giovedì 27 aprile 2017

Genocidio armeno e shoah

Il filo tragico che lega il genocidio armeno e la Shoah è l'Islampolitik

Ebrei e armeni, due popoli originali e tenaci, due minoranze assolute, costitutive dell’oriente e dell’occidente. Una mostra al memoriale della Shoah a Milano
Il filo tragico che lega il genocidio armeno e la Shoah è l'Islampolitik 
 
JUDEN UND ÜBERJUDEN, EBREI E SUPEREBREI. Questo titolo delirante, antisemita e – come si vedrà – antiarmeno, corrispose alla normalità della politica, della cultura e dell’informazione tedesca dagli anni Novanta del XIX secolo sino al nazismo. Ciò basti per comprendere l’importanza e la preziosità della grande mostra sul Genocidio Armeno, il Metz Yeghern, che oggi si inaugura al Memoriale della Shoah di Milano.

L’Islampolitik – economica, strategica e culturale – del Kaiser Guglielmo II normalizzò la stampa in chiave antiarmena e filoturca, adottando argomenti e stereotipi antisemiti contro questo antico popolo cristiano. Una delle poche eccezioni fu il Frankfurter Zeitung, quotidiano fondato da due ebrei tedeschi – L. Sonneman e H.B. Rosenthal – schieratosi in difesa degli armeni.

Nel 1913 – dopo i massacri degli armeni di Adana (1909) – l’ambasciatore tedesco Wangenheim, sostenne che quella dell’alleato turco era “la naturale reazione al sistema parassitario dell’economia armena. E’ noto che gli armeni sono gli ebrei di oriente”. E ancora: “Le attività economiche, che altrove sono portate avanti dagli ebrei, ossia la spoliazione dei poveri, sono qui condotte esclusivamente dagli armeni. Nemmeno gli ebrei sefarditi ivi residenti possono competere con loro”. Gli armeni, in pratica, erano peggiori persino di noi ebrei: si trattava di überjuden, “superebrei”!

L’Islampolitik si saldò con i provvedimenti omicidi del “sultano rosso”, il famigerato Sultano-Califfo Abdul Hamid II (1894-1896). Si ripropose poi, con silenzi, connivenze e collaborazioni con i Giovani Turchi nel corso del Genocidio Armeno. Ebbe, infine, un’ulteriore oscena riedizione con la sinergia tra Mussolini, Hitler e i vari movimenti jihadisti, che da allora saldarono all’islam politico innumerevoli elementi nazifascisti, divenuti pandemici sino a oggi.

Lewis Einstein, diplomatico ebreo dell’ambasciata Usa a Istanbul, nel 1917 scrisse da testimone oculare: “In questa guerra di orrori, l’annientamento degli armeni deve rimanere l’orrore supremo. Niente ha eguagliato la distruzione pianificata di un popolo, né i burocrati tedeschi possono facilmente sfuggire alla loro terribile parte di responsabilità per la loro acquiescenza in questo crimine”. Una testimonianza giunge anche dai fratelli Aaronsohn, fieri sionisti, residenti all’epoca dei fatti in Eretz Israel. Aaron Aaronsohn, insigne agronomo e fondatore della rete di spionaggio NILI a favore degli Alleati dell’Intesa, così si espresse nel suo Memorandum (1916): “Centinaia di corpi di uomini, donne e bambini su entrambi i lati della ferrovia e cani che si cibavano di questi cadaveri umani”. E ancora: “Il popolo armeno, una delle componenti più parche e più industriose dell’impero turco, se non addirittura la più parca e la più industriosa – e, badate bene, è un ebreo a dare questa patente – è ora un popolo di mendicanti affamati e calpestati. L’integrità delle vite familiari è andata distrutta, i suoi uomini sono stati uccisi, i suoi bambini, maschi e femmine, fatti schiavi nelle case private dei turchi, per compiacere vizi e depravazioni, questo è diventato il popolo armeno in Turchia”. Concluse: “I massacri armeni sono frutto dell’azione pianificata con cura dai turchi, e i tedeschi certamente dovranno condividere per sempre con loro l’infamia di questa azione”.

Ebrei e armeni, due popoli originali e tenaci, esigui quanto a numeri; due minoranze assolute, costitutive sia dell’oriente sia dell’occidente, a cavallo di entrambi i mondi. Una miscela sufficiente per risultare incomprensibili e persino alieni ai più, con antiche, reiterate e violente accuse di “doppia fedeltà” o di tradimento. Questa la sorte, spesso simile, di entrambi.

Nei secoli, armeni ed ebrei hanno egualmente sperimentato, pur da diverse prospettive, la perdita della sovranità nazionale; l’asservimento ad altre potenze e culture; la dhimmitudine; la diaspora; delazioni, massacri, deportazioni ferroviarie, marce della morte e l’annientamento genocidario; la rinascita culturale e politica della propria Nazione sopravvissuta; due diversi negazionismi. In entrambi i popoli la moderna rinascenza culturale è stata preceduta, sollecitata e accompagnata dal risorgimento linguistico e letterario, rispettivamente dell’ebraico e dell’armeno.

Nell’imperversare del Metz Yeghern degli ebrei salvarono degli armeni; nel corso della Shoah degli armeni salvarono degli ebrei. Non è quindi un caso che l’inventore del lemma “genocidio”, il grande pensatore e giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, lungamente abbia meditato anzitutto proprio sulla tragedia sofferta dagli armeni. Henry Morgenthau, in particolare, ebreo e ambasciatore americano presso la Sublime Porta, fu il promotore della prima operazione umanitaria del XX secolo, la Near East Relief, che con un’enorme raccolta fondi – ammontante nel 1922 attorno ai 226 milioni di dollari – salvò le vite di molti armeni, soprattutto bambini (i bambini salvati tra il 1915 e il 1930 furono circa 132 mila, di cui sessantamila armeni).

La passione genocidaria tedesca portò a tre genocidi nel corso del XX secolo: quello africano, in Namibia, degli Herero e dei Nama (1904-1907); il Metz Yeghern (1915-1922) e la Shoah (1939-1945). Negli ultimi due casi, l’islam fu purtroppo ampiamente e attivamente coinvolto. L’istituto della dhimma, con i suoi squilibri e instabilità, le sue contraddizioni e la sua crudele subordinazione, servì a sostenere e giustificare, tra gli altri, i Massacri Hamidiani prima e il Genocidio Armeno poi.

