domenica 2 settembre 2018

La scuola ridotta a circo della competizione


La scuola ridotta a circo della competizione

Angélique Del Rey giovedì 30 agosto 2018
Fare della valutazione degli allievi un mezzo che stabilisce chi può riuscire meglio o peggio nella vita genera una mentalità dove ciascuno pensa solo a farcela in barba agli altri
Robin Williams in una scena del film «L’attimo fuggente» di Peter Weir (1989) Angelique del Rey
Quando si è insegnanti, si vede spesso la competizione come un valore positivo. In sala professori si sente regolarmente questa lamentela: «Quando non ci sono voti in vista, gli allievi non studiano più». È un fatto: gli allievi prendono molto sul serio l’attribuzione di voti ai loro lavori e al loro rendimento scolastico, e tendono a identificare le loro capacità con i voti ricevuti in questa o quella materia. Inoltre si confrontano fra loro attraverso il voto, traendone ora un motivo di orgoglio, ora un motivo di vergogna o un certo disprezzo di sé stessi. E’ vero anche che la maggior parte studia “per il voto”, cioè in uno spirito di competizione con gli altri, e a certuni basta un voto basso per demotivarsi e perdere ogni speranza di cavarsela in un modo o nell’altro in quella competizione. Si può certo deplorare questa interiorizzazione dello spirito competitivo nelle aule scolastiche, ma non va ignorato che per parte loro gli allievi ne sono ben poco responsabili. Si tratta di qualcosa che gli è stato insegnato insieme alla matematica e al francese.

In effetti, è la scuola stessa, quando attribuisce un ruolo centrale alla valutazione, che va considerata responsabile di tale spirito competitivo, come anche dei suoi effetti deleteri: narcisismo o disprezzo di sé, desiderio di farcela in barba agli altri, atteggiamento strumentale verso lo studio, perdita di un rapporto oggettivo con il sapere, perdita del senso della comunità e dell’aiuto reciproco... Tuttavia, qualche anno fa le autorità competenti hanno fatto arrivare agli insegnanti un certo messaggio: «Bisogna smettere di dare voti!». Il voto – si sentiva dire sempre più spesso dagli ispettori e dagli altri formatori degli insegnanti – stigmatizza e ingenera il disgusto per lo studio. Ma soprattutto, è completamente privo di efficacia nel far riuscire l’allievo. Di fatto, nel 2008, quando ho deciso di scrivere il mio primo libro sulla valutazione in ambito scolastico, A l’école des compétences, la “valutazione per competenze” era già in voga da qualche tempo nell’ambiente della gestione dell’istruzione. Il discorso dominante a quell’epoca era il seguente: se vogliamo valutare l’efficacia reale dell’insegnamento (nonché operare confronti a livello internazionale), occorre mirare le competenze acquisite grazie all’insegnamento stesso, in altre parole il “saper fare” realmente acquisito dagli allievi, e non i saperi normati da questo o quel sistema scolastico regionale.

Ed effettivamente, poco importa il voto buono o cattivo preso per un compito di matematica o una tesina di storia o di filosofia, se poi quel voto non riesce a valutare le acquisizioni reali per la «riuscita di un 15enne nella vita», tanto per riprendere la formula-chiave utilizzata dall’OCSE nel suo programma SeDesCo, che ha dato luogo al noto sistema di valutazione PISA. In apparenza, dunque, nella “cultura della valutazione” scolastica è in atto un cambiamento virtuoso a livello non soltanto nazionale – in Francia o in Italia –, ma anche internazionale. Sta uscendo di scena il tipo di valutazione che stigmatizza e ingenera uno spirito competitivo deleterio! Purtroppo si tratta soltanto di un’apparenza. In realtà, queste nuove valutazioni non fanno altro che rafforzare lo spirito competitivo e incoraggiare gli allievi a identificarsi con le valutazioni che ricevono.

Come sappiamo, la valutazione non è nata ieri. Ha fatto la sua comparsa con le prime istituzioni scolastiche delle società moderne, e a quel tempo ha svolto una funzione essenziale nella formazione di società in cui i valori dell’uguaglianza e della libertà hanno assunto un ruolo centrale. Invece nelle società dell’Ancien Régime, le posizioni e i ruoli sociali dipendevano dalla nascita: per occupare un rango sociale elevato occorreva essere “figli di”, cioè bennati. Poi, con lo sviluppo delle società moderne, si è affermata l’idea che gli individui sono tutti uguali per nascita, e la questione della distribuzione degli onori e delle funzioni nella società stessa è passata a dipendere dalla valutazione delle capacità formate da sistemi scolastici ancora da costruire. Il nuovo motto è diventato: «A ciascuno secondo il suo merito». Torniamo ai nuovi sistemi di valutazione. Il loro problema di fondo è che pretendono di non essere istituzioni, bensì di valutare la persona come essere. Quando di un alunno o di un dipendente d’impresa (in occasione di un “bilancio delle competenze”) si dice che manca di questo o quel “saper essere” (“desiderio di imparare”, “rispetto di ogni differenza”, oppure “leadership”, “sicurezza di sé” ecc.), non si stanno giudicando le sue produzioni, bensì il suo essere (carattere, affinità elettive ecc.).

