venerdì 17 agosto 2018

Astronomia. L'espansione dell'Universo scoperta da un sacerdote


Astronomia. L'espansione dell'Universo scoperta da un sacerdote

Piero Benvenuti venerdì 17 agosto 2018
Proposto riconoscimento postumo a George Lamaître. Gli astronomi: cambiare nome alla legge di Hubble
George Lemaitre (1894-1966)
Dal 20 al 31 agosto, più di 3.500 astronomi provenienti da un’ottantina di Paesi si incontreranno a Vienna per partecipare alla XXX Assemblea Generale dell’Unione Astronomica Internazionale (IAU). L’Assemblea si celebra regolarmente ogni tre anni e ha come obiettivo principale quello di stimolare la collaborazione internazionale sui temi più attuali della ricerca astronomica.
Durante le Assemblee Generali vengono anche approvate delle 'Risoluzioni', ovvero delle decisioni condivise dagli astronomi professionisti su questioni astronomiche. Famosa rimane la Risoluzione votata a Praga nel 2006 che ridefinisce le caratteristiche che un corpo celeste deve possedere per essere chiamato 'pianeta'. Tale definizione escluse Plutone dalla famiglia dei Pianeti del nostro Sistema Solare e lo riclassificò come pianetino o pianeta nano, una decisione ancor oggi fortemente contestata dal grande pubblico, soprattutto statunitense, su basi più sentimentali che scientifiche.
Anche quest’anno verrà presentata una Risoluzione che, se approvata, richiamerà l’attenzione generale: si propone infatti di modificare il nome della famosa 'Legge di Hubble', utilizzata per indicare la recessione delle galassie e l’espansione dell’universo, chiamandola 'Legge di Hubble-Lemaître'. Per comprendere le motivazioni della proposta, è necessario ripercorrere la storia della scoperta che ha dato inizio alla nuova cosmologia, una storia colorata di giallo.
Nel 1927, il sacerdote e astronomo belga George Lemaître (1894-1966), applicando alla totalità dell’universo le equazioni della Relatività Generale, enunciate da Albert Einstein pochi anni prima, scopriva che la soluzione matematica prevedeva che l’universo fosse in espansione: un risultato assolutamente inaspettato. Lemaître, raccogliendo dalla letteratura i pochi dati allora disponibili sulla velocità di spostamento delle galassie, verificava che essi confermavano in maniera convincente la sua previsione teorica. Il sacerdote, certamente cosciente della portata rivoluzionaria della sua scoperta, pubblicava subito il risultato su una rivista belga di astronomia, in lingua francese, ma la scarsa diffusione della stessa lasciò la notizia quasi disattesa.
L'anno successivo però si tenne a Leiden, in Olanda, la terza Assemblea Generale dell’Unione Astronomica Internazionale cui Lemaître partecipò, unitamente ai più importanti astronomi dell’epoca. La sua scoperta destò grande interesse, ma anche notevole scetticismo: Einstein ne definì ineccepibile la matematica, ma 'abominevole' l’interpretazione fisica. L’americano Edwin Hubble invece, da valente astronomo sperimentale, ritornò in America eccitato dalla discussione avuta con Lemaître e iniziò subito una campagna osservativa con il nuovo telescopio da 100 pollici di Mount Wilson per verificare l’ipotesi del sacerdote belga. Un anno dopo, nel 1929, pubblicava il famoso articolo che confermava, con l’evidenza dei nuovi dati, la legge di espansione dell’universo che, da allora, prese il nome di 'Legge di Hubble'.
La storia, come in un intrigo poliziesco, non finisce qui perché, sollecitato dell’astronomo reale Sir Arthur Eddington, George Lemaître tradusse in inglese il suo lavoro originale per la nota rivista inglese Monthly Notices. La versione inglese però, mentre riporta fedelmente il modello teorico, tralascia di pubblicare i dati osservativi che ne rappresentavano la verifica sperimentale. Per qualche tempo gli storici sospettarono un complotto editoriale, ordito per non oscurare la fama già conquistata dall’astronomo americano, finché da una lettera ritrovata negli archivi di Lemaître si capì che lui stesso aveva deciso di omettere i dati perché, dopo la pubblicazione di quelli di Hubble, riteneva quest’ultimi più numerosi e convincenti dei suoi. Da qui la motivazione della Risoluzione che vuole riconoscere il valore, la modestia e l’onestà intellettuale di George Lemaître, correggendo una non piccola distorsione storica.
Lemaître, nella sua duplice veste di cosmologo e sacerdote, va anche ricordato per aver suggerito a Papa Pio XII di evitare di identificare il Big bang dell’emergente modello cosmologico con il Fiat Lux biblico, come il Pontefice si era espresso in un discorso pubblico: non solo perché la comprensione e la verifica della nuova cosmologia era ancora agli inizi, ma anche perché, come Tommaso d’Aquino già aveva perfettamente intuito, la Creazione non è assimilabile a un evento che avviene nello spazio e nel tempo. Di fatto il Pontefice ascoltò il saggio consiglio e nella sua allocuzione rivolta agli astronomi riuniti nella VIII Assemblea Generale dell’IAU, che si tenne a Roma nel 1952, non v’é traccia di alcun ingenuo concordismo.
Questa storica ed interessante interazione tra la cosmologia nascente e il Magistero ci porta ad una considerazione di grande attualità. Dalle iniziali scoperte di Lemaître e Hubble, dopo quasi un secolo di entusiasmanti nuove ricerche, il modello cosmologico si è saldamente affermato e, se da un lato, come tutti i modelli scientifici, continuerà ad evolvere, ha definitivamente eliminato ipotesi non più sostenibili. Si tratta di una svolta epocale, che potremmo definire il completamento della rivoluzione copernicana.
Infatti, quando Galilei, nelle notti fatali dell’inverno del 1609-1610, apriva con il suo cannocchiale una nuova era dell’astronomia, contemporaneamente infrangeva per sempre le sfere cristalline della cosmologia aristotelica e soprattutto eliminava la divisione sostanziale tra mondo terreno e l’empireo celeste. Non era in grado però di rimpiazzare il modello aristotelico con una cosmologia altrettanto completa e comprensibile: solo oggi la scienza moderna è riuscita ad offrire una visione unitaria e razionale dell’universo e della sua storia evolutiva, sorprendentemente diversa da quanto i nostri antenati avevano immaginato. Durante tutto questo tempo, in assenza di una cosmologia credibile, la filosofia e la teologia, e quindi la Tradizione cristiana e il suo Magistero, hanno continuato a svilupparsi sulla base dell’unica concezione del mondo allora disponibile e la drammatica separazione tra pensiero scientifico e pensiero umanistico, iniziata proprio con la rivoluzione copernicana, non ha aiutato a comprendere la portata universale del cambiamento in atto. Per questo motivo, molte formulazioni dei dogmi di fede sono diventate oggi incomprensibili e rischiano di trasformarsi in un insostenibile fardello per gli uomini di scienza (e non solo loro) che vogliono diffondere il messaggio evangelico senza dover abiurare la loro conoscenza scientifica del reale.
Il caso forse più eclatante e più vicino a noi è rappresentato dalla formulazione del dogma dell’Assunzione, proclamato solennemente ex cathedra da papa Pio XII nel 1950. Il testo della proclamazione spiega chiaramente che il Magistero intendeva elevare a dogma di fede una tradizione popolare nata nei primi secoli dell’epoca cristiana e consolidatasi nel Medioevo, quindi nell’ambito di una visione del mondo essenzialmente aristotelica, nella quale il «cielo» verso il quale la Vergine è stata assunta «anima e corpo», aveva una sua collocazione precisa nel modello cosmologico allora vigente. Evidentemente, la formulazione letterale del dogma è divenuta oggi incomprensibile e, purtroppo, non offre molti appigli per darne una interpretazione simbolica che salvi il nucleo di fede che essa vuole esprimere e che la Tradizione secolare voleva significare. Un analogo ragionamento si potrebbe estendere a molte altre formulazioni, incluso il Simbolo Niceno, che risentono in modo più o meno evidente di una filosofia della natura non più sostenibile.
Il rischio, elevatissimo ed impellente, è che le nuove generazioni o le culture non occidentali che vogliano avvicinarsi al messaggio evangelico, si trovino di fronte a una barriera, perché si trova un linguaggio del passato non più comprensibile. I teologi dovrebbero quindi – e molti già lo fanno – considerare come prioritaria la revisione del prezioso bagaglio della Tradizione e recuperarne il valore salvifico interpretandone il senso e riformulandolo. A mio parere, è questo il senso dell’accorato appello della costituzione apostolica Veritatis Gaudium, o almeno della prima parte, scritta di pugno da papa Francesco: sta ora alle facoltà teologiche orientare i curricula dei loro corsi di studio, reintroducendo le materie scientifiche, da tempo abbandonate, e soprattutto la 'pietra di paragone', la cosmologia, com’era ai tempi gloriosi di Tommaso d’Aquino.