A parte il grande Johannes Lepsius – teologo protestante testimone del genocidio, che lottò strenuamente per gli armeni, difendendoli – e pochi altri, la chiesa luterana tedesca sposò la causa del Kaiser, come precedentemente – nel corso del genocidio degli Herero e dei Nama – poco ebbe a obiettare e come, successivamente, trovò ampie sue frange sostenitrici del nazismo.

Non è un caso che nel 1933 lo scrittore ebreo Franz Werfel, amico di Kafka, abbia scritto il suo libro di maggior successo, I Quaranta Giorni del Mussa Dagh, tributo imperituro al genocidio patito dagli armeni, i cui bambini orfani vide in medio oriente. L’opera di Werfel divenne fuorilegge in Germania nel 1934. Per comprendere il ruolo “iconico” che il Genocidio Armeno ebbe per i nazisti, va evidenziato che per le SS SchwarzeKorps il libro fu il frutto indigesto dell’“ebraismo armeno degli Stati Uniti”!

La Germania guglielmina fu il paese culturalmente più vivace dell’occidente, cosicché per ben tre occasioni il genocidio si è accompagnato alla modernità e alla civiltà raffinata. Quella tedesca fu una cultura filosofica e musicale; nelle facoltà tedesche filosofia e teologia, da secoli, si alimentavano vicendevolmente. Una metastasi letale e omicida è dunque latente nel pensiero filosofico, politico e teologico che da Lutero, passando per gli Idealisti, arrivò a Friedrich Naumann – tra i padri della Repubblica di Weimar –, Adolf Von Harnack, Carl Schmitt e Martin Heidegger.

Fu così – tra acquiescenze germaniche, aguzzini turchi e curdi e, non da ultimo, jihad- che 1.500.000 armeni furono perseguitati e trucidati, assieme a centinaia di migliaia di vite di cristiani assiri, di greci del Ponto e di altre confessioni cristiane orientali minoritarie. Terribili furono le sofferenze patite dalle donne e dai bambini armeni, con riduzioni in schiavitù e compravendita di esseri umani nei mercati, islamizzazioni forzate, sevizie e persino crocifissioni.

Si sarà compreso che Genocidio Armeno e Shoah sono inquietantemente collegati a doppio filo. Né il Metz Yeghern né la Shoah si prestano in alcun modo a ermeneutiche generalizzanti – e quindi dissolventi – ma richiedono sorvegliata serietà. Qualsiasi indebita generalizzazione falsa la storia e il pensiero. Per non perderne la comprensione e l’unicità, bisogna considerarli connessi, come avvenne.

Ci sono alcuni fatti atroci occorsi ad armeni ed ebrei che equivalgono ad altrettante tremende rivelazioni sull’umanità dell’essere umano, che può scegliere di essere demone e facilmente educare altri in tal senso.

Vi è tuttavia un fatto positivo, enorme per la forza della sua testimonianza, mai sufficientemente assunto, ricordato e portato a pensiero, talora persino oscurato: il popolo Armeno e il popolo di Israele non hanno smarrito, pur provata, piagata e scossa, la loro fede nel Signore Dio.

mercoledì 26 aprile 2017

Troppi Gattopardi nell'Italia «postfascista»

Storia. Troppi Gattopardi nell'Italia «postfascista»


Franco Cardini mercoledì 26 aprile 2017
Davide Conti rilegge alcune figure di "uomini del Duce" che furono poi molto attivi nella neonata Repubblica come prefetti, questori agenti segreti e ministri
Benito Mussolini passa in rassegna un reparto di legionari della Guardia Nazionale (ottobre 1944)
Benito Mussolini passa in rassegna un reparto di legionari della Guardia Nazionale (ottobre 1944)

Il bello studio di Davide Conti, Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana (Einaudi. Pagine 271. Euro 30,00), edito grazie al sostegno dell’Associazione nazionale Perseguitati politici antifascisti, fornisce ulteriore, abbondante materiale alla storia del nostro paese nel difficile periodo tra immediato anteguerra e immediato dopoguerra e invita a molte riflessioni: storiche e politiche certo, ma anche morali. Storico, consulente dell’Archivio storico del Senato, esperto nei problemi dell’occupazione italiana nei Balcani, del movimento partigiano e del neofascismo, Conti conosce e utilizza una letteratura storica e documentaria molto ampia per ricostruire – non asetticamente, al contrario con viva partecipazione, ma anche con molta onestà scientifica – alcuni profili di personaggi forse 'minori', ma tuttavia qualificati e qualificanti, di prefetti, dirigenti di polizia e alti ufficiali dell’esercito che durante il secondo conflitto mondiale, nell’esercizio delle loro funzioni, furono responsabili di atti in seguito ai quali furono accusati da parte dei vincitori e di parecchi stati invasi – Francia, Grecia, Jugoslavia e Albania – di crimini di guerra o contro l’umanità. Non è detto che queste accuse fossero tutte e sempre giustificate, né Conti lo afferma: egli si limita a sottolineare come nessuno degli accusati (a differenza di quel che è avvenuto in altri paesi, dalla Germania alla Francia all’Ungheria alla Croazia, nei confronti sia degli occupanti nazisti sia dei loro alleati collaborazionisti) «venne mai processato in Italia o effettivamente epurato, nessuno fu mai estradato all’estero o giudicato da tribunali internazionali, tutti furono reinseriti negli apparati dello Stato postfascista con ruoli di primo piano, divenendo questori, prefetti, capi dei servizi segreti,deputati e ministri della neonata Repubblica democratica».