Ma c’è di peggio: si suppone che potrebbe imparare a essere diverso, come se in fondo non fosse che un insieme di competenze acquisite, privo di un’identità propria. In realtà, quindi, dietro la naturalizzazione della valutazione si cela la negazione delle differenze concrete che fondano le nostre identità: la negazione del nostro essere in quanto tale. Questa naturalizzazione dei nuovi sistemi di valutazione, contrariamente a quello che si dice, incoraggia il valutato a identificarsi con le valutazioni che riceve: di qui i fenomeni di abbandono scolastico o di suicidio dei dipendenti d’impresa, l’incessante ricerca di riconoscimento sui social media ecc. Effettivamente, quando il sistema di valutazione si presenta come un’istituzione in sé, è sempre possibile dirsi: «Ho fallito (come allievo, come dipendente ecc.), ma la valutazione non ha me come oggetto».

Quando invece il sistema pretende di valutare l’essere della persona, quale può essere l’esito? «Se ricevo una valutazione negativa è perché sono una nullità». Il neoliberismo, diceva Michel Foucault in uno dei suoi ultimi corsi al Collège de France, intitolato Nascita della biopolitica, è l’impresa diventata valore di tutte le cose, con la sua logica di investimento e di ritorno sull’investimento. È la vita individuale vista come impresa, è l’amicizia o l’amore visto come impresa, è il tempo libero visto come impresa, è l’apprendimento o lo studio visti come imprese... Tutte queste cose saranno ormai considerate alla stregua di forme di investimento, con un ritorno atteso e quindi, com’è logico, con una valutazione del rapporto investimento/profitto. Una valutazione della performance. In tal modo, per tornare all’ambito scolastico, l’alunno giungerà gradualmente a considerare la sua intelligenza come un capitale (“capitale cognitivo”) in cui investire prendendo lezioni, e al tempo stesso si aspetterà un “ritorno sull’investimento” in termini di occupazione. Ormai si dà per scontato il fatto di essere valutati, cioè essere desiderabili (e non soltanto a scuola, ma ovunque: al lavoro, in famiglia, fra amici ecc.). '«Sono valutato, ergo sum ». Tuttavia queste valutazioni sono assolutamente paradossali: in nome del riconoscimento del merito, negano il vero merito e generano un clima deleterio di concorrenza in cui ciascuno pensa solo a farcela in barba agli altri.