Il genio di padre Lemaitre


Gli astronomi e il collega sacerdote: rendiamo onore al genio di Lemaître

L’iniziativa: intitolare anche a lui la legge di Hubble, base della cosmologia moderna. Si deciderà il 30 agosto a Vienna nell’assemblea dell’Unione astronomica internazionale

di Anna Meldolesi
Nel 1932 il Nobel per la fisica Rober
N
Tutti conoscono la teoria del Big Bang. Pochi però sanno che uno dei primi ad aver capito che l’universo si espande, e dunque ha avuto un inizio, è stato un sacerdote-cosmologo belga. George Lemaître. Il suo contributo a questa scoperta, tra le più affascinanti del ‘900, è rimasto a lungo oscurato dalla fama di Edwin Hubble. La legge su velocità e distanza delle galassie che si studia a scuola è intitolata soltanto allo scienziato americano, lo stesso a cui è dedicato uno dei più grandi telescopi spaziali.

Risoluzione B4
Ebbene, questa asimmetria storica potrebbe essere ufficialmente corretta durante l’assemblea dell’Unione astronomica internazionale (Iau) che la prossima settimana porterà a Vienna oltre tremila scienziati di 88 Paesi. La Risoluzione B4 verrà messa al voto il 30 agosto e propone di ribattezzare in modo più equo la formula che sta alla base della moderna cosmologia («legge di Hubble-Lemaître»), ha anticipato ieri il segretario generale dell’Iau, Piero Benvenuti. Il suo intervento, significativamente pubblicato sull’Avvenire, auspica l’avvio di una nuova stagione nei rapporti tra astronomia e teologia, nel nome di Lemaître e dei progressi compiuti dalla scienza.

Il giusto riconoscimento
«L’idea di dargli il giusto riconoscimento è condivisibile e sacrosanta», concorda l’astrofisico dell’università di Tor Vergata Amedeo Balbi. «Ma potrebbe volerci del tempo per abituarsi, la chiamiamo legge di Hubble da quasi un secolo», dice Balbi al Corriere. Molti appassionati faticano ancora ad accettare il voto dell’Iau che nel 2006 ha escluso Plutone dalla famiglia dei pianeti del Sistema solare. Più che la scienza a volte contano la familiarità e l’affezione. Ma tra gli addetti ai lavori il contributo di Lemaître è ben noto, ed è tornato alla ribalta quando Nature ha svelato la soluzione di un giallo storico-scientifico. Lemaître è arrivato indubbiamente prima di Hubble, con un articolo ispirato dalla Relatività generale di Albert Einstein e pubblicato nel 1927 su una rivista minore in lingua francese. Poi quando il testo è stato tradotto in inglese, nel 1931, un paragrafo fondamentale è saltato, tanto da far sospettare una censura a favore di Hubble.

Hubble
Lo scienziato statunitense, però, è stato scagionato da una lettera trovata da Mario Livio, dello Space Telescope Science Institute a Baltimora, in cui lo stesso Lemaître spiega di aver tagliato le osservazioni superate, nel frattempo, dal lavoro del collega più noto. Questo caso, in definitiva, è l’ennesima dimostrazione che la scienza non è fatta da geni solitari ed eureka definitivi, ma può essere raccontato anche come un esempio virtuoso, in cui «l’onestà intellettuale e la modestia hanno fatto preferire il progresso della scienza alla visibilità personale», per citare la Risoluzione.

Astronomo e sacerdote
Benvenuti ci tiene a ricordare la doppia veste di Lemaître: astronomo e sacerdote. Identificare il Big Bang scientifico con il Fiat lux biblico sarebbe stata un’ingenua forzatura, e fu lui a sconsigliarla a Pio XII. Per continuare su questa via, sarebbe opportuno aggiornare le formulazioni di quei dogmi di fede che con l’avanzare delle conoscenze «sono diventati incomprensibili e rischiano di trasformarsi in un insostenibile fardello per gli uomini di scienza», si legge sull’Avvenire.

Indagine scientifica
«Una visione religiosa o spirituale del mondo non può essere in conflitto con la realtà che emerge dall’indagine scientifica. In passato la Chiesa non è sempre stata impeccabile da questo punto di vista, ma i tempi per fortuna sono cambiati», commenta Balbi. Come si vede, ce n’è abbastanza per desiderare che a Lemaître venga co-intitolata la legge dell’espansione dell’universo. E, perché no, anche una missione spaziale.