Il che, aggiunge l’Autore, equivale non a più o meno casuali e maldestre eccezioni bensì, piuttosto, alla regola del passaggio dal regime fascista all’ultimo scorcio della monarchia alla repubblica che in effetti si usa definire, prudentemente, “postfascista”. Delle due parti che compongono il libro, la prima esamina quattro casi di funzionari di polizia o dei 'servizi'; la seconda, tre casi di alti ufficiali. La conclusione è sintomaticamente dedicata al “processo Roatta” e alla crisi di quell’epurazione antifascista che aveva del resto avuto, com’è noto, vicende ambigue e contraddittorie fino dal suo debutto. In un paese nel quale il trasformismo è cronico e anzi è ormai diventato un “carattere originale” (come dice un personaggio del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, «bisogna che tutto cambi perché tutto resti come prima»), era in effetti difficile capire chi avrebbe dovuto effettivamente essere epurato e chi aveva autentici titoli per poter sostenere il ruolo dell’epuratore. Del resto “ragione di stato”, “interesse nazionale” e spesso pressioni da parte dei servizi statunitensi che vedevano in alcuni ex-fascisti dei buoni e competenti collaboratori della causa anticomunista nel clima della “guerra fredda” contribuirono alle più o meno tacite sanatorie. Né va dimenticato mai, peraltro, che per esser giudicati per esempio “criminali di guerra” occorre fra gli altri un requisito fondamentale: l’aver militato nel campo degli sconfitti. Se fosse stato possibile un redde rationemequo, i banchi degli imputati sarebbero stati gremiti anche di vincitori, talora “eccellenti”.

Ma un tribunale di Norimberga del genere lo presiederà soltanto Iddio, a tempo debito. E ciò vale soprattutto – ma non solo – a proposito di personaggi e di episodi evocati da Conti: il quale è un po’ troppo indulgente quando allude ad argomenti come il comportamento dei partigiani in Jugoslavia Nel libro di Conti, ecco sfilare dinanzi a noi volti e personaggi magari dimenticati, ma che ci riconducono ai giorni più drammatici della guerra e del dopoguerra, dal 25 luglio del ’43 alla strage di Portella della Ginestra alle repressioni delle manifestazioni operaie ordinate da Scelba. Si tratta degli ispettori di polizia Ettore Messana e Ciro Verdiani, del colonnello dei carabinieri Ugo Luca, dei generali Giovanni Messe, Taddeo Orlando, Adolfo Infante, Gastone Gambara, Giuseppe Pièche e Pirzio Biroli, dei prefetti Giovanni Ravalli e Temistocle Testa, del capo della squadra mobile di Roma Rosario Barranco, fino a un esponente della Resistenza milanese nel ’44-’45 come il più tardi ministro Achille Marazza. I casi individuati da Conti rientrano tutti in un quadro più ampio e intricato: quello dell’integrazione reciproca ancorché imperfetta e squilibrata, negli anni del regime fascista, tra organi dello Stato, istituzioni politiche e società civile. Il problema non è soltanto italiano: se in Germania, dove il governo nazionalsocialista durò appena dodici anni dei quali ben la metà in situazione di guerra, poteva essere relativamente facile enucleare con sicurezza le responsabilità, i quasi vent’anni di pieno governo fascista – dal ’25 al ’43 – determinarono un avanzato processo di simbiosi fra Stato, partito, forze armate, apparato burocratico e amministrativo, magistratura, scuola, cultura, università, finanza, banche, imprenditori, stampa.

Qualcuno si oppose apertamente e prese la strada dell’esilio; altri andarono in carcere o al confino; molti tacquero e si adeguarono, moltissimi accordarono il loro più o meno incondizionato successo al regime e alle sue scelte o per opportunismo finsero di farlo. I poliziotti e i generali messi in fila da Conti vanno a ingrossare le immense schiere di politici, militari, amministratori, imprenditori, professionisti, studiosi, intellettuali, ma anche della gente qualunque passata dall’indifferenza al consenso verso il fascismo e poi alla delusione, all’indignazione, alla paura, alla resistenza armata o al collaborazionismo, ovvero all’ambigua permanenza nell’ombra o al più o meno disinvolto “cambio di casacca”. Il fascismo non fu una “invasione degli Hyksos” nella vita civile italiana: anzi, per molti tratti fu italianissimo. Il consenso vi fu, in parte coatto ma comunque molto esteso. Qualcuno si è indignato perché a Palazzo Chigi, tra ritratti dei capi di governo dello Stato italiano, c’è tuttora anche quello del Duce. Il fatto è ch’egli fu per ventun anni primo ministro legittimato dall’autorità del Capo dello Stato: si può biasimare ma non si può negare. Che poi l’uomo della violenza squadristica, delle leggi razziali e dell’alleanza con Hitler sia il medesimo delle bonifiche, delle massicce opere pubbliche, della Conciliazione, del superamento della crisi socioeconomica del ’29, dell’intenso sviluppo dello Stato sociale e della spregiudicata politica culturale, appartiene alla complessità della storia. L’historically correct non esiste, non è mai esistito.

martedì 18 aprile 2017

Il "Mein Kampf" in italiano, un'edizione anti-fake news


Il "Mein Kampf" in italiano, un'edizione anti-fake news

Dopo la Germania esce anche da noi il libro di Hitler in una versione ricca di apparati critici, a cura dell'associazione "Free Ebrei". Utile per capire le radici di tutti i populismi




ADOLF Hitler continua a tormentare la coscienza europea. Anzi col passare dei decenni aumentano anziché diminuire gli interrogativi attorno a quello che appare sempre più un enigma storico, nonostante studi e ricerche sulla sua figura e sul movimento da lui guidato riempiano intere biblioteche. Proprio come aveva profeticamente intuito Salvator Dalí intitolando un suo quadro del 1939 "El enigma de Hitler". Il capo politico - vera e propria incarnazione del "male assoluto" - che nel giro di pochissimi anni fu capace di trascinare nella barbarie la Germania provocando la più traumatica frattura di civiltà dell'epoca moderna, sulla cui luciferina pericolosità i suoi contemporanei presero un abbaglio catastrofico commettendo un tragico errore di sottovalutazione, ci costringe sempre di nuovo a decifrare cause e dinamiche di un fenomeno politico evidentemente impossibile da storicizzare. Di più. Le inquietanti dinamiche dell'odierna crisi epocale che sta sconvolgendo i paradigmi culturali e geopolitici dell'Occidente impongono un supplemento d'indagine non solo sulle modalità storico-politiche che consentirono la presa del potere ma soprattutto un'analisi critica dei lemmi del messaggio grazie al quale Hitler riuscì a "convertire" una nazione al suo programma di odio e di violenza.