martedì 28 agosto 2018

AFRICA DEPREDATA DALLA FRANCIA


Konare: è la Francia a depredare l’Africa, ditele di smettere
Scritto il 07/8/18

Ma la Francianon era il paese dei Lumi, patria della libertà già nel Settecento? Sì, ma solo in Europa: certo non in Africa, dove 14 paesi vivono tuttora sotto il giogo di una dominazione coloniale feroce e parassitaria, che sta facendo esplodere la crisidei migranti. Lo afferma, in una drammatica video-testimonianza su “ByoBlu”, il leader panafricano Mohamed Konare, originario della Costa d’Avorio. “Libertè, egalitè, fraternitè”: valori che magari hanno ancora un peso in Francia, mentre nel continente nero – schiavizzato dal governo di Parigi – si sopravvive senza libertà e senza nessuna uguaglianza, mentre l’unica fraternità (criminale) è quella che lega alla potenza sfruttatrice i tanti dittatori africani, insediati dalla Franciaa suon di sanguinosi colpi di Stato. A milioni, oggi, gli schiavi dell’Africa “francese” si riversano sulle coste italiane? Ovvio: a casa loro non hanno speranze, per colpa della piovra rappresentata dal sistema coloniale, che ancora oggi depreda i paesi sub-sahariani. Non hanno scampo, gli africani: sono vittime del più subdolo dei ricatti, cioè l’imposizione del Franco Cefa, moneta coloniale imposta all’Africa e tuttora di proprietà francese. Un controllo ferreo, per uno smisurato trasferimento di ricchezza: non meno di 500 miliardi di dollari all’anno, secondo stime ufficiali. Ora basta, però: bisogna che i giovani smettano di emigrare, dice Konare. Devono restare a casa, a lottare, perché l’Africa abbia finalmente un futuro.
«Dobbiamo “assediare” pacificamente tutte le ambasciate francesi in Africa, per smuovere l’opinione pubblica internazionale. Ci stiamo preparando: lo faremo». Mohamed Konare è consapevole di quanto sia pericolosa la sua posizione: nel solo dopoguerra, l’Africa ha subito 45 golpe orchestrati da Parigi. La potenza coloniale non ha esitato a far uccidere chiunque abbia osato ribellarsi: le vittime sono decine, dal leader congolese Patrice Lumumba al rivoluzionario sovranista Thomas Sankara, che dal Burkina Faso osò chiedere l’annullamento del debito africano e la fine degli “aiuti” (usurai) della finanzainternazionale: miliardi offerti dal Fmi e dalla Banca Mondiale, per vincolare l’economiaafricana alla schiavitù del debito e imporre la rapina neoliberista delle risorse, affidate alle multinazionali con la complicità dei governanti africani corrotti. Uno schema che è all’origine dell’attuale disastro che investe l’Africa, come spiega l’economista Ilaria Bifarini: il Pil africano sta crescendo ma resta in mano a pochissimi, la popolazione del continente nero sta letteralmente esplodendo ma vive in condizioni economiche molto peggiori, rispetto a trent’anni fa. Nel frattempo è cambiato tutto, nel mondo globalizzato, tranne un aspetto che non è esagerato definire mostruoso: l’arcaico sfruttamento coloniale da parte della Francia, di cui Konare fornisce un quadro semplicemente sconcertante.
Il 50% della produzione delle ex colonie francesi finisce subito a Parigi: un furto sistematico, legalizzato dagli accordi della decolonizzazione, le “false indipendenze” concesse da Charles de Gaulle per continuare la razzia dietro il paravento dell’autonomia solo formale dell’Africa Francese. L’altro 50% del Pil viene comunque sottratto alla popolazione, grazie alla complicità dei regimi africani. Un sistema criminale, la cui regia – accusa Konare – è interamente francese: resta di proprietà della Franciail Franco Cefa, su cui Parigi esercita uno smisurato signoraggio. I paesi africani, obbligati a usare la moneta coloniale francese, non possono sviluppare liberamente la loro economia, né vendere a chi vogliono i loro prodotti. Il gas algerino finisce a Parigi insieme al petrolio. Stessa sorte per le merci di paesi importanti come il Senegal e il Camerun, la Costa d’Avorio, il Mali, il Togo, il Niger. Caffè e cacao, diamanti, oro, rame, uranio, coltan: il continente più ricco del pianeta sopravvive in miseria, sfruttato a sangue dai signori di Parigi, che oggi esibiscono l’ipocrita cinismo di Macron (ospite d’onore di Papa Francesco) ma ieri, almeno, erano capaci di franchezza: «Senza l’Africa – ammise François Mitterrand nel 1975 – la Francianon avrà storianel 21mo secolo». Profezia confermata dal suo successore, Jacques Chirac, nel 2008: «Senza l’Africa, la Franciascivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo». E l’orrore continua: i paesi dell’Africa ex francese devono far approvare a Parigi i loro bilanci.
Tutto questo deve finire, annuncia Konare: bisogna porre fine all’esodo dei giovani, e iniziare la lotta di liberazione dell’Africa. Come? Svelando, all’opinione pubblica, lo spaventoso vampirismo della Francia: beninteso, i cittadini francesi non ne sono nemmeno consapevoli. Piuttosto, sono potenziali alleati: lo diventeranno, dice Konare, quando prenderanno coscienza di questo orrore, perpetrato dalle stesse élite che, in Europa, organizzano le crisie l’austerity per gli europei. Carte truccate: come farebbe, la Francia, a mantenere il bilancio in ordine secondo i vincoli Ue, se non avesse dalla sua – ogni anno – quei 500 miliardi “rubati” all’Africa occidentale? E con che coraggio l’ometto dell’Eliseo (sostenuto dal Vaticano) dà lezioni all’Italia sui migranti, visto è proprio Parigi la maggiore responsabile dell’esodo biblico che stiamo vivendo? L’Africa deve svegliarsi, ora o mai più: l’appello di Konare è intensamente drammatico. Missione: salvare gli africani, restituendo loro la sovranità economica. «L’Africa è ricca: se si smette di depredarla, fiorirà. Verremo ancora in Italia, ma come turisti, a visitare Venezia e Firenze».
Patti chiari, dice Konare, e diventeremo amici. Ma di mezzo c’è una rivoluzione, da fare. «Un’alleanza tra popoli, africani ed europei, contro le élite che li sfruttano entrambi». Le armi? Una: l’informazione. «Tutti dovranno sapere. A quel punto, il dominio crollerà. Perché, se l’Africa ridiventerà sovrana, smetterà di esportare migranti». L’Italia? «Bene ha fatto a chiudere i porti: i nostri giovani che partono vengono ingannati dai trafficanti. L’emigrazione va scoraggiata in ogni modo, e l’Italia dovrebbe proprio chiudere le sue frontiere», sottolinea Konare, che si appella al governo gialloverde per ottenere una sponda nella grande battaglia, storica, per la resurrezione del continente nero. Italia cruciale: «Proprio a Roma, a settembre, faremo una grande manifestazione», annuncia Konare, al termine della lunga intervista sul video-blog di Claudio Messora. Una testimonianza, la sua, che vale più di una lezione universitaria: racconta di come l’ignoranza nasconda il peggior abominio, consumato sotto i nostri occhi. Un incubo, e una speranza: riconquistare un futuro. «Non avete idea di quanto siete buoni e di quanto siamo cattivi noi, in Occidente», dice Muhammad Alì ai bambini di Kinshasa, al termine dello storico match di boxe con Foreman, nel 1974. La cinepresa di Leon Gast immortalò un evento politico di portata storica: l’ultima voce africana capace di raggiungere, ed entusiasmare, il pubblico occidentale. Riuscirà nella stessa impresa l’altrettanto coraggioso e commovente Mohamed Konare?