17 agosto 2018 (modifica il 17 agosto 2018 | 22:08)

lunedì 13 agosto 2018

GUARDINI E GLI ANGELI


Gli angeli per il teologo Guardini: una sfida per il pensiero e per la fede







Romano Guardini nacque a Verona nel 1885. La sua famiglia si trasferì in Germania quando aveva appena un anno di età. Compie gli studi di chimica a Tubinga e quelli di Economia Politica a Monaco e Berlino. Inizia gli studi teologici a Friburgo nel 1906 e viene ordinato sacerdote nel 1910. Comincia le sue docenze dapprima nell’Università di Bonn nel 1922 e un anno più tardi occupa la cattedra di Filosofia Cattolica della religione e visione cattolica del mondo (Katholische Weltanschauung) dell’Università di Berlino.

Soppressa la cattedra durante il governo nazionalsocialista nel 1939 occupa la cattedra ad personam della Weltanschauung (visione del mondo) nell’Università di Tubinga nel 1945. Nel 1948 accetta la cattedra ad personam dell’Università di Monaco di Baviera fino a diventare professore emerito nel 1962. Trascorre a Monaco gli ultimi anni della sua vita dove muore nel 1968. La “figura” dell’angelo rappresenta in Guardini una sfida per il pensiero e per la fede personale. L’angelo è una presenza costante nelle sue opere, non solo nei brevi trattati di carattere biblico e teologico dedicati specificamente a questo argomento. Infatti, l’angelo appare con particolare rilevanza in tutti i suoi scritti di filosofia, di religione e di ermeneutica letteraria. In seguito analizziamo l’interpretazione di Guardini dell’angelologia di Dante, Dostoevskij, Holderlin e Rilke.

Gli studi di Guardini su Dante Alighieri (1265-1321), soprattutto sulla Divina Commedia, si estendono dal 1930 al 1960. Nel 1937 scrive il primo volume di Studio di Dante dedicato agli angeli, L’angelo nella Divina Commedia di Dante, per rispondere alla questione del significato degli angeli nel poema, l’aspetto sotto il quale appaiono, il carattere che manifestano e la natura delle loro azioni. Guardini non accetta la degenerazione della figura dell’angelo nell’arte degli ultimi cinque o sei secoli. La visione moderna ha ridotto gli angeli a una figura sentimentale puramente terrena e a un’entità mitologica lontana. Guardini scrive:

“A questo proposito si può constatare che solo a partire dalla fine del Medio Evo e soprattutto nell’epoca moderna l’angelo vive nella coscienza sociale come una figura un po’ sentimentale, un essere per metà femminile. Senza dubbio, tanto dell’Antico quanto nel Nuovo Testamento, così come nella coscienza cristiana primitiva e gli inizi del Medioevo, l’angelo è un essere straordinario e temibile”.

Secondo Guardini, risulta difficile concepire il mondo degli angeli come un mondo reale di persone reali nella cultura moderna che ha prodotto individualismi e che si è impoverita spiritualmente. Gli angeli della Divina Commedia entrano allo scopo di interpretare l’eternità. Sono spiriti puri che esprimono la totalità del loro essere in ognuna delle loro azioni. Nel primo istante della loro vita, dal loro essere creati da Dio dovettero prendere una decisione davanti a Dio e il teologo Guardini scrive: “L’essenza della vita angelica consisterà pertanto nel fatto che gli angeli si decisero per Dio con tutto il loro essere”. L’amore di Dio offrì alla creatura angelica la possibilità della comunione divina, la quale si realizza in modo diverso e decidere fra la salvezza e la dannazione. Per lui l’esistenza degli angeli “consiste nella partecipazione alla vita divina mediante la visione, l’amore, la lode e il servizio”. Pieni di Dio e orientati totalmente verso di Lui, per Guardini gli angeli del poema di Dante “sono angeli totalmente cristiani. Sono gli araldi celesti, gli eserciti del Dio vivo, le prime creature del Signore del mondo che si decisero alla santità”.

Inoltre, come indica il loro nome, gli angeli sono messaggeri, cioè “gli angeli vivono in Dio, però allo stesso tempo sono i messaggeri dei quali Egli si serve per operare nel mondo”. Insieme all’uomo c’è un essere che lo esorta e lo aiuta a essere un io, a rimanere responsabile. “Alle volte il compito più profondo dell’angelo custode è quello di aiutare l’uomo ad essere se stesso in modo giusto, fra la presunzione e l’abdicazione della propria realtà ed è una sventura che l’epoca moderna l’abbia dimenticato”. Da qui l’unico obiettivo della relazione degli angeli con gli uomini in Dante è la realizzazione del regno di Dio in ogni uomo: “Prendono sul serio il destino di Dante con una premura che all’inizio si avverte appena, ma che più tardi diventa sempre più chiara. (…) La loro attenzione si orienta completamente alla realizzazione del regno di Dio, e Dante occupa in stesso un posto importante”.

Un’unica volta appare l’angelo nell’Inferno della visione di Dante. Si tratta di un essere portatore del potere divino e “che possiede qualcosa di inaccessibile e inesorabile. Innanzitutto, quando gli occhi di Dante sono coperti, la sua apparizione si descrive con immagini di suoni naturali e paurosi; dopo, quando può vedere nuovamente, con immagini visive. L’angelo è terribile, possiede un potere divino e nello stesso tempo un’indifferenza piena di disprezzo. Libera facilmente Dante e Virgilio da una situazione che per loro era un cammino senza via d’uscita, (…) scompare di nuovo senza degnarsi di dire una parola ai due viandanti”.

Nel Purgatorio Dante descrive il ministero angelico in relazione con l’uomo: agli angeli viene affidato il compito di guidare le anime nel loro cammino di purificazione. Si tratta di un cammino di espiazione dei peccati dove gli angeli aiutano l’uomo ad essere giusto. Anche così la speranza offre luce e serenità in questo cammino e Guardini scrive: “Pertanto un ineffabile sorriso risplende sulla faccia dolorosa del Purgatorio. Qui la santità si realizza continuamente e in movimento perenne passa dall’intenzione all’essere e si manifesta nella salita visibile dei pendii della montagna fino alla cima. Gli angeli sono i ministri di queste vicissitudini e nulla di più bello può essere pensato che questo ausilio pieno di rispetto, di compassione e allo stesso tempo di rigore di verità incorruttibile, che le creature celesti danno agli uomini, loro fratelli penitenti”.

Nel Paradiso di Dante, per Guardini, appaiono le milizie celesti e non figure singole, con l’unica eccezione di San Gabriele: “Adesso gli angeli non appaiono più come figure singole. A partire da adesso, ad eccezione dell’arcangelo San Gabriele che è al servizio di Maria, appariranno sempre eserciti celesti. Li incontriamo per la prima volta nel paradiso terrestre. Il giardino dell’Eden si mostra di una bellezza sacra, personificato da Matelda, espressione dell’armonia tra la volontà dell’uomo, completamente libera e buona, e la creazione di Dio”. Questi angeli nel Paradiso di Dante, fanno parte di nuovi cori formando gerarchie e avvolgono la realtà divina: “Nella gerarchia si mostra la varietà e l’unità di modi con cui gli angeli, attraverso il loro canto, partecipano alla pienezza del valore di Dio”.

