori e poeti. Tutt’altro è l’errore che qualcuno può tentare di spacciare per un tocco di freschezza e che invece va sanzionato senza se e senza ma», tiene a precisare Arcangeli.

Certo, i simboli presenti nei testi non vanno ritenuti di per sé immutabili. Pensiamo al punto. C’erano il punto fermo seguito dalla minuscola, il punto trafermo seguito dalla maiuscola, il punto fermissimo seguito dalla maiuscola divisa dal punto da una doppia spaziatura e il punto trafermissimo seguito dalla maiuscola nel rigo successivo. «Abbiamo perduto questa eccessiva raffinatezza e adesso ne utilizziamo soltanto uno», avverte il linguista. Comunque c’è chi, come Enrico Brizzi in Jack Frusciante è uscito dal gruppo, si è preso la licenza di aprire il capoverso con la minuscola dopo il punto. Un po’ come accade sulla Rete dove qualcosa sta mutando. «Ormai non sappiamo più se completare un sms o un periodo sui social network con un punto perché lo riteniamo superfluo – osserva Arcangeli –. Sicuramente è interessante notare come il punto fermo stia iniziando ad assumere un significato inconsueto: quando lo si mette, richiama un tono secco o magari irritato. Se, quindi, chiudo un messaggio con un punto fermo, può darsi che l’interlocutore mi consideri un po’ contrariato».

Più facile divertirsi (senza rischiare troppo di incorrere in abbagli) con parentesi, puntini, lineette e virgolette. «Sono segni “secondari” che ancora godono di uno status di relativa libertà. Ad esempio, possiamo scegliere fra le virgolette alte (“ e ”), i caporali (« e »), gli apici singoli (’). Oppure possiamo usare il trattino per introdurre un discorso diretto». Tormentato il passato della virgola. «Prima è stata una barra trasversale, poi ha assunto l’aspetto di un apostrofo – racconta lo studioso –. Del resto gli odierni segni di interpunzione sono il risultato di una sedimentazione di secoli che ha una delle radici nel Medioevo quando si impose la lettura silenziosa e poi nella stampa a caratteri mobili che ha portato a una regolarizzazione dell’intero sistema della punteggiatura». Oggi la virgola soffre. «In troppi la impiegano per separare il soggetto dal verbo: lo fanno perché la riducono a una pausa del parlato. Che non ha nulla di logico ma è soltanto nella mente di chi scrive». A rischio il punto e virgola. «Si tratta di un segno fondamentale che non è equiparabile al punto o alla virgola. Ha un ruolo di negoziazione intermedio che, tuttavia, si sta perdendo. E ciò è indice di impoverimento dell’italiano».

Invece ci sono simboli che conoscono un’autentica esplosione. Grazie a Internet e ai cellulari. Uno è il punto esclamativo. Sconosciuto agli antichi greci e romani, usato da Petrarca ma non per dare voce grafica alle manifestazioni di gioia o dolore, c’è stato chi lo avrebbe voluto chiamare punto “affettuoso”, “pathetico” o “ammirativo”. «Nell’angloamericano – nota il linguista – viene anche definito bang (botto, scoppio) o shriek (strillo, urlo). Fatto sta che oggi, in particolare sul web, i punti esclamativi sono spesso raddoppiati o triplicati. Lo stesso accade per i punti interrogativi. Non va dimenticato che era già stato proposto di usare insieme il punto esclamativo e quello interrogativo per rendere l’idea di una domanda che ha un’impronta di stupore. Non solo. Guardando alla lingua spagnola, Dossi usò il “doppio punto esclamativo o interrogativo”, ossia all’inizio e alla fine di una frase. In Francia, poi, a fine Ottocento il poeta Alcanter de Brahm concepì il “point d’ironie”, una specie di punto interrogativo allo specchio per marcare il tono di scherno e scherzo».

Ai segni di interpunzione si devono le “faccine” che con altre centinaia di “icone” costellano ormai messaggini, post o tweet. «Per riprodurre un sorriso – chiarisce Arcangeli – basta scrivere :-). Oppure per esprimere scetticismo ecco la formula :-/. Tutto questo è alla base di emoticon ed emoji che hanno riportato le immagini fra le righe». Il che non è una rivoluzione. Già nei manoscritti medievali comparivano le capocchie di chiodo per presentare una pausa ritmica di media durata; ha secoli di vita anche il cancelletto (#); oppure si può sperimentare lo slash (/), come ha fatto Alessandro Baricco nel romanzo City del 1999, per dare il senso dell’interruzione e della ripresa rapida. «L’insinuarsi di faccine e simili nel testo – sottolinea il docente – ci riporta ai codici miniati, riccamente decorati, e fa comprendere come oggi l’italiano sia sempre più condizionato non solo dall’oralità ma anche dal visivo. Siamo di fronte una scrittura contaminata dove si sostituisce la parola “casa” con l’immagine di un’abitazione. Una scrittura che sta recuperando in concretezza dopo aver puntato per secoli sull’astrattezza». È un pericolo? «Non dobbiamo demonizzare quanto sta avvenendo – conclude lo studioso –. Tuttavia, dal momento che stiamo attraversando una delicata fase di passaggio, questo processo va accompagnato. I giovani sono molto creativi sul fronte della lingua nuova o nuovissima ma è necessario aiutarli a comprendere l’importanza della tutela della memoria che può passare dai segni di interpunzione ma anche dal lessico».