Ma la Francia non era il paese dei Lumi, patria della libertà già nel Settecento? Sì, ma solo in Europa: certo non in Africa, dove 14 paesi vivono tuttora sotto il giogo di una dominazione coloniale feroce e parassitaria, che sta facendo esplodere la crisi dei migranti. Lo afferma, in una drammatica video-testimonianza su “ByoBlu”, il leader panafricano Mohamed Konare, originario della Costa d’Avorio. “Libertè, egalitè, fraternitè”: valori che magari hanno ancora un peso in Francia, mentre nel continente nero – schiavizzato dal governo di Parigi – si sopravvive senza libertà e senza nessuna uguaglianza, mentre l’unica fraternità (criminale) è quella che lega alla potenza sfruttatrice i tanti dittatori africani, insediati dalla Francia a suon di sanguinosi colpi di Stato. A milioni, oggi, gli schiavi dell’Africa “francese” si riversano sulle coste italiane? Ovvio: a casa loro non hanno speranze, per colpa della piovra rappresentata dal sistema coloniale, che ancora oggi depreda i paesi sub-sahariani. Non hanno scampo, gli africani: sono vittime del più subdolo dei ricatti, cioè l’imposizione del Franco Cfa, moneta coloniale imposta all’Africa e tuttora di proprietà francese. Un controllo ferreo, per uno smisurato trasferimento di ricchezza: non meno di 500 miliardi di dollari all’anno, secondo stime ufficiali. Ora basta, però: bisogna che i giovani smettano di emigrare, dice Konare. Devono restare a casa, a lottare, perché l’Africa abbia finalmente un futuro.
«Dobbiamo “assediare” pacificamente tutte le ambasciate francesi in Africa, per smuovere l’opinione pubblica internazionale. Ci stiamo preparando: lo faremo». Mohamed Konare è consapevole di quanto sia pericolosa la sua posizione: nel solo dopoguerra, l’Africa ha subito 45 golpe orchestrati da Parigi. La potenza coloniale non ha esitato a far uccidere chiunque abbia osato ribellarsi: le vittime sono decine, dal leader congolese Patrice Lumumba al rivoluzionario sovranista Thomas Sankara, che dal Burkina Faso osò chiedere l’annullamento del debito africano e la fine degli “aiuti” (usurai) della finanza internazionale: miliardi offerti dal Fmi e dalla Banca Mondiale, per vincolare l’economia africana alla schiavitù del debito e imporre la rapina neoliberista delle risorse, affidate alle multinazionali con la complicità dei governanti africani corrotti. Uno schema che è all’origine dell’attuale disastro che investe l’Africa, come spiega l’economista Ilaria Bifarini: il Pil africano sta crescendo ma resta in mano a pochissimi, la popolazione del continente nero sta letteralmente esplodendo ma vive in condizioni economiche molto peggiori, rispetto a trent’anni fa. Nel frattempo è cambiato tutto, nel mondo globalizzato, tranne un aspetto che non è esagerato definire mostruoso: l’arcaico sfruttamento coloniale da parte della Francia, di cui Konare fornisce un quadro semplicemente sconcertante.
Il 50% della produzione delle ex colonie francesi finisce subito a Parigi: un furto sistematico, legalizzato dagli accordi della decolonizzazione, le “false indipendenze” concesse da Charles de Gaulle per continuare la razzia dietro il paravento dell’autonomia solo formale dell’Africa Francese. L’altro 50% del Pil viene comunque sottratto alla popolazione, grazie alla complicità dei regimi africani. Un sistema criminale, la cui regia – accusa Konare – è interamente francese: resta di proprietà della Francia il Franco Cfa, su cui Parigi esercita uno smisurato signoraggio. I paesi africani, obbligati a usare la moneta coloniale francese, non possono sviluppare liberamente la loro economia, né vendere a chi vogliono i loro prodotti. Il gas algerino finisce a Parigi insieme al petrolio. Stessa sorte per le merci di paesi importanti come il Senegal e il Camerun, la Costa d’Avorio, il Mali, il Togo, il Niger. Caffè e cacao, diamanti, oro, rame, uranio, coltan: il continente più ricco del pianeta sopravvive in miseria, sfruttato a sangue dai signori di Parigi, che oggi esibiscono l’ipocrita cinismo di Macron (ospite d’onore di Papa Francesco) ma ieri, almeno, erano capaci di franchezza: «Senza l’Africa – ammise François Mitterrand nel 1975 – la Francia non avrà storia nel 21mo secolo». Profezia confermata dal suo successore, Jacques Chirac, nel 2008: «Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo». E l’orrore continua: i paesi dell’Africa ex francese devono far approvare a Parigi i loro bilanci.
Tutto questo deve finire, annuncia Konare: bisogna porre fine all’esodo dei giovani, e iniziare la lotta di liberazione dell’Africa. Come? Svelando, all’opinione pubblica, lo spaventoso vampirismo della Francia: beninteso, i cittadini francesi non ne sono nemmeno consapevoli. Piuttosto, sono potenziali alleati: lo diventeranno, dice Konare, quando prenderanno coscienza di questo orrore, perpetrato dalle stesse élite che, in Europa, organizzano le crisi e l’austerity per gli europei. Carte truccate: come farebbe, la Francia, a mantenere il bilancio in ordine secondo i vincoli Ue, se non avesse dalla sua – ogni anno – quei 500 miliardi “rubati” all’Africa occidentale? E con che coraggio l’ometto dell’Eliseo (sostenuto dal Vaticano) dà lezioni all’Italia sui migranti, visto è proprio Parigi la maggiore responsabile dell’esodo biblico che stiamo vivendo? L’Africa deve svegliarsi, ora o mai più: l’appello di Konare è intensamente drammatico. Missione: salvare gli africani, restituendo loro la sovranità economica. «L’Africa è ricca: se si smette di depredarla, fiorirà. Verremo ancora in Italia, ma come turisti, a visitare Venezia e Firenze».
Patti chiari, dice Konare, e diventeremo amici. Ma di mezzo c’è una rivoluzione, da fare. «Un’alleanza tra popoli, africani ed europei, contro le élite che li sfruttano entrambi». Le armi? Una: l’informazione. «Tutti dovranno sapere. A quel punto, il dominio crollerà. Perché, se l’Africa ridiventerà sovrana, smetterà di esportare migranti». L’Italia? «Bene ha fatto a chiudere i porti: i nostri giovani che partono vengono ingannati dai trafficanti. L’emigrazione va scoraggiata in ogni modo, e l’Italia dovrebbe proprio chiudere le sue frontiere», sottolinea Konare, che si appella al governo gialloverde per ottenere una sponda nella grande battaglia, storica, per la resurrezione del continente nero. Italia cruciale: «Proprio a Roma, a settembre, faremo una grande manifestazione», annuncia Konare, al termine della lunga intervista sul video-blog di Claudio Messora. Una testimonianza, la sua, che vale più di una lezione universitaria: racconta di come l’ignoranza nasconda il peggior abominio, consumato sotto i nostri occhi. Un incubo, e una speranza: riconquistare un futuro. «Non avete idea di quanto siete buoni e di quanto siamo cattivi noi, in Occidente», dice Muhammad Alì ai bambini di Kinshasa, al termine dello storico match di boxe con Foreman, nel 1974. La cinepresa di Leon Gast immortalò un evento politico di portata storica: l’ultima voce africana capace di raggiungere, ed entusiasmare, il pubblico occidentale. Riuscirà nella stessa impresa l’altrettanto coraggioso e commovente Mohamed Konare?