Guardini scrive Figure religiose nelle opere di Dostoevskij. Studi sulla fede nel 1933. Sette sono i capitoli che dedica agli aspetti religiosi dell’opera di Dostoevskij (1821- 1881). I personaggi di questo pensatore e il mondo dei suoi valori sono di natura religiosa. Attraverso il linguaggio e le esperienze religiose di Aljosa, Ivan e Stavroghin, Guardini realizza un’analisi dell’elemento angelologico e demonologico in Dostoevskij. La grandezza di Aljosa Karamazov non è solo una qualità umana per Guardini. Esprime qualche cosa di sovrumano, cioè la natura angelica. “È certamente di una particolare essenza angelica, nella quale la verità è l’atto di esistere. Questo essere angelico nella quale vive la verità santa: quella dei Cherubini”. Attraverso personaggio di Stavroghin, Dostoevskij mette in risalto la presenza del demonio nella vita dell’uomo. Stavroghin afferma categoricamente di credere nel demonio “come persona e come allegoria”.

Con Ivan Karamazov, Dostoevskij ci presenta sulla sua visione del diavolo e la sua condizione di angelo caduto. Per Guardini tutti gli angeli furono messi alla prova, cioè dovevano riconoscere oppure rifiutare la sovranità divina. Fu la prima scelta fra il bene e il male e per la prima volta si fece la volontà di Dio. Però allo stesso tempo si cominciò l’opposizione alla volontà di Dio, poiché esseri che possedevano il maggior grado di conoscenza, volontà, responsabilità e libertà si ribellarono al dominio divino e vollero essere dominatori della propria grazia. Scelsero il male e si convertirono in esseri satanici: “Profonda è quest’espressione della condizione dello spirito caduto che si è allontanato da Dio e così senza mai
poterlo raggiungere precipita nel nulla”.

Come conseguenza, questi esseri che hanno rinunciato a Dio odiano l’uomo perché Dio ama l’uomo che tramite Gesù Cristo è arrivato a essere figlio di Dio. Cercano di allontanarlo dalla volontà divina, come tentarono di separare la volontà di Gesù da quella di Suo Padre. Secondo Guardini questa presenza degli angeli ribelli nella vita di Gesù indica che “non la si può ignorare, così come non si può ignorare quella dei buoni”. Nel 1939 Guardini scrisse un commentario alla composizione poetica di Hölderlin (1770-1843), cristiano protestante, più tardi apostata, panteista e monista, e segnala che la dimensione del religioso è il luogo dove si rivela l’essenza dell’uomo e l’essenza di Dio, alludendo a Hölderlin che aveva perso la fede, anche se non la struttura di quella religiosa cristiana. Nella poesia di Hölderlin, dichiara Guardini, gli angeli sono messi nel mondo dell’immanenza e percorrono il cammino della mitologia. Sono angeli luminosi, grandi, terribili, però mancano di una relazione con Dio e con la grazia. In altre parole, in Hölderlin, “gli angeli appaiono nuovamente di una grandezza inquietante e sempre in relazione alla storia del paese, della città, della terra natale, come “angeli della patria”. Le sue poesie sono piene di un mondo di esseri divini e questo mondo “è strutturato in due poli: uno superiore, posto nell’aria, la divinità della altura dominatrice, della luce, della chiara legge; e uno inferiore situato sulla terra, la divinità della profonda fecondità, dell’oscurità, della lava incandescente, del caos pieno di tutte le possibilità, del perenne arrivare a essere e apparire”.

Guardini realizza anche un’analisi, una critica cristiana al messaggio contenuto nelle Elegie di Rainer Maria Rilke (1875-1926), negli aspetti della vita umana considerati degni di un nobile pianto. L’Elegia appartiene alla serie di poemi che ha come messaggio principale la dottrina della morte e dell’ amore, ma per Rilke sono possibili la morte e l’amore solo se la persona scompare. Insieme alla grandezza artistica e linguistica della principale opera di Rilke, Guardini segnala la secolarizzazione del messaggio della sua opera: l’idea cristiana è stata ridotta all’immanenza antropologica-cosmologica. Rilke considera che il mondo si trova in una continua trasformazione dal suo essere visibile e provvisorio in un essere invisibile e definitivo, e vede l’angelo come quella creatura nella quale si è già realizzata la trasformazione del visibile in invisibile. Proprio Rilke scriveva a Witold von Hulevicz che l’angelo è come “l’essere che garantisce il riconoscimento di un grado superiore della realtà nell’invisibile”. Nella poesia di Rilke l’angelo ha un significato particolare: “si mostra indifferente all’uomo, si colloca al posto di Dio”. La Elegia parla dell’angelo, però non si tratta dell’angelo come messaggero della rivelazione, ma viene concepito nel processo che attraversa l’età moderna e che vede gli esseri spirituali nell’ambito degli dei. Per questo, l’angelo di Rilke, “è uno dei testimoni di quel processo che attraversa tutta l’età moderna, processo in cui il mondo si emancipa dalla rivelazione, però assumendone i contributi dentro i propri limiti”.

Per Guardini, questa visione mitologica degli angeli è lontana dal pensiero cristiano che afferma che la creazione del mondo visibile è stata derivata da una realtà invisibile, cioè dagli angeli. Questi “costituiscono un mondo di persone, di essenze, di atti, di relazioni, però come spiriti puri”. È questo carattere personale degli angeli che Guardini ricalca nel commentare la terza preghiera del Padre Nostro: “Dal contesto della rivelazione notiamo che prima della creazione del mondo visibile c’è stata una creazione del mondo puramente spirituale, cioè degli angeli. Quelli che furono creati, non sono solo poteri o relazioni, ma esseri, persone dotate di intelligenza, libertà e responsabilità”. Riassumendo, gli angeli di cui ci parla la Bibbia sono esseri completamente diversi dalle figure angeliche che troviamo nella letteratura moderna, principalmente in Hölderlin e Rilke. Guardini sottolinea che gli angeli e i demoni nella Sacra Scrittura sono persone, esseri reali e personali. Da parte loro, l’angelologia in Hölderlin e Rilke è totalmente mitologizzata; senza nessuna relazione con il Dio della Rivelazione, gli angeli sono i signori divinizzati ed esemplari per la storia e per la patria e manifestazioni concrete della realtà. Secondo Guardini si tratta di figure angeliche “però semplicemente come esseri di questo mondo: per Hölderlin come forze della storia, per Rilke come quelli che garantiscono la totalità di un mondo che accoglie in grande unità il visibile e l’invisibile…”.