Occorre esaminare, dunque, le parole di quella Lingua Tertii Imperii - questo il titolo della magistrale indagine condotta da Victor Klemperer (Giuntina, 2008) - grazie alla quale Hitler e il regime nazista riuscirono, con l'obiettivo politico di manipolare le masse, ad asservire il pensiero stesso e la cultura di un intero popolo. A cominciare da Martin Heidegger. "Spero molto che tu faccia i conti in modo approfondito con il libro di Hitler", questa la calda esortazione rivolta dal filosofo al fratello Fritz in una lettera del 1931: "Che questo individuo abbia e abbia avuto uno straordinario e sicuro istinto politico quando tutti noi avevamo ancora la testa annebbiata, questo non lo può negare nessun individuo ragionevole (...) Non si tratta più di politica partitica ma della salvezza o del tramonto dell'Europa e della cultura occidentale".

Per questo va salutato come un importante avvenimento politico-culturale la pubblicazione in italiano di una edizione finalmente critica del Mein Kampf (Adolf Hitler: La mia battaglia , Free Ebrei edizioni, da domani acquistabile online sulle principali piattaforme in formato digitale e cartaceo) curata da Vincenzo Pinto, studioso del sionismo e dell'antisemitismo. Free Ebrei è un'associazione nata nella primavera del 2012 come sito d'informazione, per promuovere lo studio e la comprensione dell'identità ebraica: La mia battaglia inaugura la loro collana editoriale "Documenti". A questo volume, introdotto da un saggio dello storico britannico Richard Overy, farà seguito un secondo nel quale autori italiani e stranieri approfondiranno i principali problemi del Mein Kampf e lo stesso curatore ripercorrerà criticamente la vicenda delle precedenti traduzioni italiane (alcune ancora presenti nelle librerie online, mentre lo scorso anno il testo è stato distribuito in edicola, tra le polemiche, dal quotidiano Il Giornale ).

Come si ricorderà lo scorso anno, a cura dell'Istituto di storia contemporanea di Monaco di Baviera, era apparsa una edizione storico-critica del Mein Kampf (diventata poi bestseller): una scelta editoriale, quella degli storici tedeschi che ha sollevato nell'opinione pubblica, e non solo in Germania, un dibattito molto acceso, nel quale le valutazioni positive hanno ampiamente prevalso. Anche se non sono mancate autorevoli voci di dissenso come quella del britannico Jeremy Adler, studioso della letteratura della Shoah. Questa edizione italiana, che tiene ovviamente conto di quella tedesca, è la prima che appare in un paese dell'Europa occidentale (in Francia è prevista una edizione per l'anno prossimo presso l'editore Fayard, mentre in Inghilterra verrà pubblicata una traduzione integrale dell'edizione tedesca), ed è accompagnata da un imponente apparato storico-critico pensato non solo per una cerchia ristretta di specialisti, ma anche a scopi didattici. Infatti il lettore avrà a disposizione non solo una minuziosa cronologia della vita di Hitler fino al 1926, anno in cui apparve il secondo volume de La mia battaglia , ma anche un notevole glossario e un completo indice dei nomi. Inoltre ognuno dei 27 capitoli in cui è suddiviso il Mein Kampf viene introdotto da una sinossi contenente genesi, riassunto, analisi, parole chiave, bibliografia e un approfondimento in due sezioni: analisi retorica e analisi storico-culturale.

A parere del curatore Vincenzo Pinto, la cultura italiana "non ha ritenuto l'opera degna di rilevanza, finendo per mitizzare un testo molto disprezzato e sottovalutato", commettendo lo stesso errore compiuto dalla Germania di Weimar che lo fece oggetto di feroci stroncature: un libro "noioso, confuso, scritto male e fumoso" lo definì un recensore, mentre un altro parlò di "un guazzabuglio di frasi costruite male oppure sbagliate dal punto di vista grammaticale, che non ha alcun valore intellettuale". Contro tale superficiale e autolesionistico atteggiamento di colpevole incomprensione, La mia battaglia intende guardare in faccia l'incarnazione del "male" scoprendo che non è né metafisico né folle ma terribilmente "umano, troppo umano".

Niente esoterismo, niente magia, dunque. Hitler ha usato l'ebreo per creare il suo movimento populista facendo dell'ebreo il "nemico" della civiltà occidentale. Per riuscire a "scardinare in profondità il meccanismo retorico che alimenta il messaggio hitleriano", come spiega Pinto, esso va vivisezionato. Hitler e come lui anche altri politici populisti non possono essere "compresi attraverso una logica deduttiva o induttiva, semmai serve quella abduttiva", "nel senso indicato filosoficamente da Charles S. Peirce, elaborato storicamente da Carlo Ginzburg e semanticamente da Umberto Eco". Scopriremo così che l'antisemitismo di Hitler non è un semplice assioma del nazionalsocialismo, né il prodotto (più o meno distorto) di singoli episodi della vita reale. È invece "la deduzione "a ritroso" del medico detective che analizza i "presagi": i sintomi di decadenza fisica e morale lo portano a "scoprire" una "malattia" più profonda che va "giustificata" sul campo. Qui sta la grande forza del mito nazionalsocialista nelle democrazie di massa, ma anche la sua intrinseca debolezza: è l'espressione di un sentimento atavico (il bisogno di un capro espiatorio) che può essere risvegliato, ma che può anche essere messo a tacere dalle armi dei "semplici" fatti".

Nel saggio intitolato La tecnica dei nostri miti politici - l'ultimo scritto prima di morire nel 1945, nel suo esilio americano - Ernst Cassirer sostiene che nel periodo tra le due guerre mondiali sarebbe avvenuto non solo un mutamento radicale nelle forme della vita politica e sociale ma anche una completa trasformazione nelle forme del pensiero politico giacché "il tratto forse di maggior rilievo, ed è insieme il più allarmante, nell'evoluzione della nostra vita politica è il sorgere improvviso di un nuovo potere: il potere del
pensiero mitico". Una diagnosi stilata dal grande pensatore tedesco per decifrare l'enigma Hitler e più in genere il fenomeno del totalitarismo, e che suona terribilmente attuale in un mondo in cui l'agire politico è dominato da un nuovo potere: quello delle fake news.