sabato 25 agosto 2018

Limena, il Ponte Vecchio e il Ponte Sigmac sul Brentella


Limena, il Ponte Vecchio e il Ponte Sigmac sul Brentella
di Bruno Trevellin

Il canale Brentella a Limena si supera percorrendo un doppio ponte, in pietra quello antico e in cemento quello recente.
(Il doppio ponte sul Brentella. Foto scattata da piazza Diaz)

Un ponte sul Brentella è documentato nelle mappe del ‘500 e del ‘600, ma possiamo immaginare che esistesse già al tempo dell’escavazione del canale per volontà dei Padovani (1314). In ogni caso è pensabile che quello a volte in pietra che ancora oggi vediamo sia stato costruito dalla Repubblica di Venezia nel 1775, quando vennero ricostruiti i sostegni (gli attuali colmelloni), costituiti ‘da due fabbricati posti a ponte sopra il canale’[1].
Alla fine degli ’70 del secolo scorso, viste le esigenze del traffico veicolare che gravava su Limena (all’epoca non c’era la tangenziale), al vecchio ponte ne venne affiancato uno di nuovo con la posa di una campata in cemento armato, manufatto della ditta Sigmac di Mestre[2]. I lavori vennero finanziati ed eseguiti direttamente dall’Anas, che in tre stralci allargò anche il tratto di statale 47 fino all’area Peep, arrivando alla rotonda di via Ceresara. Da ricordare l’interessamento dell’allora sottosegretario ai Lavori Pubblici, il veronese Gianni Fontana, che aveva proprio la delega all’Anas.
 .
(Campata in cemento armato della Sigmac)

(il ponte visto dal Brentella)