lunedì 6 agosto 2018

Da Arendt a Morin: il Sessantotto fra critica e autocritica


Dibattito. Da Arendt a Morin: il Sessantotto fra critica e autocritica



Carlo Cardia venerdì 3 agosto 2018

È il classico “evento-sfinge” che ha molte facce e talvolta in contrasto tra loro, come dimostrano i giudizi dell’epoca in autori come Arendt, Morin, Glucksmann, Badiou 

Parigi, uno studente lancia una pietra contro la polizia nel maggio 1968 (AP Photo)

L’errore più comune, nelle commemorazioni del 68, è di volerlo chiudere in definizioni totalizzanti, delinearne i caratteri essenziali, chiedersi cos’è rimasto di quel movimento decenni dopo. È una tentazione irresistibile, ma proprio per questo da evitare. Contrariamente a quanto si sostiene, il 68 è un evento attorno al quale ha ruotato un’epoca con protagonisti molteplici e in cui si mischiano non violenza e violenza estrema, idealità e opportunismo puro, che ha spinto a chiedere palingenesi immaginarie e a dichiararsi poi maoisti estremi, a volere tutto e il contrario di tutto.

André Glucksmann: il '68 come sogno a occhi aperti

È più utile riflettere qua e là con i protagonisti più vivaci, e pronti al cambiamento, come André Glucksmann, che vollero evitare le celebrazioni, con «le prevedibili enfasi e i racconti degli ex-combattenti», proponendo, «per un’ora, o per il tempo di un sogno a occhi aperti, di attingere alla fonte dell’evento, alla cascata d’impertinenza, di rabbia ironica, di fraternità erudita che, cinquant’anni fa, guidarono le barricate entusiaste, gli anfiteatri in rivolta e i giorni di follia in cui Parigi piombò in un’atmosfera flaubertiana di educazione sentimentale».

Glucksmann ha visto il 68 come un mischiarsi di sentimenti, d’infinite contraddizioni, e non senza graffiare un po’ verso le presunzioni ermeneutiche, ricordando alle femministe che «Catherine Deneuve, con i suoi film, ha allentato il giogo delle donne più di quanto esse non riusciranno a fare con i loro dibattiti collerici».

Invece, da questa non-definibilità, che alcuni protagonisti rivivono con la memoria della giovinezza, meravigliosa eppur ingannevole, si può tratteggiare qualche tratto dell’epoca che ruota attorno al 68. Per esempio, raramente si ricorda che mentre molti giovani invocavano mutamenti rivoluzionari, metastorici, e riempivano sé stessi con la retorica, l’entusiasmo e con scivolamenti nella violenza, tutto intorno (per loro merito, e/o nonostante loro) si moveva un oceano di riformismo, di mutamenti nel costume, nel lavoro, nella Chiesa e nelle religioni. E questa volontà riformatrice, per un primo inarrivabile paradosso, suscitò reazioni inconsulte proprio in molti di coloro che volevano cambiare tutto.

Hannah Arendt: fu vera rivoluzione?

Per cogliere qualche scorcio dei tanti 68 che hanno coesistito a lungo, si può guardare con gli occhi di chi ha vissuto la parabola degli anni 70, e ha saputo già allora scrutarne le antinomie. A cominciare da Hannah Arendt, che ha dedicato al 68 più di un’analisi profetica, di recente riproposta in un prezioso saggio di Eugenia Lamedica, che fa riflettere più di tanti ricordi personali ( Hannah Arendt e il 68, Jaca Book, pagine 128, euro 16,00).

Per la filosofa-scrittrice il 68 nasce dalla «crisi della politica», mette «a nudo la vulnerabilità dell’intero sistema politico, rapidamente disintegratosi davanti agli occhi attoniti dei giovani ribelli». Mentre questi volevano solo «sfidare il sistema universitario fossilizzato» in realtà «cadde il sistema del potere governativo, assieme a quello delle imponenti burocrazie di partito», si verificò insomma ciò che i marxisti avrebbero chiamato una «situazione rivoluzionaria».

Ma il 68 fu una rivoluzione? La domanda preannuncia già la risposta, e chiede molto realismo. Se Ernst Bloch affermava che i giovani ribelli stavano dando «un contributo importante » alla storia delle rivoluzioni, soprattutto di quelle a venire, l’Arendt rispondeva che mancava loro un prerequisito fondamentale: «un gruppo di veri rivoluzionari. Proprio quello che agli studenti della sinistra piacerebbe moltissimo essere ma che non sono affatto». Ha simpatia per il movimento, l’«alto contenuto morale» della protesta, ma diffida subito della compassione come virtù rivoluzionaria e ricorda che questa aveva portato nell’89 francese e nel 17 bolscevico alle più atroci stragi compiute in nome dell’umanità.

Soprattutto, la Arendt privilegia la contestazione dei giovani americani rispetto a quelli europei, ricorda le due basi che legittimavano una rivolta morale e giuridica, anzitutto la “scoperta” della base razziale della democrazia americana: l’esclusione dei neri e degli indiami d’America dal consensus iuris che aveva dato vita prima al corpo politico delle colonie e poi a quello della Federazione. E Jefferson era così convinto di questa pecca originaria che dichiarò: «Tremo all’idea che Dio sia giusto».

L’altra pecca riguardava l’orizzonte in cui era chiusa la ricerca scientifica, tutta piegata a permettere agli uomini di poter vincere le guerre perché «non è rimasta neanche una maledetta cosa che uno possa esser e fare che non possa venire trasformata in guerra». Infine, la cultura americana professava l’ideale del benessere, per il quale dopo il fallimento del pauperismo, che alimenta sempre le ideologie marxiste, il commercio avrebbe vinto e avrebbe diffuso ricchezza in una società che non aspettava altro.

Hannah Arendt, allora, condivide lo spirito della contestazione, avendo già criticato nel suo Vita activa il comportamentismo delle scienze sociali che «si propongono di ridurre tutto l’uomo, in tutte le sue attività, a livello di un animale condizionato, che si comporta in modo prevedibile».

Si radica qui, in un movimento senza futuro, quel “ribellismo esistenziale” che porta i giovani a sempre nuove esperienze, allucinogeni, comunità di eguali, non violenza, libero amore, come un cocktail di bene e di male inestricabile, ma che produrrà altri danni. Così, il movimento studentesco colpisce la Arendt per il suo tratto distintivo rispetto a tutte le altre generazioni, per la «sua determinazione ad agire, la sua gioia nell’azione, la sicurezza di essere capaci di cambiare le cose grazie ai propri sforzi». Quanto agli obiettivi, opinioni, dottrine, la critica è senza appello: «la sterilità teoretica e l’ottusità analitica (del) movimento sono sorprendenti e deprimenti tanto quanto è gradita la sua gioia nell’azione».