Vecio parlare



Vecio parlare
(traduzione in limenese da Filò, di Andrea Zanzotto)
“Amare vuol dire ascoltare, e leggere vale più di scrivere; se proprio si vuole prendere la penna, meglio tradurre” (C. Magris, Un altro mare)


Vecio parlare, che te ghe inte ‘l to saore
Na s’cianta del late de Eva,
vecio parlare che no so pì,
che te me si spario
dì par dì ne ‘a boca (e no te me basti);
che te si canbià co a me facia
co ‘a me pee ano par ano;
parlare poareto, da poareti, ma s’ceto,
fisso e pien come na brancà
de fen ‘pena tajà col falsin
(parchè no te basti?)
Noni e pupà i zhe ‘ndai, quei che te conosea,
none e mame e zhe ‘ndae, quee che te inventava,
novo parlare, sconto da senpre
Dentro ogni fioeo ‘pena nato tra i stenti,
i sighi del parto, ea fame e l’afano.
Me dà fastidio girare in mezo a ‘sti ruinassi
De ti, de mi. Dal dente cagnin del tenpo
Inte ‘l piato avanzhi no ghe ne resta, e manco
De tuto i zhimiteri: goi da dirte zhimitero?
Zhe vero che no poe pì esseghe ‘romai
Nessun parlare de nene-none-mame?
I dizhe che ai putei ghe fa mae el primo parlare
I grandi maestri eo  sconsilia.
Zhe vero che scrivarte,
vecio parlare, zhe on sforzho massa grando, on mae
anca par mi (…)?
Ma intanto girando pai marcai
O ‘ndando pai campi e rive e ‘e zhope (…)
Da juste boche te sento. Mi go perso a strada,
go perso a pèca,
so ‘nda massa distante
anca stando inpiantà qua
e a poesia no a zhe in nessuna lengua
in nessun posto o a zhe el s’ciocare del fogo
che ‘l fa tremare tute ‘e fondamenta
inte ‘a gran laguna, inte ‘a gran lacuna
…
Ma ti, vecio parlare, resisti
E anca se i omeni te desmentegarà
Senzha incorsese, ghe sarà doman dei osei
-soeo do o tri osei-
Scanpai dai spari e dal mazheo
Là in fondo sora l’ultima rama
In cao dee zhiese e dei prà,
osei che te ga inparà da tanto
e che i continuarà a parlarte
inte ‘l sol e inte l’ombria.

L’ora se stua inte ‘a zhenare del scaldin,
l’è l’ora de ‘ndare via, de ‘assare el caldin.
Ma da ‘ste quattro bronzhe de qua zo,
dai fià dei fiò de qua zo,
se i fii, se i fii
dell’insognarse e rajonare tra eori se fiarà,
là su, là torno el sventoeare de ‘e stee
se inpizharà i nostri mie parlari e pensari novi
inte on parlare che sarà uno par tuti,
fondo come on basare,
verto so el ciaro e so el scuro,
davanti a ea menara inpiantà inte ‘l scuro
col so tajo ciaro, ‘pena gussà da senpre.
…
(Note, note; el filò l’è finio)


(libera traduzione e interpretazione da Filò di Andrea Zanzotto, nella lingua parlata qua a Limena ancora (?) tra la Porra e il Brenta; in Simboliriche, di Bruno Trevellin)

Vecchio parlare, che hai dentro il tuo sapore/un po' del latte di Eva,/vecchio parlare che non conosco più,/ che mi sei sparito/giorno per giorno nella bocca (e non mi basti);/che sei cambiato con la mia faccia/con la mia pelle anno dopo anno;/parlare povero, da poveri, ma schietto,/fisso e pieno come una brancata/di fieno appena tagliato con il falcetto/(perché non mi basti?)/Nonni e papà se ne sono andati, quelli che ti conoscevano,/nonne e mamme se ne sono andate, quelle che ti inventavano,/nuovo parlare nascosto da sempre/dentro ogni figlio appena nato tra gli stenti/le urla del parto, la fame e l’affanno./Mi dà fastidio girare in mezzo a queste rovine/di te, di me. Dal dente canino del tempo/nel piatto avanzi non ne restano e meno/di tutto i cimiteri: devo chiamarti cimitero?/E’ vero che non può più esserci ormai/nessun parlare di nenne-nonne-mamme?/Dicono che ai bimbi fa male la prima parlata/i grandi maestri lo sconsigliano./E’ vero che scriverti,/vecchio parlare, è uno sforzo troppo grande, un male/anche per me?/… ma intanto girando tra i mercati/o andando per i campi e le rive e le zolle/da giuste bocche ti sento. Io ho perso la strada,/ho perso la traccia,/sono andato troppo lontano/pur rimanendo piantato qua/e la poesia non è in nessuna lingua/in nessun posto oppure è lo scoppiettare del fuoco/che fa tremare tutte le fondamenta/dentro la grande laguna, dentro la grande lacuna/Ma tu, vecchio parlare, resisti/e anche se gli uomini ti dimenticheranno/senza accorgersene, ci saranno domani degli uccelli/-solo due o tre uccelli-/scampati dagli spari e dal macello/là in fondo sull’ultimo ramo/all’inizio delle siepi o dei prati,/uccelli che ti hanno appreso da tanto tempo/e che continueranno a parlarti/dentro il sole e dentro l’ombra./L’ora si va spegnendo dentro la cenere dello scaldino,/ è l’ora di andare via, di lasciare il calduccio./Ma da queste quattro braci di quaggiù/dai fiati dei filò di quaggiù,/se i fili, se i fili/del sognare e del ragionare si fileranno tra loro,/lassù, là attorno allo sventolio delle stelle/si accenderanno le nostre mille parlate e i nostri pensieri nuovi/in una parlata che sarà una per tutti,/profonda come un baciare,/aperta sul chiaro e sullo scuro,/davanti alla mannaia piantata nell’oscurità/con il suo taglio scuro/appena affilata da sempre./…(Buona notte, buona notte; il filò è finito)

sabato 15 aprile 2017

La lezione di don Milani. In guerra o al supermercato ognuno di noi è responsabile