[2] SIGMAc è una delle principali industrie italiane nel settore della prefabbricazione delle travi da ponte in c.a.p.
I suoi prodotti vengono utilizzati con ottimi risultati nella viabilità stradale e ferroviaria.
Dal 1955 ad oggi ha prodotto oltre 7 milioni di metri lineari di manufatto precompresso e vanta un'esperienza specialistica che le permette di affrontare e risolvere tutte le problematiche proprie del settore (in: http://www.sigmac.it/it-IT/sigmac)

lunedì 20 agosto 2018

Limena, il Ponte della Libertà sul fiume Brenta, opera dell’ing. Bela Schvarcz (1956)


Limena, il Ponte della Libertà sul fiume Brenta, opera dell’ing. Bela Schvarcz (1956)
di Bruno Trevellin
(Il Ponte della Libertà in fase di costruzione, foto archivio Schvarcz)

(Il Ponte della Libertà oggi, con l’aggiunta della passerella ciclo-pedonale)

Il Ponte della Libertà, che collega Limena con Saletto di Vigodarzere, venne inaugurato domenica 6 maggio del 1956. “Il manufatto, costato 53 milioni (di lire) e lungo 102 metri, rappresentò una novità anche dal punto di vista costruttivo. La soluzione adottata dal progettista ing. Bela Schvarcz poteva definirsi avvenieristica per le innovazioni tecnologiche ed il basso costo e varie riviste di ingegneria, anche estere, ripresero il progetto”[1].
(Il Ponte della Libertà, foto da Martinello, Limena 1866-1970, p. 182)

(Particolare del ponte verso Limena)

Alcune note sull’ing. Bela Schvarcz
“Lo Studio Schvarcz nasce nel 1950 con sede in Corso Milano a Padova. Il fondatore dello Studio è l’Ing. Béla Schvarcz di nazionalità Ungherese, uno dei più noti professionisti nel campo del calcolo strutturale negli anni ‘60 e ‘70, che si stabilì a Padova durante la Seconda guerra mondiale. Successivamente i lavori di maggior interesse furono affidati  a Giampaolo Schvarcz, ingegnere libero professionista e collaboratore all’Istituto di Architettura e Urbanistica dell’Università di Padova e riconosciuto come uno dei caposaldi delle progettazioni di ingegneria e calcolo strutturale in Italia e all’Estero”[2].  
L’ing. Bela Schvarcz tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso era stato uno dei più quotati calcolatori di Padova. “Di origine ungherese, non aveva mai perso l’inflessione della sua lingua madre, ma era capace di eseguire calcoli a mente in modo velocissimo. Di solito io (chi parla è un suo ex allievo) facevo i calcoli con la calcolatrice, ma lui arrivava sistematicamente prima al risultato. Per la verità,  essendo ormai oltre gli 80 anni, ad usare la calcolatrice ci provava, ma si lamentava che quella non funzionava, salvo poi emettere oscuri improperi ungheresi quando si accorgeva che non aveva premuto il tasto ON.

L’ingegnere era sempre molto sicuro di sé ed anche orgoglioso della sua auto, una Lancia, di cui un giorno mi aveva detto che era stata la prima a Padova con l’iniezione atomica. “Ma, Ingegnere”, avevo risposto, “forse intendeva ad iniezione elettronica”, e lui, dopo averci pensato un attimo, ha risposto “No , no essere proprio prima con iniezione atomica!”[3].


[1] Renato Martinello, Storie di uomini, uomini nella storia, Limena 1866-1970, Padova 1992, p. 142

domenica 19 agosto 2018

Piazzola sul Brenta 1916. Concerto pro-lana


Piazzola sul Brenta 1916
Biglietto d’ingresso al concerto pro lana
Come in tantissimi altri comuni italiani che durante la prima guerra mondiale organizzarono manifestazioni di vario tipo[1] per raccogliere fondi da destinare all’acquisto di indumenti di lana da inviare ai soldati al fronte per affrontare l’inverno, a Piazzola sul Brenta si tenne un concerto strumentale e vocale. Il biglietto d’ingresso della foto (cartoncino delle dimensioni di cm. 10x8) informa che il concerto si terrà il 10 settembre 1916, una domenica, e che i primi posti a sedere costano una lira. Il concerto è organizzato dal Comitato pro-lana del comune.


[1] A Bologna si organizzò una passeggiata benefica (https://www.bibliotecasalaborsa.it/cronologia/bologna/1915/3934);
il Comune di Dolo delibera la concessione di un contributo di 50 lire al Comitato locale (https://books.google.it/books?id=NnUyDwAAQBAJ&pg=PA405&lpg=PA405&dq=comitato+pro+lana&source);
a Bracciano il Comitato pro lana organizza una rappresentazione teatrale. Interessanti i retorici toni dell’invito, in cui si informa che la lana verrà inviata ‘ai prodi soldati del nostro paese, che eroicamente combattono sulle vette dolomitiche contro un doppio nemico: il freddo e il cannone’(https://books.google.it/books?id=qTVzinMBqFwC&pg=PA211&lpg=PA211&dq=comitato+pro+lana&source).