Insomma, la Arendt è un po’ sessantottina solo quando dice che la nuova generazione agisce per una spinta morale iniziale, e perché con essa si scopre che «agire è divertente».

Ma il suo andirivieni critico non finisce qui. Esprime ancora ammirazione per il fatto che il 68 legittima la disobbedienza civile come strumento di cambiamento della società, del diritto, del costume, e che questa innovazione è quanto di più legato allo “spirito americano” possa esistere. Infatti la difficoltà a incorporare la disobbedienza non è nello spirito americano, bensì «nella natura stessa del diritto», perché la «legge non può giustificare la violazione della legge».

Così, senza citarlo, si evoca Henri Bergson che individua la dialettica tra morale e diritto nel fatto che l’etica traccia i nuovi orizzonti, e il diritto (conservatore di natura) resiste, ma non più di tanto perché all’improvviso matura una svolta e, per la splendida immagine di Kirchmann. ogni grande riforma manda al macero intere biblioteche giuridiche.

Edgar Morin e «l'estasi della storia»

Per parte sua Edgar Morin, anch’egli compartecipe degli eventi del 68, vive momenti esaltanti come professore, per esempio quando dovendo fare una lezione agli studenti che occupano l’università di Nanterre chiede loro il permesso democratico: la maggioranza è per il sì, ma poi uno studente gli toglie la luce, e deve rinunciare alla lezione.

Morin è commentatore e interprete del 68 e ancora oggi, in un libretto dove rilegge alcuni suoi saggi (Maggio 68. La Breccia, Cortina, pagine 128, euro 11,00), concorda con Hannah Arendt sulla spinta vitalistica del 68 che legge come “una breccia” nel muro dell’ordine costituito dell’epoca, come una “crisi spirituale” che realizza combinazioni singolari, quasi un «transfert di fede» tra ciò che era all’inizio, rivolta ideale, comunismo libertario, e l’ingabbiamento finale in dottrine maoiste, vetero-marxiste, che lo fanno morire anzitempo.

Morin propone una riflessione di secondo livello, e nel 1978 capisce che nel decennio trascorso da un lato «tutto era cambiato, ma dall’altro, nulla era cambiato, perché da allora nascono tanti fenomeni nuovi, e novissimi, ma che non possono essere addebitati al 68: femminismo, movimento degli omosessuali, ecologismo, il soggettivismo estremo e via di seguito. In realtà, stando ai fatti, negli anni 70 si determina “la perdita di una speranza” con la pax sovietica, il maoismo rivela il suo volto, la burocrazia uccide le rivoluzioni, e via di seguito ».

Di qui la lettura più originale di Edgar Morin. Il 68 è stato un evento simbolico di crisi di una civiltà in cui affiorano aspirazioni profonde, quasi antropologiche, che appassiscono, o si rovesciano nel loro opposto, ma che rinasceranno in altra forma, in una visione ciclica senza fine. Allora, va bene l’intuizione di Ionesco che gridò agli studenti parigini: tranquilli, tanto «vous serez tous de notaires», sarete tutti notai; ma vanno bene altre intuizioni, purché si colga l’elemento esistenziale, transeunte, del 68, e si vedano i frammenti che appaiono e scompaiono in un caleidoscopio continuo.

Brillanti altri rilievi di Morin, sulle incongruenze del movimento rispetto alle teorie e dottrine dominanti, gauchismo e maoismo utilizzati come prêt-à-porter. E decisivo il giudizio sulla significanza del 68 come “evento-sfinge” dell’epoca, che si presenta con esplosioni di gioia e sentimenti di fraternizzazione universale, addirittura come «estasi della storia», cioè «uno di quei momenti in cui la prosa delle cronologia, il senso di soffocamento quotidiano si sospendono», ma che vive presto la realtà triste del settarismo, il rancore, la spinta alla violenza, tutto e il contrario di tutto che impedisce ogni lettura univoca.

Alain Badiou e l'inutile attualità del '68

Per paradosso spetta ad Alain Badiou sognare ancora il 68 ma ribadirne l’inutilità delle “commemorazioni” in un breve scritto (Ribellarsi è giusto! L’attualità del Maggio 68, Orthotes, pagine 114, euro 14,00). Per Badiou alcuni lo ricordano «perché siamo sicuri che è morto, 50 anni dopo esso non dà più segni di vita», altri vi vedono il trionfo dell’individualismo che apre le porte al capitalismo sfrenato e a una glorificazione della beata “democrazia” con i suoi epigoni, davvero vincenti, della realizzazione del capitalismo postmoderno e nel suo universo variopinto di consumi; quindi, il prodotto dialettico del maggio 68 sarebbe proprio Sarkozy, «cioè lo Stato di diritto difeso e coraggiosamente dall’armata americana e dalla polizia repubblicana contro i barbari russi o cinesi per non dimenticare i violenti musulmani e i loro terroristi».

Insomma, bisognerebbe ricominciare daccapo con un nuovo 68. Un giudizio che non rasserena nessuno, tranne gli storici che vogliono continuare a leggere il passato. (1, continua)


domenica 5 agosto 2018

Capitelli limenesi



Capitelli limenesi

Testimonianze di fede nella devozione popolare, agosto 2018

di Bruno Trevellin





In occasione dell’annuale sagra dell’Assunta la parrocchia di Limena ha allestito una mostra sui capitelli presenti nel territorio comunale, in area pubblica o privata. Per una cinquantina di questi è stata predisposta una scheda informativa, raccogliendo testimonianze orali delle persone coinvolte nella costruzione del capitello o informazioni da testi pubblicati.

Ce ne sono di antichi (il più antico ancora esistente risale al 1903), ma anche di recenti (quello del quartiere Arcobaleno è del 1997, quello di via Magarotto del 2003), a testimonianza di un sentimento religioso ben vivo tra la nostra gente.

I più numerosi sono quelli dedicati alla Beata Vergine Maria e a sant’Antonio.

La maggior parte sono ex voto. Spesso le storie che li hanno generati sono veramente belle e straordinarie.

Le foto e le schede dei capitelli segnalati sono raccolte in un apposito catalogo che si può trovare in parrocchia o alla mostra.

La mostra è allestita presso l’oratorio ed è visitabile fino al 10 agosto.



Il capitello dei barcaroli e delle lavandaie

Tra i capitelli limenesi segnalo in particolare quello della Beata Vergine Maria in via Matteotti (proprio vicino alla piazza), che viene ricordato come il capitello dei barcaroli e delle lavandaie di Limena che proprio in quel tratto di Brentella partivano con i burci, gli uomini, o scendevano la scalinata di trachite per lavare i panni, le donne, e che spesso si fermavano per una preghiera proprio di fronte a quel loro capitello. Il capitello oggi è incastonato nel muro perimetrale di una vecchia azienda di Limena, come volle l’allora proprietario (agli inizi degli anni ‘60), in segno di rispetto.