La lezione di don Milani. In guerra o al supermercato ognuno di noi è responsabile


Francesco Gesualdi venerdì 14 aprile 2017
Obiezione, consumo critico, finanza etica: ecco l'«I care». Come non sostenere pratiche inaccettabili
Don Lorenzo Milani
Don Lorenzo Milani
Oltre che scuola di inclusione, solidarietà, cittadinanza, Barbiana era anche luogo di socialità. Soprattutto la domenica, l’aula si affollava dei nostri genitori che raccontavano i loro problemi, gli scontri avuti con i proprietari, le angherie subite. Ogni volta il Priore (così chiamavamo il nostro maestro Lorenzo Milani) ne approfittava per farci una lezione sui meccanismi del dominio e trovare, insieme a noi, strade per ripristinare la dignità. Perciò Barbiana era anche scuola di politica che insegnava come reagire di fronte ai soprusi. In questo contesto, una domenica pomeriggio del mese di febbraio 1965, un amico ci portò un articolo della Nazione contenente il comunicato stampa dei cappellani militari che definiva l’obiezione di coscienza «un insulto alla patria, estranea al comandamento cristiano dell’amore; espressione di viltà'». Al Priore questi giudizi parvero, a loro volta, semplicemente degli insulti e dopo un pomeriggio di dibattito collettivo, maturò l’idea di rispondere con una lettera aperta. I piani di risposta potevano essere tanti, ma da scuola laica come eravamo, decidemmo di concentrarci sulla prima accusa, quella che definiva l’obiezione di coscienza un insulto alla patria. Utilizzando i nostri libri di storia, passammo al vaglio le guerre fatte dall’Italia dopo il 1860, per capire se erano in linea con l’articolo 11 della Costituzione in base al quale «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli». Purtroppo risultarono tutte aggressive, per cui chiedemmo, per ognuna di esse, se la patria si serviva obbedendo o disobbedendo.
Ravvisandovi incitamento alla diserzione e vilipendio alle forze armate, un gruppo di excombattenti denunciò la lettera per apologia di reato. Nel giro di pochi mesi venne fissata la prima udienza, ma poiché il Priore era gravemente malato invece di presentarsi, scrisse la sua autodifesa sotto forma di Lettera ai giudici. Molti interpretarono la sua lettera come una richiesta di legalizzazione dell’obiezione di coscienza, in realtà è una lezione di educazione civica e morale. L’obiettivo di Lorenzo non è difendere un diritto individuale, ma promuovere un progresso collettivo. Non gli interessa tanto il diritto soggettivo di chi ha sviluppato certe sensibilità, quanto il miglioramento di tutta la società, per permettere a tutti di vivere in pace, giustizia e dignità. Lorenzo sa che il volto della società dipende dalle leggi, per cui cerca strade per fare cambiare quelle sbagliate. Nel ventaglio delle iniziative possibili include la disobbedienza perché sa che la non collaborazione ha una grande forza di persuasione: «In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. (…) E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede».
Più avanti nel testo, Lorenzo richiama la necessità di saper disobbedire anche in ambiti diversi da quello della legge, ma ci mette in guardia contro lo smarrimento morale dell’uomo moderno che ha perso la percezione del bene e del male a causa della frammentazione dei ruoli. Come esempio cita l’atomica su Hiroshima: «Il delitto ha richiesto qualche migliaio di corresponsabili , ma ognuno ha tacitato la propria coscienza fingendo a se stesso che quella cifra andasse a denominatore (…) Così siamo giunti all’assurdo che l’uomo delle caverne se dava una randellata sapeva di fare male e si pentiva. L’aviere dell’era atomica riempie il serbatoio che poco dopo disintegrerà 200.000 giapponesi e non si pente». Ed ecco la conclusione: «C’è un solo modo per uscire da questo macabro gioco di parole. Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno responsabile di tutto».
Il principio che Lorenzo ci chiede di applicare è quello della responsabilità in solido, che vale non solo in ambito militare ma in ogni momento della nostra vita collettiva. Il rischio di renderci complici di situazioni intollerabili, infatti, sussiste non solo in guerra, ma anche in banca e al supermercato. Tutti sanno che dietro ai nostri consumi si possono nascondere sfruttamento del lavoro, violazione dei diritti umani, degrado dell’ambiente. Sappiamo anche che dietro alle banche si possono nascondere finanziamento del commercio d’armi, fuga di capitali nei paradisi fiscali, riciclaggio di denaro sporco. Quanto più compriamo alla cieca o scegliamo la nostra banca solo in base al tasso di interesse, tanto più rischiamo di sostenere pratiche inaccettabili. Se invece ci informiamo prima di agire e ci comportiamo secondo criteri sociali e ambientali, possiamo spingere le imprese verso un’altra economia.
Il che conferma che il sistema è come la statua di Nabucodonosor: all’apparenza forte, nei fatti debole perché ha i piedi di argilla. Quei piedi siamo noi, e sta a noi stabilire se vogliamo trasformarci in un ammasso duro che mette il potere in sicurezza o in una fanghiglia scivolosa che lo fa cadere giù. La differenza la facciamo col nostro comportamento: lo rafforziamo obbedendo alla cieca, lo condizioniamo informandoci e agendo di conseguenza. Ecco l’importanza del consumo critico, della finanza etica, della sobrietà e di tutti gli altri comportamenti responsabili sollecitati anche dalla Laudato si’. Per concludere, se vogliamo raccogliere il messaggio di Lorenzo, dobbiamo fare trionfare l’«I care» sull’indifferenza. Dobbiamo avere la capacità di rapportarci con i problemi del nostro tempo, le guerre, la crescente disuguaglianza a livello planetario, il degrado del pianeta, le migrazioni forzate, chiedendoci sempre cosa possiamo fare, a partire dalla nostra quotidianità fino alle vette più alte della politica. Con un’avvertenza: lasciamoci guidare sempre da ciò che è più vero, più corretto, più giusto, mai dalla convenienza. Lorenzo faceva così.

venerdì 14 aprile 2017

Leopardi: la bellezza, l’infinito e le stelle



Leopardi: la bellezza, l’infinito e le stelle
Da poeta del pessimismo, come ce l’ha sempre presentato la scuola, a cercatore di bellezza e di felicità

Attività di approfondimento sulle sue più note poesie lette con l’aiuto di D’Avenia, Baricco e Giussani nella classe 3 A (prof. Bruno Trevellin)
Come si fa a uscire dalla terza media senza sapere, a memoria, L’Infinito? Senza conoscere A Silvia o Il canto del pastore errante dell’Asia?