Minoranze linguistiche, un patrimonio che rischia di finire nel silenzio


L'allarme. Minoranze linguistiche, un patrimonio che rischia di finire nel silenzio

Chiara Zappa venerdì 17 agosto 2018
In Italia ce ne sono varie e molte vanno sparendo: walser, tabarchino, arbëreshë, ladino, grico, occitano. Ma in alcuni casi il recupero oltre che identitario diventa motore di sviluppo economico
Donne arbëreshë danzano in Calabria (CreativeCommons)
Da Pecetto, la più alta tra le nove frazioni di Macugnaga, dove finisce la strada che rimonta l’aspra valle Anzasca, Anne può ammirare ogni volta che ne ha voglia le maestose quattro cime della parete est del Monte Rosa. Da bambina, ricorda, «io e i miei fratelli andavamo a prendere i carichi di legna per l’inverno, perché non avevamo il riscaldamento, e mentre lavoravamo ci richiamavamo da un alpeggio all’altro con lo jutzu, il nostro jodel. Cantavamo sempre, qui si sentivano sempre voci nell’aria».
Quelli che hanno accompagnato l’infanzia di Anne, minuta signora di 91 anni, sono i canti walser, tramandati per generazioni dai discendenti dei coloni svizzeri che, nel XIII secolo, attraverso il passo del Monte Moro raggiunsero queste zone ostili all’uomo dell’attuale Piemonte, chiamati dai monasteri o dai feudatari che chiesero loro di bonificarle.
La lingua walser, nei suo diversi dialetti locali, si è conservata intatta, “ibernata” come in uno dei ghiacciai che dominano il panorama, tanto che gli svizzeri o i tedeschi che passano di qui sono felici di sentire parole che da loro non esistono più da secoli. Il walser è un idioma della memoria, un po’ come, nel cuore della Basilicata, l’arbëreshë, l’albanese portato nel '500 dagli esuli in fuga dalla dominazione ottomana.
O come il tabarchino, che ufficialmente è solo una variante del dialetto genovese, ma ha un’identità assolutamente specifica e stupefacente: a parlarlo, in due isole sarde dell’arcipelago del Sulcis, sono gli eredi dei coloni genovesi giunti da Tabarka, in Tunisia, poco meno di trecento anni fa. Questi migranti avevano vissuto per due secoli nel regno dei Bey tunisini, impiegati dalla "madrepatria" ligure alla pesca del corallo, e lì avevano mantenuto la loro parlata assorbendo però alcune espressioni e molti aspetti della cultura locale, a cominciare dalla gastronomia: il cuscus ( cascà in tabarchino) è oggi un piatto tipico a Calasetta e Carloforte.
Le storie di queste isole linguistiche che resistono, ormai a fatica, in mezzo al mare dell’italiano, così come l’occitano e il grico del Salento, sono raccontate nel libro Stiamo scomparendo. Viaggio nell’Italia in minoranza (Ctrl Books; autori vari, pagine 124, euro 18,00), accompagnate dal suggestivo reportage fotografico di Emanuela Colombo. «La lingua crea un’identità individuale e di gruppo», si legge nella prefazione. «La lingua, al contempo, può essere un elemento di differenza. E di conservazione delle differenze. Un antidoto a quel tipo di potere che, consciamente o inconsciamente, uniforma e appiattisce. Forse chi lavorò intorno alla Carta che avrebbe regolato la vita civile dell’Italia liberata dal fascismo aveva in mente qualcosa di simile: la Costituzione della Repubblica Italiana tutela, con l’articolo 6, le minoranze linguistiche.Nel momento di una nuova unificazione, i padri costituenti decisero di proteggere le differenze».
A 70 anni dall’entrata in vigore dello Costituzione, gli autori del libro compiono così un viaggio narrativo e per immagini, dalla Basilicata alle Alpi, in questa Italia sull’orlo del silenzio. Per scoprire quanto le parole siano inscindibili dalla cultura di una comunità.
A Carloforte i capi delle tonnare, che hanno fatto la fortuna dei tabarchini, si chiamano rais e sono figure quasi mitiche. Ad Alagna Valsesia le case sono costruite con la tecnica del blockbau, a incastro, tipica dei popoli germanici. La cultura ma anche la fede. Nella chiesa di San Costantino il Grande, a San Costantino Albanese, la messa si celebra in rito bizantino e in lingua arbëreshë. A Pomaretto (Lou Poumaré in occitano) all’imbocco della Val Germanasca, la maggioranza degli abitanti segue il culto valdese: questa valle sperimentò la pace, dopo secoli di terrore e persecuzioni, solo nel 1848, quando Carlo Alberto di Savoia riconobbe ai valdesi pieni diritti civili e politici.
Si tratta di identità ancestrali tanto preziose quanto, frequentemente, inconsapevoli. Chi parla una lingua in via di estinzione spesso non si rende nemmeno conto del patrimonio che mastica quotidianamente. Franco Bronzat, linguista nato a Torino da genitori della Val Chisone, se ne accorse casualmente al liceo. Nell’ora di letteratura, la professoressa aveva letto una poesia del grande trovatore provenzale Arnaut Daniel, spiegando che era scritta in occitano, «una lingua morta». Franco alzò la mano: «Sarà morta per lei. Ma a me sembra la stessa roba che parliamo noi a casa».
Una naturalezza che aumenta il rischio di lasciare scivolare via, piano piano, le parole e quello che significano: uno stile di vita, un’identità di singolo e di gruppo. Tutte le comunità minoritarie d’Italia, anche se in modi e a livelli diversi, stanno affrontando la sfida del declino. Gli anziani se ne vanno e si portano via i proverbi, le canzoni, i pezzi di un mondo.A meno che non ci sia qualcuno che, realizzato il valore di ciò che si sta perdendo, incoraggi la collettività alla riscoperta delle proprie radici.
In molti casi sta succedendo. Nello storico centro polifunzionale di Alagna, Davide Filié tiene un corso di titzschu, la versione locale del walser, per i ragazzini del paese. «Una lingua è ancora viva se due bambini, almeno due, la usano per giocare», afferma convinto. E i bimbi sono tornati anche a Ostana, minuscolo borgo occitano della Valle Po dove il regista Giorgio Diritti ha ambientato il film Il vento fa il suo giro. All’inizio del Duemila, quassù vivevano sei persone, oggi i dati della municipalità parlano di 85 abitanti. Si valorizzano le risorse tradizionali unendole ai nuovi modelli di sviluppo sostenibile, si organizzano corsi e seminari e un festival internazionale dedicato alle "scritture in lingua madre".
Similmente, tra gli ulivi della Grecia salentina si comincia a pensare che il recupero della memoria sia anche sinonimo di economia, e i comuni si sono uniti per difendere le loro peculiarità, a cominciare da quella linguistica. «In questi paesi ora non si costruiscono palazzine. La gente è fiera dei propri canti, del proprio cibo. La modernità non è stata rinnegata, ma internet convive con la pizzica».
Certo, qui, come in tutte le altre isole minoritarie d’Italia, il timore è che la cultura locale si trasformi in semplice folklore a uso dei turisti. Un rischio, tuttavia, che vale la pena di correre, se non si vuole scomparire.