  


(Capitello mariano dei barcaioli e delle lavandaie, via Matteotti)



Alcuni dei capitelli esposti alla mostra


(foto di alcuni capitelli esposti alla mostra)



Esempi di capitelli in area privata



Capitello mariano in via Camerini, su giardino di Giovanni Rizzetto. Realizzato dallo stesso proprietario nel 2014 con materiale di recupero, la Madonna venne donata da un cugino monaco in Santa Giustina di Padova e collocata con cerimonia solenne nel capitello inaugurato da don Luciano Rizzetto. Il capitello ha un moderno impianto di illuminazione e un apposito impianto di trasmissione sonora del rosario. Le famiglie del vicinato a maggio vi recitano il rosario.






Capitello mariano in via Camerini, su giardino di Antonio Rizzetto, rivolto verso la strada comunale, realizzato come ex voto nel 1992 dallo stesso proprietario.



Capitello della Sacra Famiglia su via Ponterotto (direzione Villafranca) all’altezza della rampa che scende verso le abitazioni delle famiglie Carraro, in sostituzione di un precedente capitello mariano.




Capitello mariano in via Ceresara su giardino delle famiglie Trevellin. Realizzato da Amedeo Trevellin come ex-voto nel 1993 con sassi bianchi d’Istria e pietre disposte ad arco. 

venerdì 3 agosto 2018

Il poeta di Rovigno Ligio Zanini nel ricordo di Claudio Magris


Il poeta di Rovigno Ligio Zanini nel ricordo di Claudio Magris 


LIGIO ZANINI, IL POETA E IL GABBIANO FILIPPO
di CLAUDIO MAGRIS



Il primo luglio, all' ospedale di Pola, stroncato a sessantasei anni da una malattia piu' forte della sua sanguigna e indomita vitalita' che aveva resistito a tremende violenze della storia, e' morto Ligio Zanini, un poeta di grande originalita' e freschezza creativa, di cui soltanto pochi, in Italia . fra i quali Franco Loi e Vanni Scheiwiller . si erano veramente accorti. Con lui si e' spenta una voce che ha espresso . in assoluta autonomia e senza alcuna chiusura locale, ma con totale apertura al mondo . il dramma dell' Istria nell' ultimo mezzo secolo, un dramma nel quale si sono rispecchiati, su una scala geograficamente ridotta ma storicamente esemplare, le tensioni, le lacerazioni, i disinganni, le contraddizioni, le contese del mondo. Prima di essere poeta nella sua affascinante lirica, Ligio Zanini lo e' stato nella vita, che egli ha vissuto con passione, ingenuita' , onesta' incorruttibile, coraggio e con una straordinaria capacita' di incantarsi per le cose nonostante le ingiustizie e le sofferenze patite e di pagare senza batter ciglio il prezzo delle proprie illusioni. Nato a Rovigno, l' incantevole citta' istriana, nel 1927 e incarnazione . nel suo modo di essere e di sentire, nella musica della sua poesia e della sua vita . di quella plurisecolare civilta' veneta, della sua gentilezza e robustezza, Zanini e' stato anti fascista, accesamente avverso alla persecutoria politica anti slava del fascismo italiano. Alla fine della seconda guerra mondiale, ha creduto nella Jugoslavia titoista ossia nel comunismo quale superamento dei dissidi nazionali in una piu' alta fraternita' . Nei tragici momenti del dopoguerra, quando si decideva il destino dell' Istria e le commissioni internazionali arrivavano in quelle terre per cercare di capirne la composizione etnica, Zanini, come mi raccontava egli stesso, pur essendo italiano era fra coloro che gridavano in croato "Vogliamo Tito" durante le visite di quelle delegazioni. Poco dopo l' esodo, che vide decine di migliaia di italiani andarsene dall' Istria, Zanini si accorse ben presto che l' insegna dell' internazionalismo mascherava, in quel momento di riscossa, un nazionalismo slavo indiscriminatamente violento verso gli italiani. Egli stesso conobbe l' inferno del lager di Goli Otok, l' isola nella quale il governo jugoslavo, dopo la grande rottura con Stalin e nel timore di colpi di Stato stalinisti, fece deportare, sottoponendoli a violenze e sevizie d' ogni genere, avversari veri e presunti di ogni tendenza, anche comunisti libertari come lui. Uscito dopo tre anni da quell' incubo, Zanini visse, specialmente all' inizio, fra varie difficolta' ; avrebbe potuto recarsi in Italia, dove avrebbe avuto un' esistenza diversa, ma non lo fece perche' , come mi disse, non gli pareva giusto mangiare nel piatto in cui aveva sputato, e anche perche' sentiva il dovere di restare, di rendere testimonianza della sua civilta' e della sua gente la' dove era piu' difficile, nella desolata situazione dell' Istria, certo piu' dura, per gli italiani rimasti, della pur ben dura condizione degli esuli che l' avevano abbandonata. Dopo aver ricoperto per alcuni anni vari incarichi didattici presso le scuole italiane . era infatti maestro elementare . si ritiro' , in totale indipendenza, facendo il pescatore e sopravvivendo grazie a cio' che pescava uscendo ogni mattino con la sua barca in quel mare rovignese e fra le sue isole di una bellezza assoluta e dedicandosi alla poesia. Le sofferenze patite non avevano scalfito la sua serenita' , la sua fanciullesca freschezza, ne' avevano turbato il suo sentire sovranazionale: avverso al nazionalismo slavo, sino al punto di dimettersi nel 1990 dall' Associazione degli scrittori della Croazia quando essa aveva assunto la denominazione etnicamente restrittiva "Associazione degli scrittori croati" e difensore della identita' italiana, Zanini e' rimasto estraneo a ogni risentimento nazionale italiano e ha visto nel libero dialogo fra italiani e slavi il suo mondo. Un anno fa, sono stato in barca con lui, a Rovigno. Mentre remava o attraccava, guardavo i suoi gesti forti e tranquilli, lo sguardo azzurro e fermo plasmato dal mare, e pensavo che quell' uomo, quel pescatore, era passato interiormente indenne attraverso delusioni, sofferenze e attraverso le violenze fisiche del lager di Goli Otok, che egli ha descritto nel suo romanzo Martin Muma, del 1990, edito dalla rivista La Battana di Fiume, affresco epico di quella sua storia, che e' insieme storia corale della sua gente e apologo di speranze, utopie e delusioni di un movimento di portata mondiale. Da anni, Zanini viveva sul mare, con le vele, i pesci e i gabbiani, quel gabbiano File' ipo (Filippo) col quale egli dialoga nelle sue poesie. Nelle sue liriche in dialetto rovignese . uscite in varie raccolte e di recente nel volume Cun la prua al vento, ed Scheiwiller . l' esperienza storica, la tensione morale, l' avventura nel tempo sono presenti ma fuse nel non tempo del mare, di una vita guardata faccia a faccia nella sua essenza. Quando non e' folclore vernacolo, il dialetto puo' essere un linguaggio per eccellenza della poesia, piu' resistente agli ingranaggi della rettorica. Zanini non si disinteressava certo di politica, seguiva con passione gli eventi turbinosi, pieni di speranza e di minaccia, della sua terra, ma quando gli avevano chiesto di candidarsi, aveva detto che lui, come altri suoi coetanei, apparteneva a una generazione che aveva fatto il suo tempo e che, a prescindere dai suoi meriti ed errori, doveva farsi da parte. E prendeva la barca e andava al largo, come ha fatto adesso.