(L’Infinito, primo e secondo manoscritto)

Introduzione.
Van Gogh: “La speranza è nelle stelle”
Einstein: “Voglio sapere come Dio creò questo mondo. Voglio conoscere i suoi pensieri; in quanto al resto, sono solo dettagli”

L'astrofisico. «Il fascino delle stelle e la religiosità»

Antonio Giuliano martedì 28 marzo 2017 (da Avvenire)
Marco Bersanelli: per la prima volta dalla nascita dell'uomo, la nostra generazione non sembra più desiderosa di alzare gli occhi al cielo. 

La celeberrima «Notte stellata» di Van Gogh sarebbe stata dipinta all’alba del 19 giugno 1889 dall’ospedale Saint-Rémy de Provence
Ormai non ci sorprende più un cielo stellato, eppure fermarsi e alzare lo sguardo in una notte buia e limpida è un gesto iscritto dentro di noi se era già comune agli uomini delle caverne. Abbiamo smesso di “desiderare”: un verbo che non a caso rimanda alle stelle (dal latino de-sidera). Ma non possiamo farne a meno perché sentiamo forte la mancanza di qualcosa più grande di noi. È allora suggestivo il percorso tracciato da Marco Bersanelli, uno che di astri se ne intende, nel libro Il grande spettacolo del cielo. Otto visioni dell’universo dall’antichità ai nostri giorni ( Sperling & Kupfer, pp. 288, euro 18). 

L’astrofisico Marco Bersanelli: «È paradossale: oggi la tecnologia ci permette di scrutare le profondità dell’universo a un livello inconcepibile, eppure stiamo perdendo l’attrattiva dell’immensità del cosmo. Un fascino che si intreccia con la religiosità».

Docente di astronomia e astrofisica all’università degli Studi di Milano, Bersanelli ci conduce in un appassionante viaggio ipergalattico che risale fino al tempo in cui l’uomo fece la sua comparsa sulla Terra. Un volume da naso all’insù in compagnia non solo degli scienziati, ma anche di poeti e artisti che si sono lasciati sedurre dalla bellezza del cosmo. «È paradossale – spiega l’astrofisico –: oggi la tecnologia ci permette di scrutare le profondità dell’universo a un livello inconcepibile anche solo pochi decenni fa, eppure questa è la prima generazione che ha perso l’abitudine di esporsi alla meraviglia del cielo stellato».
Perché mai siamo diventati così insensibili?
«Pesa senz’altro uno stile di vita più frenetico. Si è indebolita la contemplazione della realtà, non ci stupiamo più di quel che ci circonda. Ci appare più attraente ciò che produciamo, il virtuale. Eppure da sempre la bellezza della natura ha guidato l’uomo alla verità e alla conoscenza profonda di sé».
I precursori degli “astronomi” risalgono addirittura alla preistoria.
«Sì, già l’uomo di Cro-Magnon era un abituale osservatore del cielo: sono stati ritrovati calendari lunari scolpiti su ossa di animali e gruppi di stelle dipinte sulle pareti, come nelle grotte di Lascaux. Noi stiamo perdendo l’attrattiva di tutte le culture antiche davanti all’immensità del cosmo. Un fascino che si intreccia con la religiosità».
Una curiosità mistica che si ritrova anche tra i grandi scienziati come Einstein: «Voglio sapere come Dio creò questo mondo. Voglio conoscere i suoi pensieri; in quanto al resto, sono solo dettagli».
«Sì, è uno dei suoi tanti aforismi pungenti e significativi. Il motore che sta sotto la passione con cui gli scienziati si muovono in questo campo è poter svelare qualcosa di un ordine dato, che non abbiamo fatto ed esiste prima di noi. Non è un caso che la Chiesa abbia attivamente sostenuto l’astronomia, tanto che la Specola Vaticana è uno dei più antichi osservatori al mondo. Nella tradizione cristiana la bellezza della natura e del cielo in particolare è il segno per eccellenza della grandezza del Creatore».
Una bellezza cantata in maniera “scientifica” anche dai letterati di ogni tempo...
«Emblematico il caso di Dante, che nella descrizione sublime del Paradiso anticipò un’intuizione ripresa soltanto 6 secoli dopo: l’ipersfera. Oppure Shakespeare che nell’Amleto cita quella che per alcuni studiosi è la “nuova stella” di Tycho del 1572».
Abbagliato dal cielo fu anche un poeta descritto sempre come ricurvo sulle sue carte.
«Leopardi a soli quindici anni scrisse un trattato di storia dell’astronomia, la “più sublime, la più nobile tra le scienze fisiche”. Nel cosmo secondo lui si rispecchiava la domanda ultima dell’uomo, sul significato della sua vita e del mondo, come nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. E d’altra parte Leopardi aveva colto come nell’essere umano c’è qualcosa di più grande dell’intero universo, che non può essere ridotto a nessuna misura. La ragione riconosce che ci sono eventi che i numeri non possono spiegare: come la nascita di un bambino, davanti a cui anche un miliardo di anni luce rimarrà sempre e soltanto un numero».
Ha fatto scalpore di recente la scoperta di sette piccoli pianeti intorno alla stella Trappist-1.
«C’è stato un eccessivo clamore mediatico. Alcuni pianeti erano già noti e non è vero che sono paragonabili alla Terra, hanno solo alcune grossolane caratteristiche simili. La presenza di acqua non è sufficiente per dire che sono “abitabili”. E di pianeti extrasolari di questo tipo ne sono stati censiti già a migliaia. Se non altro però questa notizia ha spinto molti ad interrogarsi sul grande mistero dell’universo. Io stesso mi sono innamorato di questi studi da ragazzino, quando è già grande la curiosità di sapere che cosa c’è oltre quello che vedi. È fondamentale anche dal punto di vista educativo imparare a lasciarsi interrogare e stupire dalla realtà, anche solo da una falce di Luna. È stato questo il segreto dei grandi artisti».
Da Giotto a Gaudì non sono pochi coloro che son riusciti a ritrarre il respiro dell’universo.
«Il passaggio della cometa di Halley del 1301 stupì così tanto Giotto da immortalarlo nella Adorazione dei Magi della Cappella degli Scrovegni, dando inizio alla tradizione della “stella di Betlemme” come se fosse una cometa. E Gaudì si ispirava sempre nelle sue architetture al movimento degli astri: nella navata della Sagrada Familia davvero le colonne degli alberi lasciano intravedere le stelle. C’è però un’opera nella storia dell’arte che più di tutte “parla”».
Quale?
«È la famosa Notte stellata di Van Gogh che ritrae le nebulose nel cielo stellato come Lord Rosse le aveva viste per la prima volta col suo gigantesco cannocchiale. Da sempre le stelle rimandano al destino dell’uomo. E anche per l’artista olandese rimasero fino alla fine il segno di un’ultima speranza possibile. Al fratello confidò che “la speranza è nelle stelle” e spiegò che le sue tante raffigurazioni notturne nascono da “un bisogno tremendo di – userò la parola – religiosità, per questo alla sera vado fuori e dipingo le stelle”». 