sabato 18 agosto 2018

Limena, la conversione di Guido Trieste in un santino del 1945


Guido Trieste e la sua conversione al cristianesimo in un santino del 1945
di Bruno Trevellin

Le due foto riproducono il santino (recuperato al mercatino di Piazzola sul Brenta) con il quale Guido Trieste, noto rampollo dell’illustre famiglia ebraica padovana, ha voluto ricordare la sua conversione al cristianesimo, con il battesimo celebrato presso l’Istituto San Gaetano di Vicenza (la villa si trova a Vaccarino, che è sì in provincia di Padova ma nel territorio della diocesi di Vicenza).
Il testo sopra l’immagine della croce con al centro il cuore trafitto di Cristo è la citazione dal Salmo 41,3:

Sitivit anima mea ad Deum fortem, vivum
(L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente)

Sul retro del santino è invece la citazione dal vangelo di Marco (XVI, 16):
Qui crediderit et baptizatus fuerit, salvus erit
(Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo)

Segue nel corpo centrale la memoria con cui Guido Trieste “ricorda a tutti gli amici il giorno solenne in cui entrò a far parte della famiglia cristiana”
La data riportata è il 5 luglio 1945, un giovedì.
A Guido Trieste è intitolata la via alberata di Limena in Tavello che conduce alla villa di Vaccarino

Brevi note sulla famiglia Trieste
La famiglia Trieste nel ‘700 risiedeva nel ghetto a Padova e Mosè, figlio di Jacob, “era un importante industriale della seta e dava lavoro a più di mille cristiani. Ma nel 1779 Mosè Trieste dovette chiudere la sua attività perché un’ordinanza del Senato veneziano vietò agli ebrei il commercio della seta”[1].
Con la caduta di Venezia prima sotto l’Austria (con il trattato di Campoformido del 1797) e poi nel 1805 in mani francesi, numerose famiglie del patriziato veneto, perseguitate dai debiti, si videro costrette a vendere le proprietà fondiarie. Con Napoleone anche le famiglie di ebrei possono partecipare all’acquisto di queste proprietà. Nel 1808 i Trieste rilevano la proprietà (villa e terreni) già appartenuti ai Savonarola di Padova fin dal ‘400[2].



[1] http://www.padovanet.it/sites/default/files/attachment/C_1_Allegati_6702_Allegato.pdf
[2] http://www.studioghirlanda.com/studio/sites/default/files/archivio_post/ROTARY%20CLUB%20PADOVA%20-%20Villa%20e%20Parco%20Trieste%20a%20Vaccarino%20di%20Piazzola%20sul%20Brenta.pdf