(Pagina 19, 11 luglio 1993 - Corriere della Sera)


BIO- BIBLIOGRAFIA DI LIGIO ZANINI

Ligio Zanini è nato a Rovigno d'Istria il 30 settembre 1927 - morto il 1. luglio 1993 nell'ospedale di Pola stroncato a 65 anni da un male incurabile. Compì gli studi presso l'Istituto Magistrale di Pola, anche se giovanissimo partecipò alla lotta partigiana tra le file comuniste.
Dal 1947 al 1948 fu referente per le scuole italiane presso il Dipartimento all'istruzione del Comitato Popolare.
In seguito all'espulsione della Jugoslavia dal Cominform con l'accusa di deviazionismo venne chiamato, come tutti gli altri esponenti comunisti, a schierarsi o con Tito o con Stalin.
Lui, come disse in una intervista televisiva, dichiarò d'esser stato onorato d'aver combattuto con loro i nazi-fascisti, ma che d'allora in avanti avrebbe deciso soltanto con la sua testa (quindi nè con Tito nè con Stalin) e rimise la tessera del partito. Pertanto nel gennaio del 1949 fu tra i primi a subire la repressione titina, finendo incarcerato nel terribile lager comunista di Goli Otok (Isola Calva).
Venne rimesso in libertà soltanto nel 1952 e fu costretto a fare il magazziniere nel cantiere "Stella Rossa" di Pola rimanendo un sorvegliato speciale.
Grazie all'aiuto di alcuni intellettuali polesani riuscì nel 1956 ad ottenere un posto da ragioniere nell'impresa commerciale "Siana" di Pola.
Soltanto nel '59, finito il suo periodo di quarantena, gli fu consentito di dedicarsi all'insegnamento e venne mandato a Salvore con il compito di riaprire la locale scuola italiana, chiusa per decisione politiche nel 1953. A Salvore, ove rimase cinque anni, Zanini si dedicò con passione alla diffusione della cultura italiana fondandovi il Circolo Italiano di Cultura.
Tornato a Rovigno fu nuovamente costretto per vivere a dedicarsi alla contabilità commerciale. Ripresi gli studi si laureò a Pola in Pedagogia e quindi riprese anche la sua attività d'insegnante in qualità di maestro a Valle d'Istria. Ritiratosi infine dall'insegnamento ritornò a Rovigno ove si dedicò esclusivamente alle sue due passioni: la poesia e la pesca.
Membro dal 1970 dell'Associazione degli scrittori della Croazia, vi si dimise nel 1990 quando questa assunse, assecondando il nascente nazionalismo croato, il nome di Associazione degli scrittori croati.
Con la sua poesia Ligio Zanini riuscì ad emergere come la principale voce poetica dell'Istria, raggiungendo una certa notorietà anche in campo nazionale, allacciando tra l'altro una forte e durevole amicizia con il grande poeta di Grado, Biagio Marin, e con tanti altri intellettuali italiani tra cui il triestino Claudio Magris.
Da molti, come ad esempio da Bruno Maier, la sua opera viene accostata a quella di Biagio Marin, però dove nel poeta di Grado il canto si fa introspezione lirica in una visione rasserenata della vita nell'abbraccio finale di Dio, in Ligio Zanini, anche il discorso che in apparenza sembra il più introspettivo e lirico, in realtà cela nel suo fondo l'amaro destino dei rovignesi: o stranieri nella loro città o profughi per il mondo senza più il contatto ravvivante della propria terra madre.
In questa prospettiva l'unica nota rasserenante è il mare, la natura di Rovigno che, seppure anch'essa mutata, per lo meno al poeta parla lo stesso linguaggio di sempre.
Però anche la natura, i pesci, i gabbiani diventano metafora, come nella poesia "Sensa nom", della sua straziata condizione esistenziale, simbolo a sua volta di quella di tutto un popolo.
Proprio grazie a questo suo afflato universalistico la sua poesia, seppure nel dialetto istrioto di Rovigno d'Istria, riesce a superare la ristretta cerchia del bozzetto flocloristico per arrivare alle vette della vera poesia.

Bibliografia:

Moussoli a scarcaciuò, Ed. Alut, Trieste 1965
Buléistro, Scheiwiller, Milano 1966
Mar quito e alanbastro, in "Istria Nobilissima", U.I.I.F. - U.P.T., Trieste 1968
Tiera viecia-stara, in "Istria Nobilissima", UIIF-UPT, Trieste 1970
Favalando cul cucal Filéipo - In stu canto da paradéisu, N. 1 della collana Biblioteca Istriana edito a cura UIIF-UPT, dalla casa Ed. LINT di Trieste dalla Erredici di Padova 1979 con prefazione di Bruno Maier. opera che ha avuto anche una edizione in serbo-croato: Razgovor s galebom Filipom, Fiume 1983
Sul sico de la Muorto Sagonda, in "Diverse lingue", Udine 1990
Cun la prua al vento. Poesie nel dialetto di Rovigno d'Istria, prefazione di Franco Loi e una lettera di Biagio Marin, nella collana Libri Scheiwiller, Milano 1993.
A queste opere di poesia vi è da aggiungere il romanzo autobiografico:

"Martin Muma" edito a cura della rivista letteraria "La Battana", nn. 95-96 Fiume 1990

ELIGIO ZANINI (Rovigno d'Istria, 1927-1993) was born in Rovigno (Istria) and trained to be a teacher at the Istituto Magistrale di Pola. As a very young man, he fought as a partisan against the Fascists; in January 1949 he was one of the first to suffer repression under Tito and was imprisoned in the communist lager, Goli Otok (Isola Calva). When he was freed in 1952, he found work as an accountant. He was not allowed to return to teaching until 1959. For five years he taught in Salvore, then returned to Rovigno where he worked as an accountant to make ends meet and earned a University degree in Education at Pola before teaching in a school in Valle d'Istria and finally returning to Rovigno where he retired to write poetry in the Istriot dialect of Rovigno and to fish.

Source:

http://www.smith.edu/metamorphoses/biographiesw-z.html/


Pubblicato da ivan crico a 17:25