Prima tappa: il libro e l’intervista ad Alessandro D’Avenia su TV2000

«Non avevo intenzione di scrivere un libro su Leopardi, ma poi vedevo gli occhi dei miei studenti rapiti dai suoi versi… Noi presentiamo loro Leopardi come il poeta del pessimismo e loro lo sentono come il poeta cercatore della felicità. Allora mi sono detto: qui sto sbagliando qualcosa…». L’arte di essere fragili, il nuovo libro di Alessandro D’Avenia edito da Mondadori, è appena uscito in libreria e presto viaggerà per l’Italia, al centro di un racconto teatrale. Il grande poeta recanatese è il destinatario delle lettere di D’Avenia-professore, ma anche del D’Avenia-uomo che ricorda lo stupore di quanto, da ragazzo, Giacomo Leopardi gli ha aperto gli occhi e lo ha portato ad abbracciare coraggiosamente la terra dei “forse”.


Seconda tappa: L’Infinito di Alessandro Baricco e la mappa di Beck




L’Infinito spiegato da Baricco a Mantova Lectures (ottobre 2016). Il riassunto più appropriato dell’idillio dovrebbe essere proprio quello da lui proposto: ‘Non so cosa dire…ma mi succede qualcosa dentro’.


Terza tappa: Cara beltà… di Luigi Giussani.
Se dell'eterne idee
L'una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l'eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s'altra terra ne' superni giri
Fra' mondi innumerabili t'accoglie,
E più vaga del Sol prossima stella
T'irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d'ignoto amante inno ricevi.

‘Questa –dice don Giussani- è stata la strofa che mi ha travolto –lo posso dire- la vita …a 15 anni’. ‘E’ come una delle più belle preghiere che si possano leggere nella nostra letteratura’.


‘Perché dice: se tu, bellezza, che, quand’ero ragazzo, credevo di trovare per le strade – ma non c’è in terra cosa che ti somigli! -; se tu bellezza sei un’idea di Platone che vive nell’iperuranio, in qualche mondo astrale, oppure vivi in qualche altro pianeta più felice della terra, perché “di sensibil forma / sdegni l’eterno senno esser vestita”, perché sdegni di rivestirti di carne e “fra caduche spoglie / portar [sic] gli affanni di funerea vita”, in un corpo carnale portare i dolori e la morte? Se tu questo sdegni perché sei una delle realtà eterne, “di qua dove son gli anni infausti e brevi / questo d’ignoto amante inno ricevi”.
Quando lessi questa strofa la prima volta – mi ricordo come se fosse oggi, la giornata di inizio dell’anno scolastico del mio seminario, in prima liceo a 15 anni, - dissi: ma come, che cos’è il messaggio, l’annuncio cristiano se non questo? È l’annuncio che la bellezza, con la “B” maiuscola, non solo non ha sdegnato di rivestire “l’eterno senno di sensibil forma”, non solo non ha sdegnato di “provar gli affanni di funerea vita”, ma è morto [sic] per l’uomo’. [pp. 23-24]


Quarta tappa: le mie poesie imparate 45 anni fa!
La mia insegnante delle medie (prof. Platania), quando più di quarant’anni fa la Beato Arnaldo da Limena la frequentavo io, mi fece imparare a memoria L’Infinito, Il passero solitario, A Silvia e forse –ma non ne sono certo- un pezzo de Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Più avanti scopersi da me le altre, in un’edizione economica de I canti: Alla luna, La ginestra, Alla sua donna.
Adesso riconosco che è per merito di Leopardi e di quella mia insegnante se uno come me, che vive e che ha sempre vissuto in campagna, sa che la primavera, quando arriva, veramente brilla nell’aria e per li campi esulta e che gli occhi ridenti e fuggitivi di Silvia sono veramente quelli che ho visto in tante ragazze, e anche in tante donne. Cosiccome è proprio vero che un tempo, ma non più oggi:
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s'allegra.
Sì, proprio di domenica, quando era d’obbligo mettersi tutti, grandi e piccoli, il vestito da festa per andare a messa, quello che i miei compravano a Natale e a Pasqua, andando al mercato o al negozio del paese, spendendo una parte del povero stipendio di mio padre.

Quinta tappa: un’antologia poetica per la classe
Allora su quali poesie lavorare? Più di una, ovviamente. Più di qualcuna, direi. Solo così i ragazzi possono capire. E almeno un paio da imparare a memoria e qualche strofa di alcune altre.
L’infinito
A Silvia
Alla luna
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (testo, parafrasi e commento in: http://www.oilproject.org/lezione/canto-notturno-di-un-pastore-errante-dellasia-di-leopardi-lettura-e-analisi-del-testo-1365.html)
Il passero solitario
Alla sua donna




Le attività
Leggere parafrasare commentare confrontare le poesie
Recitare a memoria
Scrivere poesie
Produrre una relazione scritta sull’attività
Scrivere una lettera indirizzata a Leopardi